Il gioco è una cosa seria. Cosa non torna nella nuova Barbie con sindrome di Down

Di Annalisa Teggi
29 Aprile 2023
Non c'è bisogno di un prodotto ad hoc da vendere per veicolare un messaggio inclusivo: i bambini non "funzionano" così, e sanno abbracciare non per moralistica premura sociale
Barbie sindrome di Down

Barbie sindrome di Down

Nulla è stato lasciato al caso nella nuova Barbie con la sindrome di Down. Oltre all’aspetto fisico che rispecchia le caratteristiche fisiche di chi ha questa sindrome, anche abiti e accessori lanciano un messaggio preciso. La collana rappresenta il 21esimo cromosoma, il vestito è giallo e blu, che sono i colori della giornata dedicata alla consapevolezza sulla sindrome di Down, e poi niente scarpe col tacco ma plantari rosa.

Puoi essere tutto quello che vuoi, è il motto di Barbie. Nel caso specifico suona come lo stridore delle unghie su uno specchio, perché fuori dal negozio di giocattoli e dentro i fatti della realtà è quanto mai urgente chiedersi se un bambino con la sindrome di Down «può essere», venire alla luce, nascere.

La difficoltà di badare a una bambola

Sì, il gioco è una cosa seria. E lo è al punto che non c’è bisogno di un prodotto studiato ad hoc per vendere veicolando un messaggio inclusivo. Queste sono strategie commerciali e adulte per stritolare anche l’infanzia nei recinti stretti di un modo solo ideologico di affrontare i punti sdruciti, spaccati, sospesi della nostra umanità. Ti vendo un prodotto, ergo capirai tante cose. Ma il bambino grazie a Dio non funziona così, e lo sanno bene tutti i genitori che hanno stipato le camerette di giochi all’ultima moda e si ritrovano figli che puntualmente si divertono un mondo con lo scopettone rotto, il mestolo della cucina, i sassi raccattati da terra.

Tutti i cervelli marketing della Mattel non saranno mai inclusivi quanto il bambino che raccoglie una bottiglia di plastica da terra e la trasforma in una spada. Ed è a questa energia che dovremmo inchinarci, stando ben alla larga dal pericolo di ridurla a qualche slogan sul riciclo virtuoso.

Nel caso della bambole c’è – letteralmente – in gioco qualcosa di enorme che Chesterton espresse così: «È facile scrivere un articolo sull’educazione così come è facile scrivere un articolo sulle caramelle o suoi tram o su qualunque altra cosa. Ma badare a una bambola è quasi altrettanto difficile che badare a un bambino».

Barbie con sindrome di Down e  Beth di “Piccole donne”

Vale la pena ripescare dallo scaffale quel datato classico che è Piccole donne, testo molto scorretto per i canoni attuali e pieno zeppo di stereotipi di genere, da cui si estrapola con un applauso solo la figura di Jo perché semplicisticamente ridotta a paladina delle ragazze ribelli e «maschiaccio». La voce più timida tra le quattro sorelle è quella di Beth. Eppure è proprio la sua presenza sussurrata e fragile a mostrare quale poderoso sguardo e impeto di vita ci sia dietro una bimba che gioca con una bambola.

«Aveva sei bambole da svegliare e vestire ogni mattina […] non ce n’era una che fosse tutta intera o particolarmente bella; giacevano abbandonate come povere reiette finché non le raccoglieva Beth: quando le sorelle diventavano troppo grandi per giocarci, questi idoli di pezza passavano a lei, perché Amy non voleva avere niente di vecchio o brutto. Per questo Beth le accudiva con tanta tenerezza, e aveva persino allestito un ospedale per bambole malate. […] tutte quante venivano sfamate, vestite, cullate e riempite di coccole con affetto inesausto. C’era poi un misero resto che era appartenuto a Jo: dopo una vita burrascosa, era naufragato nel sacco degli stracci, ma Beth l’aveva salvato da quel tetro ospizio e condotto al suo rifugio. Siccome gli mancava la sommità del capo, gli aveva messo una bella cuffietta pulita e, visto che era senza gambe e braccia, aveva nascosto quelle menomazioni avvolgendo il corpicino in una coperta, e aveva riservato a questo malato cronico il letto migliore. […] Le portava mazzolini di fiori; le leggeva storie e la conduceva fuori a prendere un po’ d’aria, tenendola ben riparata sotto il cappotto; le cantava ninnenanne e non andava a letto prima di aver baciato il suo visino sporco».

Finché non le raccoglieva Beth. Anche lei era molto inclusiva? Indubbiamente. Non lo era per una moralistica premura sociale, ma per un bisogno ben più radicale da esprimere giocando: c’è qualcuno che si accorge e raccoglie le ferite altrui, e anche le mie? La cura sottende questa gigante domanda che si staglia sullo sfondo della realtà, l’ipotesi di un’indifferenza universale è repellente. E auguriamoci che si possa ancora dire che questa percezione vibra con un’intensità più spiccata nella sensibilità femminile.

Beth March ci sussurra che quello che stiamo riducendo a una buona prassi sull’inclusività è un rametto staccato dall’albero, è un tentativo monco di un’ipotesi di abbraccio che non ha niente di romantico e zuccheroso. È un bacio sul visino sporco. Non ci sono scarti o minoranze da includere nella cerchia di una fittizia normalità. C’è il bisogno di tutti – originario, democratico e universale – di sentire un bacio che si china su di noi, «sporchi» (cioè imbrattati di finitudine) come siamo.

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