Bagdad, basta sanzioni

Di Rodolfo Casadei
17 Novembre 2000
Dieci anni di embargo economico hanno seminato miseria e degenerazione morale nel popolo irakeno senza minimamente piegare il regime. Mentre la mortalità infantile è salita a livelli africani, Saddam Hussein è saldo in sella più che mai e i suoi dignitari si arricchiscono coi traffici del contrabbando. Reportage da Bagdad, dove è sceso pure il presidente lombardo Formigoni con gli aiuti umanitari della Lombardia per perorare la causa dell’abolizione delle sanzioni.

Bagdad. Ossessione Saddam Hussein. Dai saloni dell’aeroporto internazionale ai terrapieni delle tangenziali, dalle hall degli alberghi alle cadenti pareti degli edifici del centro, ai ponti sul Tigri, agli atri e agli uffici di musei, scuole, ospedali ti insegue lungo tutti gli spazi di Bagdad come un’idea fissa. La sua figura incombe da mille ritratti in mille varianti: a colori e in bianco e nero; in foto incorniciata, su pannelli giganti a stampa, in composizioni di mattonelle di ceramica; da giovane e com’è oggi; a piedi e a cavallo; vestito da beduino, da militare, in borghese, con la toga da magistrato, col cappotto, gli occhiali neri e il cappello alla Breznev, vestito alla tirolese (!). Si chiama Saddam l’aeroporto riaperto ai voli ad agosto, Saddam la grande moschea in costruzione sul sito di un vecchio ippodromo, Saddam lo stadio, Saddam un ponte sul Tigri, Saddam l’istituto cardiologico e cento altre strutture e istituzioni. I commenti fra lo stupito e il divertito dei visitatori occidentali che scrutano e fotografano i ritratti del dittatore producono imbarazzo e mutismo nei guidatori e accompagnatori irakeni, timorosi di lasciar filtrare il minimo pensiero sull’argomento. Per paura, evidentemente, delle rappresaglie di un sistema leggendariamente spietato coi dissidenti interni. Ma anche per la vergogna del giudizio che sanno sottinteso nella mente degli ospiti: a che tanta ridicola enfasi per un perdente nato, uno che ha condotto il suo popolo di sconfitta in sconfitta? Che ha trasformato un paese dove il reddito medio pro capite era quasi europeo in un paese a reddito africano (2.500 dollari nel 1979, meno di 500 oggi)? La cui mania di grandezza ha ricoperto il paese di modernissime infrastrutture e grandiose opere di regime, ma ha lasciato sprofondare la classe media (60 per cento della popolazione vent’anni fa) nella miseria e nel gorgo distruttivo di due guerre perdute (quella contro l’Iran negli anni Ottanta e quella per il Kuwait del ‘90-91) e di dieci anni di embargo economico?

Così la Turchia frenò il volo umanitario
Eppure il ridicolo Saddam, patetico Grande Fratello che dichiara e costringe a dichiarare vittoria la sconfitta e potenza l’impotenza, continua ad essere anche l’ossessione degli occidentali, soprattutto degli anglo-americani: quasi dieci anni dopo la liberazione del Kuwait occupato dagli irakeni, il paese di Saddam resta largamente isolato dal mondo e sottoposto al più completo e rigoroso assortimento di sanzioni economiche internazionali che si ricordi per espressa volontà di Washington e Londra. Introdotte come punizione per l’invasione dell’emirato nell’agosto 1990, sono rimaste vigenti anche dopo la vittoria alleata per costringere il rais di Bagdad a consegnare all’Onu tutte le sue “armi di distruzione di massa” (gas tossici e armi batteriologiche); nel ’98 la crisi è precipitata, con l’esodo degli ispettori dell’Onu dall’Irak, il bombardamento del paese da parte dell’aviazione anglo-americana e il rifiuto del regime a sottoporsi a nuovi controlli. L’unico raggio di sole è rappresentato dai provvedimenti “food for oil” (cibo in cambio di petrolio), risoluzioni delle Nazioni Unite che permettono all’Irak di vendere il suo petrolio ed utilizzare i proventi per acquistare prodotti con destinazione strettamente umanitaria e sociale. Ma un occhiuto Comitato per le Sanzioni vigila sulle richieste di acquisto irakene, e molte di esse vengono respinte perché si ritiene che i beni ricercati possano essere utilizzati per scopi militari, oppure restano bloccate per molti mesi prima di avere via libera. Quanto sia viva l’ossessione occidentale per il dinosauro di Bagdad si è visto anche la mattina dell’11 novembre all’aeroporto milanese di Linate per i voli privati: il volo umanitario organizzato dalla Regione Lombardia, con una delegazione capeggiata dal presidente Formigoni, per portare a Bagdad 10 mila confezioni di medicinali di pronto uso e tre apparecchiature per dialisi, benchè debitamente autorizzato dal Comitato per le Sanzioni è rimasto bloccato per nove ore a causa di un repentino ripensamento delle autorità turche. Queste il giorno prima avevano concesso il permesso per il sorvolo del loro territorio, ma quella mattina, forse dietro suggerimento notturno di qualche grande o piccolo “amico”, hanno fatto ostruzione in tutti i modi immaginabili, provocando persino la reazione del presidente della Commissione Europea Romano Prodi e costringendo alla fine la missione a cambiare strada, chiedendo un permesso di sorvolo alla Siria. Certo, il significato simbolico della missione non era affatto di secondo piano: si è trattato del primo volo ufficiale italiano su Bagdad dopo quello che nel 1991 aveva riportato in patria i nostri connazionali che, come altri lavoratori e operatori economici eruropei ed americani, erano trattenuti “ospiti” in Irak nell’imminenza dell’assalto della coalizione internazionale anti-Saddam. Anche allora il passeggero più in vista della delegazione era Formigoni Roberto, deputato al Parlamento italiano e a quello europeo. Che anche oggi, come allora, non si tira indietro quando si tratta di far conoscere le sue motivazioni: “Questa missione –sillaba in conferenza stampa in una sala dell’aeroporto- è un segnale di solidarietà a un popolo che soffre, esprime la nostra volontà che le sanzioni contro l’Irak abbiano fine, perché colpiscono il popolo e fanno vittime fra gli innocenti, causando la morte di centinaia di migliaia di bambini”.

Embargo, cioè 200mila bambini morti in più
Esagerato? A dar retta alle inchieste dell’Unicef, sicuramente no. Secondo un suo rapporto dell’agosto 1999, in Irak la mortalità infantile sotto i 5 anni è passata dal 56 per mille del quinquennio 1984-89 al 130,6 per mille del periodo 1994-99, un tasso simile a quello dei paesi dell’Africa sub-sahariana. In mezzo, come tutti sanno, ci sono state le sanzioni, mentre gli eventuali effetti benefici del “food for oil” non sono ancora apprezzabili, dal momento che lo schema ha cominciato a funzionare solo alla fine del ’97. Calcolando grossolanamente, si arriva a cifre che fanno accapponare la pelle: da quando le sanzioni sono in vigore, sono deceduti circa 200 mila bambini in più di quanti ne sarebbero morti se le cose fossero andate avanti come prima. Come sia stato possibile il tracollo, non è difficile comprenderlo. Prima della guerra un dinaro, la moneta locale, valeva 3 dollari. Oggi ci vogliono 1.900 dinari per acquistare un dollaro. Gli stipendi della funzione pubblica sono ridotti a nulla. “Prima della guerra con lo stipendio di impiegato del ministero dell’Informazione potevo mantenere la mia famiglia, con tre figli che vanno a scuola”, quasi piange Amir, che ha convertito in taxi una vecchia Citroen familiare. “Adesso il mio stipendio in dinari ha il potere di acquisto di 3 dollari, mentre per fare la stessa vita di prima ce vorrebbero 150. Abbiamo venduto tutte le cose preziose che avevamo, ho smesso di mandare a scuola le ragazze e rubo le ore all’ufficio per fare questo lavoro, ma i soldi non bastano”. Tutta la funzione pubblica oscilla fra i 3 e i 5 dollari equivalenti di stipendio mensile, mentre il costo della vita oscilla fra i 100 e i 150 dollari. Un primario ospedaliero superspecializzato tocca il massimo delle retribuzioni, pari a… 20 dollari mensili. Nei negozi di Rasheed Street, così come in quelli per gli stranieri all’interno del lussuoso Hotel Rasheed, tornato agli antichi splendori, si trovano innumerevoli articoli di argenteria e pietre preziose di evidente provenienza domestica, spesso svenduti dalle famiglie in rovina.

C’era una volta l’Irak della gente onesta
Molti se la cavano con il contrabbando coi paesi vicini: non solo la Giordania, ma anche la Turchia ultrà della Nato, l’Iran che fu aggredito e combatté ferocemente contro Saddam Hussein e addirittura i curdi del Kurdistan irakeno, che si autogovernano sotto protezione occidentale dopo la guerra del Golfo e che a suo tempo furono massacrati coi gas tossici da Saddam, oggi fanno a gara nel lucrare sui traffici che l’embargo ha scatenato. Compreso il contrabbando di petrolio organizzato dal regime irakeno con la complicità di militari iraniani attraverso il Golfo Persico e dei curdi attraverso la frontiera con la Turchia. Il risultato di tutto questo è che il regime irakeno, centro nevralgico del contrabbando, sopravvive senza problemi: gli ampi vestiboli dell’Hotel Rasheed rigurgitano di dignitari con le mogli al seguito, puntuali ospiti di ogni party e buffet; per le strade si incontrano piccole flottiglie di chilometriche Mercedes dai vetri oscurati che spiccano nel traffico fatiscente della capitale; i poliziotti sfrecciano a bordo di enormi fuoristrada nuovi di zecca. La gente, invece, patisce la miseria. “Ma gli effetti più perversi dell’embargo sono quelli invisibili”, lamenta Barzan, vecchio professore all’università. “Prima della guerra questa era una società davvero ordinata, dove le leggi morali erano rispettate. Si poteva lasciare la porta di casa aperta, le chiavi dell’auto nel cruscotto. Oggi non è più così: è avvenuto un cambiamento nelle coscienze, un impoverimento umano forse irreversibile”. Traduciamo: oggi in Irak per sopravvivere si ruba, ci si fa corrompere se si è pubblici uficiali, si mandano i figli a mendicare, addirittura ci si prostituisce: tutte cose che prima non avvenivano, ovvero avvenivano in misura molto minore.

Sinistra europea di governo? E’ il partito atlantico!
Al palazzo dei congressi, in un’atmosfera irreale, si tiene il quarto meeting della Conferenza di Bagdad contro le sanzioni, presieduto dal vicepresidente Tarek Aziz. Roger Garaudy, l’intellettuale comunista francese che negli anni Settanta si fece cattolico per realizzare meglio il suo comunismo e che poi si è convertito all’islam trovando questa religione più adatta per lottare contro l’imperialismo americano, invoca con tutta serietà l’embargo economico contro gli Stati Uniti: “Nessun paese del terzo mondo commerci più con gli Usa armi, prodotti agricoli e telecomunicazioni. Creiamo una grande tivù planetaria anti-imperialista, creiamo la CNN degli oppressi. Rifondiamo qui a Bagdad il movimento dei Non allineati”. La proposta viene fatta propria dal rappresentante britannico, George Galloway della sinistra laburista: “Facciamo di Bagdad la Bandung del Duemila!”. Prende la parola Vladimir Zhirinovsky, vistoso personaggio della delegazione russa. La traduzione istantanea è incomprensibile sia in inglese che in francese. I russi presenti e i pochi che capiscono il russo ridacchiano: “Gli americani combattono solo bombardando dall’alto –spiega il leader del partito liberal-democratico russo- perché sanno che a terra le loro truppe sono inferiori a quelle degli altri paesi”. L’intervento di Formigoni riporta tutti a temi più pratici: “Il Parlamento italiano ha già votato due volte, a larga maggioranza, mozioni che impegnano il governo a riaprire la nostra ambasciata e il nostro istituto culturale a Bagdad entro la fine di quest’anno, a scongelare i depositi irakeni presso le banche italiane e a operare in sede internazionale per la rimozione delle sanzioni, che stanno facendo soffrire un intero popolo. Ma il governo non ha ancora fatto nulla”. Alla fine l’immarcescibile Tarek Aziz chiosa con una battuta destinata a restare: “Il problema delle sinistre di governo europee è che sono più atlantiche delle destre”. E intanto i bambini muoiono, gli irakeni diventano ladri e Saddam continua a sorridere dalle ceramiche.

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