
Ucraina, per accoglierli non basta solo una famiglia. Ci vuole un vero villaggio

La nonna ucraina si era fiondata sotto il tavolo. Stava cercando di decifrare le parole di quegli italiani che l’avevano accolta a Milano quando l’aveva sentito: il rumore di un aereo alto e lontano. Nessuno ci aveva fatto caso, lei invece si era buttata subito a terra. La sua figura curva e tremante, aggrappata alle gambe del tavolo, spiegava più di ogni telegiornale chi erano i profughi di Kiev traumatizzati dalla guerra e cosa significava dare loro ospitalità.
Giorgio Capitanio, responsabile dei progetti in Italia di Avsi, descrive a Tempi una situazione totalmente inedita, «non abbiamo mai assistito a una tale corsa all’accoglienza delle famiglie italiane, che hanno aperto subito le porte a donne, bambini e anziani in fuga dall’Ucraina». Uno slancio enorme, dettato dal cuore più che da vera consapevolezza, e che chiede ora di essere supportato ed educato se è vero, come denunciano allarmati alcuni sindaci del torinese alla Stampa, che alcune famiglie stanno iniziando a chiedere l’allontanamento dei profughi ospitati.
Il rischio “solidarietà a tempo”
«Il fatto è che accogliere non significa semplicemente ricevere qualcuno in casa. Bisogna preparare la famiglia, aiutarla e accompagnarla in un percorso che è fatto anche di piccoli passi, non solo di slanci di cuore». Altrimenti il rischio della “solidarietà a tempo” e di gettare la spugna (e con la spugna donne, bambini e anziani traumatizzati dalla guerra), è dietro l’angolo. Dati del Viminale, finora risultano arrivati in Italia 71.940 profughi, principalmente diretti verso Milano, Roma, Napoli e Bologna, ma la situazione è per loro ancora incerta.
«Siamo in attesa del Dpcm Ucraina», spiega Capitanio, riferendosi a pubblicazione e ordinanze legate al decreto in discussione al Senato che tra le altre cose definisce la governance del sistema e gli interventi normativi e finanziari legati alla gestione dell’accoglienza dei profughi provenienti dall’Ucraina, un piano che si affida in larga parte al Terzo settore. Oltre alla rete dei Centri di accoglienza straordinaria (Cas) e del Sistema di accoglienza e integrazione (Sai), si definiscono infatti forme di ospitalità diffusa, cioè accoglienza organizzata dai privati, in famiglie e in appartamenti, o dalla rete delle associazioni, enti di volontariato, ong, comunità religiose che prenderanno in carico i profughi. Tuttavia modalità e risorse per aiutarli non solo sul piano dell’assistenza sanitaria ma anche dal mercato del lavoro e dello studio, non sono ancora stati definiti e «nel frattempo abbiamo avuto i primi casi di persone che fanno dietrofront e cercano di raggiungere la Polonia, dove i profughi accolti sono un milione e mezzo ma sono già state date risposte in termini di disponibilità lavorative e risorse».
Accoglienza è un impegno, non solo slanci di cuore
Avsi, fin dall’inizio della guerra impegnata con l’assistenza ai profughi e a chi resta in Ucraina, dalla Polonia alla Romania, da Leopoli a Kharkiv, conosce bene queste dinamiche e sa che alla prima e pronta risposta all’emergenza deve seguire un cammino solido e di lungo respiro, per questo ha dato vita all’info point #HelpUkraine, un punto di informazione e coordinamento per rispondere alle richieste dei rifugiati, coordinare l’offerta di ospitalità e sostenere il lavoro di chiunque sul territorio si renda disponibile a fornire aiuto nel processo di accoglienza e integrazione. A partire dalle famiglie alle quali «è richiesto un tempo di ospitalità di almeno sei mesi, cioè un impegno: sei mesi è una soglia che serve a individuare chi è disposto a fare i conti non solo con un desiderio rapido e immediato di fare del bene ma con un percorso, e a oggi abbiamo ricevuto la disponibilità di circa 560 famiglie in tutta Italia. Iniziamo con un incontro per spiegare la situazione in Ucraina e cosa vuol dire accogliere, proseguiremo seguendo gruppi di 4/5 famiglie per approfondire le loro disponibilità e aspettative rispetto ai “profili” dei profughi in arrivo che sono diversi: stiamo parlando di nuclei di mamme e bambini, ragazze sole, anziane».
L’iniziativa nasce grazie al supporto di Associazione Famiglie per l’Accoglienza, una rete di famiglie che da 40 tondi anni si accompagnano nell’esperienza di adozione, affido, ospitalità, cura degli anziani e dei disabili e la propongono come un bene per la persona e per la società intera. Famiglie che già hanno accolto durante le scorse estati bambini provenienti dalle zone di guerra del Donbass e che si sono attivate immediatamente per aiutarli allo scoppio della guerra. Al tavolo di Avsi anche l’Associazione San Martino, Fondazione Franco Verga, Associazione I Bambini dell’Est, la ong ucraina Emmaus e Medici in Famiglia Impresa Sociale, disposti a offrire a costo zero attività complementari sanitarie per la cura di bimbi e anziani in attesa delle disponibilità delle Ats.
Non basta una famiglia, ci vuole il villaggio
Attesa, code, file, «l’altra faccia della medaglia dell’accoglienza è quella incerta dei profughi: quando arrivano, spaesate, le donne che hanno lasciato mariti, figli e genitori in patria, accettano tutto quello che viene proposto, ma dopo qualche giorno iniziano a guardarsi in giro e a mostrare resistenza ad essere ospitate in casa. Chiedono la possibilità di avere uno spazio per loro, una abitazione, un alloggio in un centro. Cercano, per quanto possibile, una piccola stabilità. Al momento stiamo provvedendo in primis ad aiutarle con corsi di lingua per fornire loro qualche rudimento in italiano, cosa estremamente necessaria nelle scuole, e piccoli contributi economici per affrontare spese e muoversi nelle città. Ma una legge che consenta loro un po’ di autonomia è quanto mai urgente e necessaria».
Perché si fa presto a dire accoglienza e pensare che a chi scappa dalla guerra serva in fondo un letto, un pasto, un tetto, amore e compagnia. La verità è che ai profughi serve urgente aiuto per tutto: sbrigare le procedure per l’ottenimento del titolo di soggiorno, per la segnalazione di minori non accompagnati, per l’iscrizione al Ssn, al sistema scolastico; servono alloggi, cash transfer, servizi di sostegno psicosociale, aiuto all’inserimento in attività extrascolastiche, ricreative, ludiche e sportive. Per tutto questo ci vuole una rete e, dal Banco Alimentare a quello Farmaceutico, sono tanti i tavoli avviati da #HelpUkraine per mettere a sistema famiglie, Terzo settore e autorità. «Comuni, parrocchie, associazioni di quartiere: non basta la famiglia, ci vuole un villaggio, un territorio per accogliere. Altrimenti scoppia la famiglia e anche il sistema di accoglienza».
In cerca di verità, non solo di un tetto
Chi arriva si è portato dietro il cane, il gatto: sono tantissimi i profughi che chiedono un posto anche per i loro animali domestici, un fenomeno tutto nuovo nella storia dei rifugiati che avevano tutto e ora aspettano solo di tornare a casa. In molti hanno trovato riparo nelle famiglie dove nonne, zie, madri lavoravano già come badanti o all’assistenza e la cura di anziani e bambini italiani. Ma il pensiero resta quello di tornare a casa, «il fatto stesso che i flussi di profughi abbiano subìto una battuta d’arresto negli ultimi giorni ci dice che in molti, svanito il miraggio della “guerra lampo”, hanno preferito provare a raggiungere zone relativamente tranquille della grande Ucraina, senza abbandonarla. Nessuno ha idea di come si evolverà la situazione».
Dei tantissimi profughi incontrati, Capitanio è rimasto colpito da una giovane donna, incontrata qualche giorno fa a Milano. «Raccontava della madre rimasta in Ucraina e dell’impossibilità di capire quale sia la situazione, dove sia la verità. L’idea della madre sulla situazione del conflitto e quella che si è fatta lei in Italia sono completamente diverse. Questa ricerca del vero e del falso, questo restare vittime di una informazione pilotata rende difficile a chi scappa e a chi resta capire che decisioni prendere e in cosa sperare». La ragazza non è solo a caccia di ospitalità, ma di una verità per cui vivere e riunire la sua famiglia. Anche questo ci dice qualcosa del difficile e profondissimo compito dell’accoglienza, mentre ogni rombo di aereo lontano fa sprofondare anziane nonne di Kiev a cercare riparo sotto il tavolo.
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