Baumgartner, o di quella misteriosa forza che ci spinge “un po’ più in là”

Di Marina Corradi
16 Ottobre 2012
«Cos’è, Superman, quest’uomo sempre in cerca di vertigine?» si chiede Marina Corradi. «Quando sei in piedi in cima al mondo, diventi così umile che non pensi al record. Ma solo di tornare vivo»

Oggi su Avvenire Marina Corradi firma un commento (“Capire l’essenziale”) a proposito dell’impresa di Felix Baumgartner, che ha compiuto un salto da 39 mila metri d’altezza, superando in caduta libera la velocità del suono.

«L’immagine di quell’uomo in tuta da astronauta – scrive Corradi – che dalla soglia di una fragile capsula metallica si getta nel vuoto da 39 mila metri di altezza – la Terra, sotto, così terribilmente lontana – dà a chi guarda il video dell’impresa di Felix Baumgartner un attimo di vertigine. È siderale, in quel momento, il nulla attorno; e quell’uomo è così ridicolmente piccolo, e solo, nella immensità del cielo».

«Perché quest’uomo ha voluto tentare un’impresa da cui aveva buone probabilità di non tornare? È la domanda che chi guardi l’attimo del suo tuffo non può non farsi. (Eppure, benché tolga il fiato quell’abisso, ci avverti dentro anche qualcosa che oscuramente ti affascina, a che non ti è del tutto estraneo)».

[internal_video vid=52327]

«Cos’è, Superman, quest’uomo sempre in cerca di vertigine? A guardarlo su Facebook appena dopo il ritorno a casa, Baumgartner non sembra Superman. È molto stanco, e si vede; sorride, e dice che ora vuole soltanto andare a dormire. A chi gli ha chiesto cosa ha provato, lassù, sospeso su un trampolino sull’Universo, ha risposto: «Quando sei lì in piedi in cima al mondo, diventi così umile che non pensi più a battere record. L’unica cosa che vuoi, è di tornare vivo». Non è Superman, uno così – o almeno, non lo è più. Gli hanno chiesto, ma che cosa allora la spinge? Lui ha citato Jean Piccard, esploratore di abissi oceanici, che diceva: “In tutti noi c’è una forza che ci spinge a non riposarci mai, fino a quando non possiamo andare un po’ più in là”».

«C’è allora una inquietudine da Ulisse in un uomo che si getta da un’altezza a cui già la Terra è una sfera, blu gli oceani, uguali le foreste e i deserti, e indistinguibili le città degli uomini? C’è Ulisse, insieme anche alla ‘ubris’ della sfida (sul suo sito Baumgartner aveva scritto: “Tutti gli uomini hanno dei limiti, alcuni non li accettano”). Eppure lo stesso uomo, dopo quell’attimo in cui lo si è visto fermo, in bilico sul buio e sul nulla, si è lasciato andare queste parole: «A volte bisogna andare veramente in alto, per capire quanto siamo piccoli». L’ansia di andare oltre, di violare l’ignoto è stata ed è degli esploratori, e degli uomini di scienza. E qualcosa di forte, scritto nel fondo dell’uomo. Ma a chi lambisce l’ultimo limite può accadere di tornare e testimoniare: bisogna andare veramente in alto, per capire quanto siamo piccoli. Che è, dopo tante sfide, aver saputo, in fondo, l’essenziale».

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.