Terra di nessuno

Di questa vita, che cosa ho fatto?

Medici visitano paziente Covid in ospedale

Articolo tratto dal numero di novembre 2020 di Tempi. Questo contenuto è riservato agli abbonati: grazie al tuo abbonamento puoi scegliere se sfogliare la versione digitale del mensile o accedere online ai singoli contenuti del numero.

Noi che stiamo bene, noi che i sierologici e i tamponi costantemente negativi, noi che non una linea di febbre, del Covid un po’ ci permettiamo di dubitare, anche a Milano. Sarà, ci diciamo: ma com’è che il virus terribile non ci sfiora? Il retropensiero quasi di un’ossessione collettiva: via, in fondo oltre il 90 per cento dei positivi è asintomatico… E la grande maggioranza delle vittime è anziana…

Appunto. Io ho varcato i sessant’anni. Da mesi, serafica, giro per Milano con i mezzi, frequento ospedali, e perfino, purtroppo, rianimazioni. Sono stata in sale d’attesa affollate, ho preso treni e traghetti. Mai un paura, e sempre infilata la mascherina con fastidio: questo inutile arnese…

Tuttavia, nel sentire che crematorio di Milano rifiuta i morti perché ha ottanta feretri in attesa, un dubbio viene: e se?

E se invece, invisibile, improvviso, davvero? Mi immagino la febbre che di colpo sale, il fiato che si fa corto, la sensazione di sbalordimento – non è vero, è un sogno. Chiamare il 118 e attendere a lungo, l’ansia che accorcia di più il fiato. (Ci sarà, ancora, qualcuno che si prenderà cura di te? La sanità assicurata, il “diritto alla salute”, le certezze di una vita barcollano, come in una scossa di terremoto).

L’ambulanza che infine arriva, senti da lontano la sirena e questa volta si arresta, brusca sotto casa tua, questa volta è per te. I lettighieri paludati come palombari ti esaminano attenti, si guardano, via, dobbiamo andare. Dove? Non sappiamo, signora, ci indicheranno il primo ospedale disponibile. E ti portano via senza una persona cara, senza un abbraccio. Nemmeno un libro, nulla, vai, perfettamente sola (gli occhi stupefatti del tuo vecchio cane, sulla porta di casa).

Vai, chissà verso dove. L’ambulanza come gridando corre per Milano. A vent’anni sulle lettighe facevo la volontaria, questo andare a strappi e frenate, nell’urlo della sirena, lo riconosco ancora. Lungo viaggio verso l’hinterland: Garbagnate, Desio, o più lontano?

Di nuovo fretta, portelli che sbattono, di nuovo palombari che ti toccano con guanti di gomma. Ne cerchi gli occhi oltre la visiera ma non guardano te, guardano il tuo corpo, questa usurata macchina che ora si è guastata.

E infine sola in una stanza, coperta da un camice di carta, l’ossigeno che spinge nei polmoni. Nella totale nudità non ti resta che un muro candido da contemplare.

Allora con prepotenza tutto ciò che normalmente taci a te stessa viene fuori, affiora, come relitti sepolti da tempo immemorabile sul fondale del mare. Di questa vita, che cosa ho fatto? Le facce di tua madre, di tuo padre, dei tuoi fratelli, morti da tempo, ti si fanno vicine. Vi ho voluto bene abbastanza? No, lo so bene. E quel giorno, ricordi, quel giorno non potevi davvero fare altrimenti? E quanto tempo hai perso in compagnie vuote, in parole vane, come se il tempo dato fosse infinito? Ora che, invece, il tempo si fa breve, urgono i volti, e le occasioni mancate. Di quanto dovrebbero perdonarmi poi mio marito, e i figli. E di Gesù Cristo, quanto mi sono ricordata? Anche quando ho capito, per una grazia, che era lui il centro, lui, davvero, “tutto in tutti”, quanto poi mi sono di nuovo impigrita?

Si apre la porta, un palombaro bianco esamina sui monitor i parametri, non pare soddisfatto. Aumenta l’ossigeno. Il suono leggero del gas che scorre mi accompagna come una cantilena: che cosa hai fatto, cosa hai dimenticato. Sonnolenza, un torpore che si allarga e scolora ogni cosa, mentre ti inabissi come in un’acqua profonda. Poi, chissà.

Ma se d’improvviso, davvero, la Visitatrice si presentasse, cosa avrei da dire? La questione inesorabile posta dalla pandemia è questa: scoccare una domanda radicale a ognuno, anche a chi non si ammali.

Non ho la febbre, sto bene, porto fuori il cane nel sole pallido di novembre. Quelle domande? Ci penso, certo, ci rifletto stasera, mi dico, mentre sul cellulare squilla un whatsapp. E, già distratta, digito parole di cui potrei fare a meno.

Foto Ansa

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.