Affonda il decreto “Salva Ilva”. Purtroppo avevamo ragione noi

Di Luigi Amicone
25 Novembre 2015
Come avevamo previsto dieci mesi fa, il tribunale federale di Bellinzona si è opposto al rientro dei capitali sequestrati alla famiglia Riva.

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Il tribunale svizzero si oppone al rientro dei capitali sequestrati alla famiglia Riva. E così decreta anche il fallimento del decreto Renzi “salva Ilva”. Decreto approvato agli inizi dell’anno in corso, che contava di utilizzare i soldi degli ex proprietari dell’acciaieria per far ripartire l’azienda. Oggi quel provvedimento approvato dal governo Renzi e votato in parlamento, rischia di trasformarsi nella pietra tombale messa sulla ex più grande acciaieria d’Europa. Nella perdita secca di migliaia di posti di lavoro. E, visto che l’Ilva è stimata pesare quasi mezzo punto sul Pil italiano, nell’azzeramento della nostra ripresa economica. Tutto come (purtroppo) previsto da Tempi dieci mesi orsono.

tempi-taranto-ilvaRicapitolando: per “salvare” un colosso dell’acciaieria mondiale smontato pezzo a pezzo dalla procura di Taranto con una raffica di procedimenti e sequestri che negli ultimi anni hanno provocato il collasso della produzione e impedito di fatto anche la possibilità di applicazione di severissime norme ambientali, il decreto Renzi contava di recuperare 1,2 miliardi agli ex proprietari dall’azienda.
«Il nocciolo delle risorse sta nel conto Riva bloccato in Svizzera» scrivevamo all’indomani del decreto che nel febbraio scorso si proponeva di rimettere in sesto qualche pezzo d’acciaieria e, soprattutto, salvare qualcosa come quindici mila posti di lavoro, tra Taranto e indotto.

Per raggiungere l’obiettivo Renzi contava appunto di utilizzare questi 1,2 miliardi dei Riva, depositati su un conto svizzero e fatti sequestrare dalla Procura di Milano nell’ambito di un processo in cui gli ex proprietari dell’Ilva sono accusati di truffa e riciclaggio.
Niente a che vedere con il caso dell’acciaieria dichiarata in stato di insolvenza dopo un triennio di “cura” giudiziaria, “espropriata” e “nazionalizzata” con la messa in amministrazione straordinaria sotto l’ombrello della “Legge Marzano”. Ma i soldi, come si sa, non puzzano. Si trattava solo di capire come sbloccarli dalla Svizzera e metterli sul piatto del “rilancio” di un’azienda che non paga più i fornitori e in tre anni è stata ridotta sul lastrico grazie all’incredibile scontro tra potere giudiziario e potere esecutivo (con trionfo, naturalmente, della Procura tarantina).

Da perfetti ignoranti del diritto quali siamo, così, a naso, ci eravamo permessi di dubitare delle certezze granitiche del procuratore generale di Milano Francesco Greco. Ispiratore dell’emendamento fatto proprio dal governo che considerava cosa fatta l’utilizzo degli 1,2 miliardi dei Riva e quindi li convertiva in “obbligazioni”. Che i giudici elvetici fossero disposti a rendere disponibile la cifra sequestrata prima di una sentenza passata in giudicato, ci sembrava una scommessa un po’ rischiosa. Ci chiedevamo infatti a quale quadro di Stato di diritto si ispirassero le veline governative che davano per «ipotesi molto remota che i Riva possano alla fine risultare vincitori delle diverse cause penali pendenti» (Ansa). E aggiungevamo che «porre sotto lo scudo della ragione di stato un sequestro avvenuto con una sentenza che deve ancora passare al vaglio di (due) altri gradi di giudizio, come minimo rappresenta una neanche troppo lieve pressione nei confronti dei giudici a cui spetterà la valutazione del caso in appello e, probabilmente, in Cassazione».

Detto fatto, martedì 24 novembre, il tribunale federale di Bellinzona ha confermato le nostre previsioni e mandato gambe all’aria il già risibile piano governativo di salvataggio dell’acciaieria. Accogliendo il ricorso delle figlie di Emilio Riva, i giudici del tribunale elvetico hanno dichiarato “irricevibile” la richiesta di far rientrare in Italia gli 1,2 miliardi di euro. Per i magistrati svizzeri l’utilizzazione da parte dello Stato italiano di questi soldi «costituirebbe un’espropriazione senza un giudizio penale».

@LuigiAmicone

Foto acciaieria da Shutterstock

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13 commenti

  1. recarlos79

    l’ilva l’hanno fatta fallire i riva che col loro comportamento hanno pure ucciso gli abitanti che ne respiravano l’aria. nessuno stupore dei banchieri svizzeri che ci hanno messo quasi un secolo per restituire una piccola parte dell’oro che i nazisti avevano depositato dopo averlo sequestrato agli ebrei.

  2. Gian

    Perfettamente d’accordo col Sig. Giuseppe, i giudici non hanno colpa , lo stato ha dato l’ ILVA in mano a mafiosi.Da dipendente spero che chiuda , non è possibile che nel 2015 ci sia una azienda causa di infortuni e morte continua.

  3. giuseppe

    Gentile Amicone, lei attribuisce la responsabilità del fallimento Ilva alla procura. Ora mi dica: Di fronte a chiare perizie epidemiologiche ed ancora più chiare intercettazioni telefoniche, la procura cosa avrebbe dovuto fare? Far finta di nulla? Dire: Siccome fate denaro potete far respirare cancerogeni in quantità ai bambini di Taranto? Ci faccia sapere, per cortesia, lei che e’ un genio del diritto

    1. fiore

      Lei ha ragione

    2. Filippo81

      Gentile Giuseppe, leggete bene gli articoli e informatevi anche tramite fonti esterne.La speranza era quella che con i soldi dei Riva si potesse rilanciare gradualmente l’azienda tarantina, con le dovute cautele antinquinamento, ovviamente.Adesso 15000 famiglie , numerosi bambini inclusi, resteranno a “spasso”,,,però che soddisfazione poterne cantare quattro al Direttore Amicone! Sono politicamente lontanissimo da Amicone,ma il disfattismo è una cosa vomitevole !

      1. Giuseppe

        Gentile Filippo81, leggete bene gli interventi e informatevi anche tramite fonti esterne. Nessuno sostiene che ciò che sta avvenendo non sia grave e delicato. Ciò che non condivido e’ l’attribuzione di colpe alla procura di Taranto anziché, come emerso dalle intercettazioni, ad una classe politica corrotta e connivente con il potere economico. Ripeto la mia domanda: Di fronte ad una chiara perizia redatta da tre massimi esperti mondiali di epidemiologia in cui si dichiarava testualmente essere la fabbrica causa di malattia e morte, di fronte ad uno studio del ministero della sanità dichiarante la presenza a Taranto di un tasso di tumori infantili superiori alla media e di fronte a chiare intercettazioni telefoniche da cui era emerso palesemente il sistema di corruzione che governava l’ Ilva, la procura cosa avrebbe dovuto fare? Me lo può gentilmente spiegare?

      2. Giuseppe

        Gentile Filippo, credo non abbia inteso la natura del mio intervento. Saluti.

        1. filippo81

          Probabilmente non ho inteso la natura del tuo intervento, Giuseppe.Ad ogni modo poco è stato fatto per salvaguardare i numerosi posti di lavoro legati all’Ilva,come succede sempre da quando in Italia è subentrata la “seconda repubblica”.Un “ringraziamento”va anche al tribunale federale di Bellinzona !

  4. Antonio

    La cosa che mi sconvolge di più e che fino ad ora nessun operaio ILVA abbia fatto dimostrazioni davanti alla Procura la vera responsabile dei licenziamenti e dell fallimento dell’azienda.

    1. varenne

      Il responsabile sei tu che non sai quello che dici.

  5. malta

    siamo governati da ignoranti di bassa lega

  6. SUSANNA ROLLI

    PS: in tutti i sensi.

  7. SUSANNA ROLLI

    Povera Italia!

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