
Almeno impariamo qualcosa dal disastro tecnico sui marò: riformiamo la Costituzione
La vicenda dei due marò italiani collocati su una nave commerciale, arrestati con presupposti contorti e in modo improprio, mandati in patria per brevi periodi, trattenuti irritualmente e poi restituiti sbracatamente a una Nuova Delhi che minacciava di arrestare il nostro ambasciatore, è terribile ed emblematica.
VICENDA TERRIBILE. Terribile perché è tragico vedere l’avvilimento in cui si è prostrata la nostra nazione e come si gioca con la vita di due nostri connazionali pur forti di un alto senso della propria dignità, perché è incredibile cogliere di quale trasandatezza sia capace un governo che si considerava restitutore della “credibilità” all’Italia, perché sono intollerabili le meschinità che accompagnano la vicenda, la non assunzione di responsabilità caratterizzanti il comportamento dei vari protagonisti: naturalmente a partire dal presidente del Consiglio che doveva avere un ruolo centrale in tutto il caso e invece si è vergognosamente defilato finché ha potuto.
LE NAZIONI CONTANO ANCORA. Oltre che terribile è anche una vicenda significativa perché spiega nettamente nei fatti come non si viva ancora in un mondo totalmente armonioso, dove le strutture internazionali di cui l’Italia fa parte (dall’Unione Europea alla Nato all’Onu) svolgano automaticamente un ruolo di protezione dei singoli soci i cui diritti sono violati. Dove anche una grande democrazia con un ruolo globale rilevante come l’India (ma lo stesso aveva fatto un altro protagonista pur molto positivo della vita internazionale come il Brasile di Lula sul caso Battisti) non esita per fini di politica interna (tenere buono uno Stato federale e magari limitare l’influenza di qualche italiana sugli affari nazionali) e internazionale (segnare il ruolo di potenza regionale che stabilisce accordi innanzitutto con Washington ma che è assolutamente padrona a casa propria) a usare un’improbabile questione “penale” per segnare punti a proprio vantaggio. Insomma scrutando nel “mondo armonioso” emerso dai casi dei due poveri marò ci si rende conto di come la sovranità nazionale (quella assolutamente operativa indiana e quella al contrario “inceppata” di Roma) pesi ancora in modo decisivo sulla scena internazionale.
DISASTRO TECNICO. E qui veniamo all’emblematicità italiana della vicenda: la palese evanescenza della nostra sovranità. Uno Stato funzionante avrebbe attivato, usando anche i numerosi strumenti di pressione, le nostre varie reti di alleanze e associazione oltre che il peso economico che ancora abbiamo, per trattare una soluzione tempestiva dell’“incidente”. Che questo non sia stato fatto non dipende solo dalla pur evidente mediocrità di protagonisti come Mario Monti e Giuliomaria Terzi di Sant’Agata, ma dalla carenza strutturale di un governo tecnico che non contando su una vera base sociale (la lista di Monti ha aggiunto un 1,2 per cento di voti a quelli che già si erano espressi per Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini) non aveva alcuna forza in campo internazionale. Uno Stato può difendere la propria sovranità anche senza avere un assetto democratico: considerate soltanto la potenza della Cina cioè di quello che è sostanzialmente un regime diretto dall’esercito. Ma se ha un assetto democratico l’efficacia della sua sovranità nazionale dipende dalla consistenza del suo sistema di sovranità popolare.
IMPARARE DAI MARÒ. Senza basi solide nazionali non c’è alcuna possibilità di esprimere un peso globale: l’idea vanesia e bizzarra di essere credibili perché si è guidati da un buon tecnico è esemplarmente falsificata dal travaglio dei poveri Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, che oggi raccolgono i frutti del lungo lavorio compiuto dai settori politicizzati, fanatici e in parte corporativi della magistratura, dall’infingardia di un sempre più piccolo establishment economico, nonché dalle larghe schiere dei tagliagole forcaioli, di tutti coloro che hanno impedito una vera sovranità popolare cioè la necessaria base democratica per una salda sovranità nazionale. In questo senso sarebbe decente che i sacrifici dei due nostri connazionali servissero almeno per avere consapevolezza della situazione in cui ci troviamo.
SPIRAGLIO COSTITUZIONE. In un mondo dagli equilibri molto incerti in cui l’amministrazione Obama ha qualche difficoltà a definire chiari obiettivi e pare in alcuni casi preferire qualche destabilizzazione a serie assunzioni di responsabilità. In cui Berlino sembra attenta solo alle proprie elezioni di settembre più che a definire un orizzonte chiaro per l’Europa. Roma ben lungi dall’essere più credibile oggi appare sostanzialmente alla deriva di qualsiasi manovra: sia che si usi Cipro per mandarci dei segnali, sia che si trovino complici italiani per mettere le mani su alcune nostre grandi imprese (iniziando con Finmeccanica). Nel caos che caratterizza la nostra scena politica, l’unica nota positiva è che finalmente si sia iniziato a parlare di una riforma della Costituzione che aiuti a ridare centralità alla sovranità popolare nella gestione dello Stato. È uno spiraglio. Molto stretto. Bisognerebbe ragionare su come allargarlo.
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