L’affascinante viaggio alla scoperta della “particella di dio”

Di Chiara Rizzo
19 Dicembre 2014
Un documentario racconta come si è arrivati alla scoperta del bosone di Higgs: «Ora che siamo giunti al vertice della conoscenza umana, comprendiamo di non aver finito»

«Oggi siamo arrivati di fronte ad una scoperta incredibile per la fisica. Le nostre piccole menti umane, in 4 milioni di anni, si sono spinte sin quassù: cercare di comprendere qual è l’origine dell’universo. E ora che siamo arrivati a questo risultato storico, ora che siamo riusciti a trascriverlo con una formula matematica comprensibile a tutti e che si può racchiudere in un foglio di carta, ora comprendiamo che la nostra ricerca non è ancora finita». A parlare così è uno dei sei fisici del Cern di Ginevra protagonisti del documentario, in anteprima italiana, “La particella di Dio”, trasmesso per la prima volta mercoledì 17 dicembre, e in replica giovedì 18 a mezzanotte e sabato 20 alle 16 su Laeffe (canale 50 del digitale terrestre): un viaggio dietro le quinte di una straordinaria scoperta della fisica, ma anche dietro al lavoro di squadra di tanti uomini (molti gli italiani nello staff del Cern che si sono occupati della scoperta del Bosone di Higgs, la “particella”) davanti agli interrogativi sui confini della scienza e della fede.

DAL NULLA ALLA MATERIA. Il documentario ha il pregio di dar voce a questi scienziati, che in modo comprensibile riescono a spiegare cosa sia la “particella”. La scoperta ufficiale del Bosone di Higgs è datata 4 luglio 2012 e annunciata dalla scienziata Fabiola Gianotti che ha guidato l’esperimento Atlas: in realtà, la sua esistenza era stata formulata a livello teorico da Peter Higgs (vincitore del nobel per la fisica nel 2013 proprio per il bosone che porta il suo nome) ben 35 anni prima. Higgs fu il primo a intuire che di tutte le particelle ce n’era una che aveva reso possibile il passaggio dal nulla alla materia nei primissimi istanti subito dopo il Big bang. Una particella che fungeva da collante, e che costringeva tutte le particelle a interagire, a integrarsi, a dar vita a molecole che più avanti (miliardi di anni dopo) avrebbero dato origine ai pianeti, compreso il nostro. Senza il Bosone di Higgs tutto ciò a livello fisico non era spiegabile né possibile: anche da qui il secondo nome dato all’elemento, la particella di Dio. Dopo la scoperta di Higgs occorreva verificarne l’esistenza: così per i decenni successivi centinaia di scienziati sono stati coinvolti a vario titolo nella realizzazione di un esperimento di difficoltà inimagginabili. L’esperimento, in parole povere, avrebbe dovuto simulare il più possibile le forze e gli spostamenti delle particelle alla velocità della luce, come accaduto subito dopo il Big Bang, e visualizzare quel Bosone.

Fabiola Gianotti, coordinatrice dell’esperimento Atlas, abbraccia Peter Higgs, il giorno dell’annuncio sulla “particella di Dio”

«FALLIRE CON ENTUSIASMO». Nel 1987, Fabiola Gianotti era una ventisettenne post dottoranda quando si aggregò al Cern di Ginevra e iniziò a lavorare sul progetto per l’acceleratore di particelle, che poi dal 1992 si chiamò Atlas. Nel film documentario è lei stessa a raccontarlo, insieme agli altri fisici (tra cui un fisico iraniano scappato dal regime di Teheran, una giovane inglese alle primissime armi) coinvolti nell’esperimento. La telecamera per la prima volta mostra l’imponenza di Atlas, il rilevatore di quella particella mai vista prima dall’occhio umano, un colosso di 46 metri, «alto quanto un palazzo di cinque piani e interamente composto da biotecnologie avanzate» come racconta una dei fisici. Per la prima volta anche chi fisico non è può sbirciare sull’Lhc, l’acceleratore delle particelle alla velocità della luce, lungo 27 metri. Dietro le quinte della lunghissima caccia alla particella di Dio si apprende tutto lo scetticismo che c’era anche nel mondo scientifico (addirittura, quando per la prima volta Lhc fu messo in funzione, nel 2008, ci fu chi tra gli scienziati ammonì che la particella di Dio avrebbe fatto “collassare” il nostro pianeta su se stesso, portando alla scomparsa del genere umano e della Terra), ma anche il coraggio che ha accompagnato questa che i protagonisti hanno vissuto come un’avventura della conoscenza. Un’umiltà ben sintetizzata da uno dei fisici, dopo l’ennesimo errore (Lhc nel 2008 non funzionò bene, e fu ri-azionato solo un anno dopo): «Fallire mantenendo inalterato l’entusiasmo è il segreto del successo». Un viaggio sino a quel 4 luglio 2012, quando proprio Gianotti ha dichiarato davanti alle telecamere di tutto il mondo: «Il meccanismo di Higgs entrò in azione dopo un centesimo di miliardesimo di secondo dalla esplosione del Big Bang e diede massa ad alcune particelle lasciandone altre senza massa». Tra il pubblico, ad ascoltarla, anche Peter Higgs, ripreso dalla telecamera mentre piangeva, commosso di vedere, ormai anziano, la conferma della sua intuizione.

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