
Artigiani da record
Chi pensava di sgarrettare Antonio Intiglietta bersagliandolo in una delle tante battute di caccia al politico e all’imprenditore degli anni Novanta, ha sbagliato i suoi conti. A 44 anni l’ex assessore allo Sport e vice-sindaco milanese della Giunta Pillitteri è un imprenditore di quelli che si notano, che affronta i rischi dell’impresa con la stessa baldanza con cui affrontava quelli della politica e che vince scommesse che pochi accetterebbero. E’ lui, infatti, il factotum di “AF- L’Artigiano in Fiera”, mostra-mercato milanese dell’artigianato di qualità che cinque anni fa non esisteva, e che oggi è la più grande del mondo nel suo settore, la più estesa e visitata fra le 80 manifestazioni che tutti gli anni si svolgono nei padiglioni della Fiera di Milano, la più affollata d’Italia. L’imponenza dei numeri non lascia dubbi: 1 milione e mezzo di visitatori, 2.400 aziende espositrici provenienti da 70 paesi dei cinque continenti. Per avere un’idea, si pensi che il Motor Show di Bologna arriva a 850 mila visitatori, la Fiera del Levante di Bari a 500 mila; la IHM di Monaco di Baviera, l’unica fiera artigiana che rivaleggi con AF per numero di espositori, arriva a 200 mila visitatori. Quali sono le ragioni di un successo così travolgente da parte di una manifestazione nata solo pochi anni fa? Intiglietta, che di AF è il presidente, il fondatore e il comproprietario (tramite la società Ge.Fi, ente fieristico della Compagnia delle Opere), non si fa pregare per illuminare chi gli ha posto la domanda: “Per dirla con una battuta, AF batte tutti i record perché è la Campionaria del 2000, cioè è l’erede della Fiera campionaria di Milano degli anni Sessanta che attirava centinaia di migliaia di visitatori in una manifestazione che rappresentava l’incontro fra il popolo e la produzione economica. L’Artigiano in Fiera è una Campionaria del lavoro, dell’imprenditoria, della Piccola e Media Impresa. Perché c’è l’esigenza di fiere specializzate, ma c’è anche la fiera nel senso popolare e tradizionale di incontro fra i produttori e la città, c’è anche un’esigenza, umana e culturale, di creare un luogo di incontro fra il popolo e gli uomini che lavorano. Recuperare questa tradizione ha significato restituire la Fiera di Milano come luogo alla città, al suo territorio; a quel punto la gente si è riappropriata della Fiera nella misura che tutti possono constatare. E ha creato quel clima incredibile e vive fra pubblico ed espositori che ha fatto dire ad un artigiano tedesco: “Nessuna fiera artigiana è pari a quella di Milano per calore umano: io parlo solo tedesco, ma quando vengo qui mi capiscono tutti””.
Dunque c’è ancora spazio per l’artigianato nell’era della globalizzazione economica, nell’era della “new economy”?
Assolutamente sì. Quanto più la produzione si omologa, tanto più il consumatore avverte l’esigenza di qualcosa di originale, di qualcosa “a dimensione umana”. Quanto più la gente si allontana dalla manualità, tanto più ha bisogno degli artigiani che le risolvano i problemi che nascono da ciò. Davanti ai prodotti standardizzati del mercato globale, aumenta il numero di coloro che aspirano a prodotti “autentici” e capaci di esprimere la bellezza del pezzo unico. Qui a Milano avevamo la fiera popolare degli “o bej, o bej” che esprimeva questo desiderio di bellezza che è anche nella gente comune. Adesso è in piena decadenza e il suo testimone l’ha raccolto AF: qui si trova il bello con cui identificarsi, qui si può esercitare il gusto, esprimere una sensibilità. Non solo per quanto riguarda oggettistica, mobili e arredamento, ma anche a livello enogastronomico: ospitiamo il 2° Salone dei Sapori, che è una grande occasione popolare di riscoperta delle origini e della qualità dei prodotti alimentari di tutta Italia. Quanto al suo accenno alla “new economy”, voglio far sapere che quest’anno all’Artigiano in Fiera sarà organizzata, in collaborazione con FastWeb, una piazza informatica dove si vedrà che l’idea di lanciare i piccoli produttori nel mercato globale attraverso la Rete non è solo una trovata da pubblicità televisiva, ma una prospettiva reale.
D’accordo col valore culturale di AF, ma concretamente che giovamento traggono le aziende dalla loro partecipazione?
Per le aziende AF rappresenta una grande opportunità per “testare” i loro prodotti sul mercato, per verificare il rapporto qualità-prezzo: sono piccole aziende che non potrebbero pagarsi studi di marketing e qui trovano le loro risposte. Poi AF rappresenta un’opportunità per sviluppare un mercato proprio, un’alternativa alla logica della sub-fornitura alle grandi marche. Perché a volte le grandi marche spostano la sub-fornitura nel Terzo Mondo, e tu, piccolo produttore italiano, resti a terra. Infine l’Artigiano in Fiera è un’opportunità di vendita non secondaria, che recupera i costi e realizza un profitto. Ormai AF non è solo un posto dove comprare regali di Natale: c’è chi compra mobili, tappeti, oreficeria e pietre lavorate per milioni di lire. Perché ci sono un sacco di cose per cui vale la pena spendere.
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