L’eutanasia di Tine Nys, gli applausi al processo e la banalità del male

Di Leone Grotti
01 Febbraio 2020
Tutti assolti i tre medici accusati di non aver rispettato la legge sull'eutanasia in Belgio. In aula la gente applaude davanti alla famiglia della donna morta, mentre gli imputati si nascondono dietro a un dito
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Tine Nys, al centro tra le sorelle. La donna belga ha ricevuto l’eutanasia il 27 aprile 2010, dopo che le era stata frettolosamente diagnosticata la Sindrome di Asperger

Com’era prevedibile, si è concluso con una triplice assoluzione il processo per omicidio a carico di tre medici per l’eutanasia somministrata a Tine Nys. La donna di 38 anni ha ricevuto l’eutanasia il 27 aprile 2010, dopo che le era stata frettolosamente diagnosticata la Sindrome di Asperger, malattia ritenuta incurabile e dunque sufficiente per ottenere l’eutanasia. La famiglia aveva denunciato i medici, sostenendo che i criteri di legge non fossero stati rispettati e puntando il dito contro la sciatteria e poca professionalità del medico che aveva somministrato l’iniezione letale. Una giuria di 12 membri ha emesso il verdetto nella notte tra giovedì e venerdì dopo una lunga discussione in camera di consiglio durata ben otto ore.

SCROSCIO DI APPLAUSI IN AULA

Alla lettura del verdetto nell’aula del tribunale di Ghent circa cento persone si sono lasciate andare a un fragoroso applauso liberatorio. Trattandosi di tre medici che, per quanto coperti dalla legge, hanno autorizzato e portato a termine in circostanze dubbie la morte di una persona, l’atteggiamento è stato subito stigmatizzato come «inappropriato» dal giudice. Ma i festosi battiti di mani, degna conclusione di un processo rivelatore dello spirito del tempo, hanno confermato quanto 17 anni di eutanasia legale abbiano trasformato una pratica drammatica in un operazione banale.

LA BANALITÀ DEL MALE

Ed è difficile non riandare con la mente al capolavoro di Hannah Arendt, La banalità del male, leggendo le cronache belghe del processo. Il primo dottore a essere stato scagionato è il medico di base della donna, Frank de Greef, che è sempre stato contrario all’eutanasia e che non voleva firmare l’autorizzazione. Ma poi, ha dichiarato, siccome Nys aveva tentato il suicidio si è ritrovato quasi «costretto» ad autorizzare l’eutanasia. Sperava anzi, ha aggiunto, che l’autorizzazione a farsi uccidere avrebbe potuto sollevarla e aiutarla. Non credeva, insomma, chissà perché, che una volta ottenuto il permesso di farsi uccidere, si sarebbe davvero fatta uccidere.

Per quanto riguarda la psichiatria incriminata, Lieve Thienpont, che per inciso è quella coinvolta in un terzo di tutti i casi di eutanasia per problemi psichiatrici in Belgio, ha dichiarato di essersi attenuta alla legge: l’ha visitata (due o tre volte al massimo), le ha prescritto la Sindrome di Asperger, ha appurato che è una patologia dalla quale non si può guarire e ha autorizzato l’eutanasia. Non le ha neanche proposto una terapia. Davanti ai giudici ha dichiarato che è stata Nys a fissare la data dell’eutanasia poche settimane dopo aver ottenuto la diagnosi ma, ha rimarcato, questa è una scelta che spetta al paziente. Come a dire: io non c’entro.

IL CINISMO DELL’AVVOCATO

Infine c’è il caso più spinoso, quello del dottor Joris Van Hove, che ha ammesso di non essere mai stato formato per somministrare l’eutanasia e che non ha smentito le accuse della famiglia. E cioè di essersi dimenticato di portare con sé bende e cerotti, di aver chiesto al padre della donna di tenere l’ago in posizione conficcato nel braccio di Tine, mentre lui amministrava l’iniezione, di aver chiesto a un membro della famiglia di verificare con lo stetoscopio che il cuore di Tine non battesse più e di aver paragonato la morte della donna alla «iniezione letale che si amministra al proprio animale domestico per alleviare le sue sofferenze».

Ma anche per lui è arrivata l’assoluzione perché, ha detto la giuria, «ci è rimasto il dubbio che abbia agito in modo non conforme alla legge. Ma se rimane un dubbio, questo va sempre a favore dell’accusato». Si sono distinte per cinismo anche le parole dell’avvocato della Thienpont, Jef Vermassen: «Signor procuratore, lei è troppo indulgente. Dovrebbe perseguire la mia assistita per assassinii in serie. La mia cliente ha solo fatto quello che fa sempre. E lo ha già fatto dieci, venti, trenta volta. Qui non si tratta di omicidio, ma di una serie di omicidi».

BANALIZZAZIONE DELL’EUTANASIA

Un simile processo non poteva che concludersi con un bell’applauso a suggellare la banalizzazione dell’eutanasia in Belgio, che uccide sei persone ogni giorno, alla quale non può sfuggire nessuno: né chi è contrario (come il medico di base che ha autorizzato l’eutanasia pensando che non avrebbe davvero portato alla morte di Nys), né chi è favore (come la psichiatra che finge di non aver accelerato la morte della donna trincerandosi dietro il dettato di legge).

@LeoneGrotti

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