Baci di Giuda e randellate tra virologi. Ma tutto è ridotto al “dato” sbagliato

Di Caterina Giojelli
11 Ottobre 2020
Gli esperti tornano a darsele sul Covid, quasi nessuno spiega i numeri, i fragili vengono abbandonati. Almeno facciamoci delle domande

Dal donum al dato, «ieri ammiravamo il bacio al lebbroso. Oggi promuoviamo il gesto barriera. Soprattutto, c’è questa terribile figura del “portatore asintomatico”, i cui baci sono tutti baci di Giuda». La Francia conta oltre 20 mila nuovi contagi da coronavirus al giorno ma conta anche interventi come quelli del filosofo Fabrice Hadjadj al Figaro, tutt’altro che un negazionista: «Covid 19 non è la peste nera. È il virale microbico più il virale digitale: conteggio dei casi diffusi in rete, epidemiologia preventiva basata su modelli probabilistici e statistici. I big data e l’intelligenza artificiale sono già al potere».

In Italia, dove continuiamo a vivere una relazione più complicata col dispiegarsi del significato riduzione del mondo a dati, possiamo al limite contare sugli interventi di Selvaggia Lucarelli contro Matteo Bassetti, «il lady Gaga delle pandemie», dibattiti surreali in prima serata (a Stasera Italia, Nicola Porro: «Il prof Bassetti ha detto che il 94 per cento sono asintomatici o debolmente positivi»; Massimo Galli: «Sono balle. Non può saperlo. Venga nel mio reparto»; Porro: «Quanti sono i ricoverati nel suo reparto?». Galli: «Non posso dirlo». Dati della Fondazione Gimbe, al Sacco diretto dal prof Galli i pazienti ricoverati in terapia intensiva sono 5), il fact checking, immancabile, sui social in punta di percentuale, sui distinguo e le somme di asintomatici, paucisintomatici, oligosintomatici.

L’ERA DELL’ALGORITMO E DELLA MASCHERINA COME SIMBOLO RELIGIOSO

Nell’era del drone e dell’algoritmo siamo esposti a una overdose di interpreti del dato, protagonisti di furiosi alterchi, interviste, rubriche, talk, articoli, fatwe, scazzi, querele, dichiarazioni che i media saccheggiano con adesione impiegatizia per compilare veri e propri casellari: tutti hanno toppato, tutti hanno certificato tutto e il suo esatto contrario. Si sono divisi sulla portata del virus, sulle mascherine, sul vaccino, sulle terapie, sull’adesione ad appelli e manifestazioni, sulle fonti. Da mesi siamo in balìa degli scontri tra Massimo Galli, Walter Ricciardi, Roberto Burioni, Fabrizio Pregliasco, Ilaria Capua, Maria Rita Gismondo, Andrea Crisanti, Alberto Zangrillo, Giulio Tarro, Ranieri Guerra, Massimo Clementi, l’Oms, il Cts, tutti rivendicando una posizione scientifica.

Come quella di Alberto Villani, presidente della società italiana di pediatria e membro del comitato tecnico-scientifico, che pochi giorni fa ha definito l’obbligo di indossare la mascherina all’aperto «un richiamo. Non importa se scientificamente ha senso oppure no. È un segnale di attenzione per noi stessi e la comunità». Un simbolo religioso brandito come feticcio dai no-mask esattamente come dal governo (che durante la “pausa estiva” non pare essersi occupato d’altro che di mascherine) che minaccia ora nuovi lockdown e spera di scongiurarli colpevolizzando cittadini poco ligi a misure prive di senso scientifico. «Sedicimila casi al giorno» è il numero di contagiati previsto da Walter Ricciardi a dicembre: ma cosa sappiamo di questi positivi e soprattutto di questi oltre 70 mila italiani attualmente in isolamento domiciliare? Ed è solo sbattendo i dati in faccia a persone sprovviste di rudimenti per leggerli e contando sul loro sforzo che la pandemia verrà arrestata o questi dati stessi dovrebbero in primis indicare alle istituzioni i sistemi di sorveglianza meno efficienti, i sistemi territoriali che andavano potenziati e come intervenire al di là dei moniti al popolo?

«ESSERE POSITIVI NON SIGNIFICA ESSERE MALATI»

In una bella intervista a Linkiesta l’ormai celebre Paolo Spada, chirurgo vascolare all’Humanitas Research Hospital di Milano e fondatore di EVARplanning che sulla pagina facebook Pillole di Ottimismo, fondata da Guido Silvestri, legge paziente ogni giorno i dati della pandemia, ha spiegato:

«Il tampone fa un’analisi molto raffinata per individuare i segni di passaggio del virus, ma non individua se è vivo, attivo, in grado di replicarsi e quindi di contagiare. Sappiamo ormai che la contagiosità inizia 48 ore prima della comparsa dei sintomi, è massima nei primissimi giorni di malattia, poi decresce rapidamente e si esaurisce entro dieci giorni. Questa è la regola (come tale ha delle eccezioni, per esempio alcuni pazienti gravi, immunodepressi) che l’Oms adotta per il rilascio del paziente».

Ma a differenza di Gran Bretagna, Germania, Francia, Usa e molti altri paesi noi invece continuiamo ad attendere che questa positività venga meno, e spesso avviene dopo mesi.

«Adottare in Italia i criteri dell’Oms ci consentirebbe di liberare non solo risorse (tamponi e personale sanitario), ma i cittadini. Abbiamo 58 mila persone (70 mila è l’ultimo aggiornamento, ndr), numero che sale tutti i giorni, in isolamento domiciliare, con disagio, non possono lavorare, ma sappiamo ormai che dopo 10 giorni sono guarite e non sono contagiose. Non si dice quasi mai questo: essere positivi al SARS-CoV-2 non significa essere malati di COVID-19. Noi tendiamo a sovrapporre positività al tampone e malattia, ma scientificamente non ha più ragione d’essere. Chi sviluppa la malattia soffre per gli effetti secondari dell’infezione, ma la contagiosità non persiste, salvo eccezioni già citate, di ambito ospedaliero».

CODE PER I TEST, IL LIMBO DI IMMUNI, I FRAGILI ABBANDONATI

E torniamo a bomba: al di là dello sforzo dei cittadini, quali provvedimenti sono stati presi dalle istituzioni per fronteggiare la seconda ondata, potenziare il personale, velocizzare i tamponi? Perché in margine agli alterchi tra virologi leggiamo di code interminabili per accedere ai test, di prigionieri nel limbo dell’app Immuni, e soprattutto di 1,4 milioni di screening in meno, visite e interventi saltati e rinviati per i malati di cancro?

«Le attuali politiche di blocco – si legge nella Great Barrington Declaration, una petizione che ha già raccolto oltre 6.500 firme da tutto il mondo di epidemiologi e scienziati – stanno producendo effetti devastanti sulla salute pubblica, a breve e lungo periodo. I risultati (solo per citarne alcuni) includono tassi di vaccinazione infantile più bassi, peggioramento degli esiti delle malattie cardiovascolari, meno screening per il cancro e deterioramento della salute mentale – con la conseguenza che questo porterà negli anni a venire a un aumento della mortalità, con la classe operaia e i membri più giovani della società che ne soffriranno il peso maggiore».

La dichiarazione, che ha suscitato già forti critiche nella comunità scientifica, raccomanda invece di lockdown generalizzati «un approccio di Protezione Mirata (Focused Protection)». Secondo Piero Sestili, docente di Farmacologia all’Università di Urbino intervistato dal Corriere, «va attuata una protezione mirata sulle fasce più a rischio»:

«Invece ci siamo concentrati sull’iperprotezione della categoria meno a rischio: i più giovani. Si è dedicata tanta energia a proteggere gli studenti più che alla gestione precoce dei pazienti Covid con la modifica delle linee guida ferme ad aprile. Non possiamo puntare solo su vaccini e anticorpi se no, come ha detto anche il Papa, tagliamo fuori 80 per cento del mondo che non se li può permettere. A chi deve prendere decisioni importanti consiglio di leggere con attenzione questo appello e non liquidarlo in fretta come banale e sciocco».

I DATI DI OGGI NON SONO QUELLI DI MARZO. QUALCHE DOMANDA

Fare un bilancio sulla scuola è prematuro (Azzolina parla dello 0,047 per cento dei docenti e 0,021 per cento degli studenti, Crisanti le contesta i dati ricordando che la maggior parte dei ragazzi non si ammala ma può infettare), si attende l’arrivo dell’influenza come spada di Damocle sul sistema scuola-pediatri-Ats. Tutti temono il lockdown eppure quando qualcuno come Bassetti invita a ragionare sul presente ricordando che oggi la malattia è «più gestibile e curabile nella maggior parte dei casi», viene trattato come un positivo, nel senso di malato, e pure negazionista.

Eppure non siamo come a marzo: possiamo arrivarci, sì, ai numeri di marzo, ma cosa indicherebbero oggi quei numeri? Quando il 18 marzo registravamo 4.207 casi, avevamo già 14.000 persone ricoverate in ospedale (ieri 4.336), e 2.257 pazienti in Terapia Intensiva (ieri 390). In quel giorno i ricoveri aumentavano di 1.469 unità, ieri di 250. Quella sera avevamo 197 pazienti in più in Terapia Intensiva rispetto al giorno prima, ieri sera 3. Morivano quel 18 marzo 475 persone, ieri ne abbiamo perse 29. Non si tratta di sottovalutare la situazione, solo capire che è diversa: allora i tamponi venivano eseguiti solo su persone sintomatiche e in condizioni severe, «era la punta della piramide, il resto del sommerso aveva sintomi lievi o era asintomatico. Adesso questa piramide – ha spiegato ancora Spada – non certo emersa del tutto, è largamente nelle nostre mani. Non abbiamo di sicuro testato il 100 per cento del campione, ma così a spanne si può immaginare che ne abbiamo altre 3.000 che sfuggono, non certo 30.000». Certo, per mantenere liberi gli ospedali occorre mascherina, distanziamento, igiene delle mani, ma anche azioni volte a mantenere la tenuta del sistema economico sociale. E cure per chi è malato, non di Covid.

Non si tratta di sminuire i numeri ma porsi le domande giuste sui numeri. E anche sul risultato che vogliamo ottenere, convivendo davvero col virus, proteggendo gli altri senza abbandonarli e lasciar trionfare al contrario ogni forma di individualismo solitario a guerra o difesa del rischio, riducendo la logica della vita a quella della prevenzione: «Il codardo non si riscatta diventando sconsiderato», è ancora il buon Hadjadj, da mandare a memoria oggi che in nome dell’amore o l’attenzione al prossimo misurato sul dato e non sul donum all’altro, sui calcoli e sui numeri, si preannunciano nuove chiusure. «Si tratta di spostarsi su un altro piano, riconoscere che la vita umana, nelle sue dimensioni più profonde, è sempre al di là del rischio e del successo. Sia il rischio che il successo sono legati a un obiettivo che è stato fissato in anticipo. È il rischio ciò che mi impedisce di raggiungere questo obiettivo. Il successo è il fatto di averlo raggiunto. Ma le nostre esperienze più profonde non dipendono da queste categorie legate alla pianificazione». Soprattutto quando pianificazione non significa mettere in gioco la nostra vita per proteggere quella del prossimo, ma proteggere la nostra abbandonando il prossimo, non sapendo quanti germi porterà con sé.

Foto Ansa

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.