Anziché da un partito, i cattolici ripartano dall’Opera dei congressi

Di Peppino Zola
21 Gennaio 2019
Mi pare molto poco realistico il pensare ad un nuovo partito (o partiti) “cattolico”. C'è un'altra esperienza cui fare riferimento

Caro direttore, si torna a parlare dell’esigenza che i cattolici tornino a impegnarsi in politica e se ne parla con sempre maggiore intensità. Anche parecchi vescovi sembrano spingere in questa direzione, anche se lo fanno con il solito linguaggio che sembra essere lontano dalla raccomandazione evangelica di dire sì sì e no no: parlano per accenni, come se il popolo dovesse capire per forza. In verità, parlano solo a quella che di solito identifichiamo come “élite”.

Mi sembra positivo il fatto che, in questo modo, si affermi il principio che il cristiano debba far coincidere la propria fede con tutta la propria vita, compresa la politica. Quando il Servo di Dio don Luigi Giussani sottolineava questa dimensione della nostra esistenza, molti storcevano il naso. Sono lieto che ora, con 60 anni di ritardo, ci si metta su questa strada, seppure indirettamente.

D’altra parte, mi sembra che nell’attuale discussione vi sia poco realismo, che deve sempre essere un altro punto di riferimento del cristiano, se non vuole diventare anch’egli schiavo di qualche ideologia. C’è poco realismo quando non si prende atto che già molti cattolici sono impegnati in politica, anche se lo sono in diverse formazioni partitiche, spesso contradditorie tra di loro. Non c’è realismo quando non si considera che i cattolici, non solo in politica, sono attualmente molto divisi, il che è anche frutto del fatto che troppa parte della Chiesa italiana ha rinunciato da tempo ad educare il proprio popolo, avendo «vergogna di Cristo» (copyright Giussani) ed avendo dimenticato la propria dottrina sociale, che non viene mai letta nella sua globalità.

La verità è che chi oggi parla di impegno politico dei cattolici, in effetti pensa (senza dirlo apertamente) ad un partito dei cattolici o di cattolici. Ed anche questa ipotesi mi sembra poco realistica, soprattutto per due ragioni. Prima: l’ipotesi viene formulata nel momento del minimo storico della presenza dei cattolici nel Paese, anche per i motivi già detti. Quando nacque il Partito popolare, i cattolici impegnati con la vita erano tanti e, soprattutto, avevano creato, da protagonisti benché fuori dalla politica attiva, scuole, casse rurali, istituti di accoglienza, associazioni e così via, che costituivano la base reale di un partito politico. Oggi la presenza dei cattolici appare molto unilaterale e volta solo al tema dell’accoglienza, avendo abbandonato ogni preoccupazione culturale e missionaria. E, soprattutto, essa appare molto minoritaria, capace di rappresentare un percentuale molto bassa dei nostri cittadini. Seconda ragione: come detto, i cattolici sono molto divisi e ciò potrebbe far nascere non uno, ma due partiti “cattolici”, uno di centro destra ed uno di centro sinistra, posto che questa terminologia abbia ancora senso.

Vedo che molti stanno aprendo questa tematica approfittando della ricorrenza che ricorda il famoso appello di don Sturzo ai “liberi e forti”. Come ha correttamente osservato Ernesto Galli Della Loggia sul Corriere di venerdì 18, tale appello non aveva alcun contenuto “ideologico”, ma si rivolgeva molto concretamente a “tutti” su alcune iniziative concrete da assumere insieme. Mi pare, invece, che l’attuale dibattito parta da una preoccupazione “ideologica”, molto legata agli ultimi risultati elettorali: è strano che la proposta non sia nata anche durante i governi di centro destra e di centro sinistra, che hanno portato gravi ferite alla concezione antropologica indicata dalla dottrina sociale della Chiesa.

A me pare molto poco realistico il pensare ad un nuovo partito (o partiti) “cattolico”. Data la situazione oggettiva a cui ho prima accennato (mi scuso per la sommarietà degli accenni, obbligata dalla brevità forzata di una “lettera”), penso che la strada da percorrere sia un’altra. Preso atto che i cattolici in politica militano, anche per ragioni non secondarie, in partiti diversi e che questa situazione appare irreversibile (con buona pace di tanti nostalgici), credo che i cattolici italiani dovrebbero pensare ad un comune “luogo” prepartitico, nel quale tutti si ritrovino sistematicamente, per analizzare la situazione e concordare alcuni punti saldi su cui ognuno si impegni a lottare, qualunque sia il partito di appartenenza.

Tutta la Chiesa italiana in quanto tale dovrebbe aiutare il nascere di un tale “luogo”, la cui ultima responsabilità dovrebbe risalire direttamente ai laici. Mi torna in mente un’esperienza già compiuta dai cattolici italiani, a cui oso accennare anche se sono cosciente delle diversissime situazioni storiche. Penso all’Opera dei Congressi, che metteva insieme cattolici anche di diversa impostazione, ma con l’unica preoccupazione di assicurare una presenza cristiana, anche in un momento in cui i cattolici non potevano neppure partecipare alla vita politica italiana. Fu da quell’Opera che poi si formarono il Partito popolare e poi la Democrazia cristiana. Occorre avere la pazienza di percorrere una strada analoga per ricostruire un tessuto che oggi non mi pare ci sia.

Pensare, oggi, ad un partito di cattolici mi sembra non solo irrealistico, ma anche inutilmente presuntuoso. Ripartiamo, piuttosto, da un serio lavoro di base, messo in atto da una operosa rete di presenze che miracolosamente ancora ci sono. Confrontiamoci fraternamente in un luogo di dibattito e poi usciamo nel mondo politico per testimoniare e lottare per l’affermazione di un vero bene comune. Oggi un partito di cattolici sarebbe di ostacolo a questo cammino e non di aiuto.
Peppino Zola via email

Foto Ansa

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