
La preghiera del mattino
Appunti sulla crisi ucraina per quando si diraderà la nebbia di guerra

Su Fanpage si scrive: «L’attacco su larga scala temuto da settimane è arrivato nel cuore della notte. Il presidente russo Vladimir Putin dopo aver annunciato in tv l’avvio di operazioni nel Donbass ha chiesto ai militari ucraini di deporre le armi, chiedendo anche ai paesi stranieri di evitare interferenze, altrimenti ci saranno conseguenze mai viste. Il capo del Cremlino ha dichiarato di non avere nessuna intenzione “di occupare i territori ucraini” ma di aver lanciato un’operazione speciale per difendere le Repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk dall’“aggressione ucraina”. L’obiettivo finale dell’operazione è “proteggere le persone che sono state sottoposte per 8 anni al genocidio del regime di Kiev”, ha detto Putin, aggiungendo che Mosca intraprenderà “una smilitarizzazione e denazificazione dell’Ucraina, e consegnerà alla giustizia coloro che hanno commesso numerose atrocità contro i civili”».
La sostanziale dichiarazione di guerra di Putin all’Ucraina non stupisce ma sconcerta.
Su Open si scrive: «Numerose fonti segnalano esplosioni nel porto di Odessa sul Mar Nero. La Reuters annuncia che i soldati russi sono arrivati nella città e a Mariupol. Anton Herashchenko, consigliere del ministero dell’Interno ucraino, riportato dalla Nbc, dice che le truppe russe sono sbarcate a Odessa e hanno attraversato il confine con Kharkiv. L’Ucraina ha annunciato la chiusura dello spazio aereo all’aviazione civile. Il ministero delle Infrastrutture ha deciso la chiusura dello spazio aereo motivandolo con “un rischio elevato per la sicurezza” in un comunicato pubblicato sul suo sito web. Alcune esplosioni a Kiev sono state segnalate dall’inviato della Cnn Matthew Chance. Altre bombe udite a Dnipro».
Iniziano cosi le cronache di una guerra di cui non è facile capire la dinamica e gli sbocchi.
Sul Post si scrive: «La situazione sul campo non è ancora del tutto chiara al momento, né ci sono notizie confermate su morti e feriti. I corrispondenti di varie testate straniere dicono di aver sentito esplosioni in numerose città del paese, compresa la capitale Kiev, dove sono anche scattate le sirene antiaeree, provocando la fuga dei cittadini nei rifugi antibombardamento. Le forze armate ucraine, in un comunicato, hanno detto che l’esercito russo ha cominciato bombardamenti intensi nell’Est del paese, e che sono stati bombardati anche vari aeroporti, compreso quello di Kiev. Ha aggiunto che sono iniziati bombardamenti di artiglieria anche ai confini non orientali del paese, cosa che sembra confermata anche da altre testimonianze».
Come sempre “the fog of the war”, la nebbia che si stende sui conflitti armati in corso, non renderà chiaro comprendere sempre quel sta succedendo sul campo, anche se il senso generale è evidente.
Su Leggo si scrive: «Il premier Mario Draghi, a nome dell’esecutivo, condanna l’attacco russo all’Ucraina. Ecco il comunicato ufficiale: “Il governo italiano condanna l’attacco della Russia all’Ucraina. È ingiustificato e ingiustificabile. L’Italia è vicina al popolo e alle istituzioni ucraine in questo momento drammatico. Siamo al lavoro con gli alleati europei e della Nato per rispondere immediatamente, con unità e determinazione”».
La posizione di Draghi è l’unica possibile, inevitabile e giusta.
Su Fanpage generale Vincenzo Camporini, responsabile sicurezza e difesa di Azione, ex capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare e della Difesa, nonché ex presidente del Centro Alti Studi della Difesa ed ex vicepresidente dello Iai (Istituto Affari internazionali) dice: «Ormai come dicevo siamo arrivati a un punto di non ritorno. Putin non tornerà certo indietro sul riconoscimento di Donetsk e Lugansk. La de-escalation ci sarebbe semplicemente se si fermasse qui. Anche perché non dobbiamo dimenticare che l’Ucraina è uno degli elementi del problema strategico russo. L’idea di una fascia di sicurezza intorno ai proprio confini è radicata nei secoli: non è cambiata ai tempi dello zar, non è cambiata nel periodo dell’Unione Sovietica e non sta cambiando adesso. Ci sono almeno altri tre confini della Russia con paesi della Nato, un confine con l’Estonia, uno con la Lettonia, e non dobbiamo dimenticarci l’enclave di Kaliningrad, che si trova tra la Polonia e la Lituania. I confini della Russia con la Nato c’erano già nel 1949, perché nel Nord della Norvegia c’è una piccola fascia di terra, non irrilevante, di contatto tra i due territori. Quindi se l’intenzione della Russia è di eliminare tutte quelle zone di contatto immediato vuol dire che abbiamo un grosso problema, perché stiamo parlando di paesi, che sono membri dell’Alleanza atlantica, che godono della protezione assicurata dall’articolo 5 del Trattato del Nord Atlantico».
Anche nel momento più drammatico, è bene cercare di capire che cosa sta succedendo ed è necessario cercare qualche via di uscita per evitare esiti catastrofici, senza però rinunciare ad affermare i princìpi su cui si basa la nostra civiltà.
Sul Post Luca Misculin scrive: «La scelta di comprare forniture sempre più ingenti di gas naturale russo aveva senso per avvicinare sempre di più la Russia all’Europa. Era stata la grande scommessa di Angela Merkel, l’unica politica occidentale che in tutti questi anni ha mantenuto un dialogo costante con Putin. Secondo alcuni, il ragionamento di Merkel era il seguente: maggiori legami la Russia riuscirà a sviluppare con l’Europa, anche solo di tipo commerciale, minori saranno le possibilità che la Russia si isoli sempre di più dal mondo occidentale. Come sostiene una dottrina politica di grande successo, infatti, l’interdipendenza è garanzia di pace e stabilità, mentre l’isolamento alla lunga porta a incomprensioni e conflitti».
Oggi è il momento di impegnarsi a bloccare l’aggressione russa a Kiev. Naturalmente, senza indebolire lo sforzo di interdire le mosse belliche di Mosca, riflettere sul come si è evoluta la situazione è indispensabile.
Sul Sussidiario Andrew Spannaus scrive: «Obama fu colto di sorpresa dalla rivolta del 2014 e per il resto del suo mandato non inviò armi a Kiev proprio per non acuire la crisi. Poi le pressioni furono molto forti e Trump, che per altri versi aveva ritirato soldati da zone di combattimento e voleva dialogare con Putin, approvò l’invio di armi in Ucraina».
Ecco un altro tassello di una riflessione che però potrà svolgersi seriamente solo quando si fermeranno le armi.
Su Affaritaliani si scrive: «“Lo spirito di Pratica di Mare ricorda due aspetti di un momento magico della storia, quando l’Italia giganteggiava nelle relazioni internazionali da una parte e dall’altra, quando l’Occidente, ivi compreso Putin, tentava motivi per agganciare la Russia in chiave anche anti-cinese”. Lo ha detto ad askanews Andrea Delmastro, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Esteri della Camera. “Da tempo – ha spiegato Delmastro – la Russia ha intrapreso una strada certamente sbagliata, ma è altrettanto certo che noi stiamo spingendo la Russia fra le braccia della Cina. Noi dobbiamo difendere l’inviolabilità e la sacralità dei confini di ogni nazione dell’impero ex sovietico, ma nel contempo” dobbiamo “guadagnare la Russia a una pace secolare con l’Occidente che consenta a Russia, più Occidente, di avere autonomia strategica, economica ed energetica per affrontare il vero competitor del terzo millennio che è la Cina”».
Considerazioni interessanti da rimandare a quando verrà bloccata l’aggressione di Vladimir Putin a Kiev.
Marco Lupis su Huffington Post Italia scrive: «Nelle ultime ore sono in molti a tirare per la giacchetta la Cina sulla crisi ucraina, insistendo a tutti i livelli perché Pechino prenda una posizione chiara e netta. Ma Xi Jinping e i suoi nicchiano, facendo orecchie da mercante, nel tentativo di mantenere una posizione il più possibile smarcata, alla ricerca di un difficile equilibrio sulla crisi ucraina, che sarebbe forse meglio definire equilibrismo».
L’egemonismo cinese è un pericolo per la civiltà liberaldemocratica che con fatica si è affermata in ampia parte del mondo, si tratta di capire e vigilare su come sfrutterà l’aggressione russa all’Ucraina.
Sulla Zuppa di Porro Andrea Amata scrive: «L’Italia con l’Europa pianifichi senza esitazioni azioni di recupero della sovranità energetica per soddisfare il proprio fabbisogno».
Anche nei momenti tragici, nei quali sono in gioco valori ideali e non solo materiali, l’esigenza di riflettere sui problemi delle nostre economie è ineludibile.
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