
Attacco in Siria. Russia e Iran accusano Trump: «Così favorisci i jihadisti»

tratto dall’Osservatore Romano – Washington, 10. «La nostra priorità è sconfiggere l’Is. Una volta che la sua minaccia sarà stata ridotta o eliminata, potremo rivolgere la nostra attenzione a stabilizzare la situazione in Siria». Questo il messaggio lanciato ieri dal segretario di stato americano, Rex Tillerson, nel corso di un’intervista alla Cbs, a pochi giorni dall’attacco missilistico statunitense alla base aerea siriana di Shayrat. I rapporti con Mosca, principale alleato di Damasco, restano il punto nodale. Sempre ieri Tillerson ha avuto un colloquio con il ministro degli esteri russo, Serghiei Lavrov, nel quale ha sottolineato l’urgenza di un rilancio del dialogo politico. «Ci auguriamo che Mosca scelga di giocare un ruolo costruttivo» ha detto Tillerson.
I colloqui di Ginevra tra governo e opposizione non hanno avuto finora esiti concreti. La principale questione aperta è quella del futuro di Assad. Mosca sostiene Assad, riconoscendone la piena legittimità e considerandolo un fondamentale argine contro l’espansione del jihadismo. L’amministrazione Obama si era sempre opposta all’inclusione di Assad in un eventuale futuro governo di unità nazionale siriano. La posizione di Trump è più sfumata: pur criticando il regime di Damasco, il presidente statunitense non esclude a priori la possibilità di mantenere Assad al suo posto se questo è la condizione necessaria per mettere fine al bagno di sangue nel paese ed eliminare i jihadisti del cosiddetto stato islamico (Is).
Il dipartimento di stato americano non ha fornito dettagli sul colloquio tra Tillerson e Lavrov. Il ministero degli esteri russo ha spiegato come, nel corso del colloquio, Lavrov abbia ribadito la posizione della Russia, che non ritiene veritiera l’accusa mossa ad Assad di aver usato armi chimiche e quindi di aver causato intenzionalmente la strage di Khan Sheikhoun. Da qui la richiesta di «un’approfondita e imparziale indagine» sull’incidente. «Lavrov ha messo in evidenza che un attacco a un paese il cui governo sta combattendo il terrorismo» minaccia la lotta stessa al terrore e la «sicurezza regionale e globale». Tillerson incontrerà Lavrov il 12 aprile a Mosca. Il suo compito non sarà facile. Il segretario di stato è quello che ha usato le parole più dure contro la Russia, definendola «complice o incompetente nel far rispettare gli accordi del 2013». Accuse pesanti, rilasciate poco dopo il raid contro Assad.
Il rischio concreto è quello di una nuova escalation militare. Le forze alleate del regime di Assad, le truppe russe e le milizie sciite libanesi di Hezbollah hanno avvertito ieri che «reagiranno contro qualsiasi attacco al suolo siriano». È quanto si legge in un comunicato congiunto emanato dal comando militare alleato 48 ore dopo l’attacco statunitense a Shayrat. «L’attacco ha oltrepassato tutte le linee rosse. Pertanto reagiremo con fermezza a qualsiasi aggressione contro la Siria e a ogni violazione dei limiti insuperabili, chiunque sarà l’aggressore e gli Stati Uniti conoscono molto bene la nostra capacità di reazione» si legge nel testo pubblicato dal sito del quotidiano «Al Watan», vicino al regime.
A far preoccupare gli analisti è anche la posizione assunta dall’Iran, anch’esso vicino ad Assad. Ieri la Guida suprema, ayatollah Ali Khamenei, ha definito «errore strategico» il raid lanciato da Trump, sottolineando che «la Repubblica islamica non lascerà campo alle minacce». La violenza non porterà a nulla, ha ripetuto Khamenei. L’uso delle armi sta ottenendo soltanto un risultato: il rafforzamento dell’Is.
L’inasprimento della crisi siriana farà da sfondo, oggi, al vertice dei ministri degli esteri del g7 (Stati Uniti, Giappone, Germania, Francia, Regno Unito, Italia, Canada), che si tiene a Lucca ed è presieduto dal capo della diplomazia italiana, Angelino Alfano. Parteciperà anche l’Alto rappresentante dell’Ue per la politica estera e di sicurezza comune, Federica Mogherini. Per discutere sul dossier mediorientale, Alfano ha convocato una riunione straordinaria, domani, allargata a Turchia, Emirati Arabi, Arabia Saudita, Giordania e Qatar, per tentare di rilanciare il processo politico. La priorità dei paesi del g7 resta lo sradicamento dell’Is dalle sue principali roccaforti in Medio oriente, in particolare Mosul. E questo anche per indebolire la sua capacità di proselitismo verso i lupi solitari in Europa. Tra gli altri temi in agenda, il difficile processo di riconciliazione nazionale in Libia, l’attuazione dell’accordo sul nucleare iraniano, la perdurante crisi ucraina, la crescita sostenibile e la governance democratica dell’Africa, la sicurezza informatica e l’agenda dell’Onu sulla prevenzione dei conflitti.
Foto Ansa
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