
Addio alle armi
Francesco Maisto, sostituto procuratore alla Procura Generale di Milano presso la Corte d’Appello e specialista in criminologia clinica, è quel che si dice un magistrato di lungo corso, che ha sulle spalle più di vent’anni di esperienza sia come pubblico ministero, sia come giudice giudicante. Nel corso dei dieci terribili anni del terrorismo ha ricoperto lo scomodissimo (e pericoloso) ufficio di magistrato di sorveglianza del carcere milanese di san Vittore e quello di presidente del Tribunale di Sorveglianza per tutta la regione. Attualmente fa parte della Consulta nazionale sulle tossicodipendenze e recentemente ha presieduto la speciale commissione che ha formulato i protocolli d’intesa tra la Regione Lombardia e il ministero di Grazia e Giustizia per la realizzazione sul territorio lombardo di esperienze pilota nel campo del trattamento dei detenuti. Alla fine della nostra lunga conversazione al terzo piano del più famoso e kafkiano dei palazzi di giustizia italiani, il dottor Maisto ci ha detto: “Ho avuto un sussulto al cuore quando ho visto che Formigoni e Diliberto firmavano la stessa carta. Che uomini appartenenti a due culture profondamente diverse abbiano convenuto sulla necessità politica di realizzare certe innovazioni del sistema penitenziario, è un fatto che lascia ben sperare. Che il comunista Diliberto e il cattolico Formigoni si mettano insieme e ci diano strumenti concreti, ad esempio, per far in modo che quando ci sono bambini con le mamme in carcere, né i bambini, né le madri restino in carcere, oppure per realizzare la mediazione, bè è una cosa che fa onore alla politica. Invece molti tra i politici e i magistrati si limitano ad esternare. Nel caso Formigoni-Diliberto si dimostra, se non altro, che c’è chi ha anche il coraggio di agire. E agire, in questo caso, è indice di costruttività e di volontà di pacificazione”.
“Costruttività”. “Pacificazione”. Da quanto tempo non riecheggiano più queste parole nei tribunali? All’apogeo dell’epoca delle cosiddette “Mani Pulite”, abbiamo assistito al grande spettacolo – ha detto il presidente Scalfaro – delle “manette facili”. Non è che oggi le cose sono cambiate granché se è vero, come è vero, che una donna somala può essere separata dai figli e tenuta innocente in carcere sei mesi…
Ecco vede, questo è esattamente il contrario di quello che intendo io per giustizia, che è equilibrio e percezione del giudizio come momento drammatico e comunque mai definitivo su un essere umano. Purtroppo oggi noi viviamo spesso in un clima per cui la giustizia procede come una falange armata. Io non dico che non possa procedere anche così, come macchina da guerra, ma questo è ragionevole in presenza di situazioni di emergenza, ovvero in presenza di un’immediata minaccia. Non sono per i guanti di velluto sempre e comunque. Dico però che questa non può essere la normalità.
Qualche magistrato si è lamentato della legge Simeone-Saraceni. Dicono: “la svuotacarceri” . Cosa ne pensa?
Guardi, avendo contribuito alla stesura del progetto di legge noto come “progetto Manconi”, che è stato il prodromo della Saraceni-Simeoni, non posso che dissentire da questo giudizio, mi lasci dire, superficiale e demagogico. E poi, a otto mesi dall’entrata in vigore della nuova legge i detenuti scarcerati, motivatamente scarcerati, sono 647. Svuotacarceri?
Le ricordo che le maggiori critiche sono venute dal suo Tribunale…
Sì, è vero, recentemente c’è stata una polemica terribile da parte di qualche autorevole rappresentante della Procura della Repubblica di Milano che collega il discorso della microcriminalità a Milano con ciò che di ineffettivo nell’esecuzione della pena ha portato la legge Simeone-Saraceni. In realtà la legge ha semplicemente posto rimedio ad un fatto di inciviltà a danno dei più deboli che esisteva nel nostro ordinamento. Invece si continua a protestare, e io dico: è una giustizia aggressiva! La gente la vogliono vedere a tutti i costi in galera.
Lech Walesa spiegò un giorno a Solidarnosc: “Non c’è bisogno di impugnare i fucili. Per fare la rivoluzione basta applicare alla lettera la folle legislazione socialista. Paralizzeremo il paese, i politici dovranno trattare con noi”. Non le sembra che anche in Italia sia accaduto qualcosa di simile e che oggi non c’è ambiente di lavoro, scuola, ufficio, ospedale, in cui legalità non sia troppo spesso sinonimo di demagogia e di nuove forme di sopruso?
Certo. All’epoca del dipietrismo imperante dicevo: stiamo attenti, perché per un tangentista in carcere, abbiamo come effetto di risonanza 100 extracomunitari in carcere, 100 tossicodipendenti in carcere. La realtà mi ha dato ragione. Ci sono gli atti dei convegni a documentarlo. Fermo restando che i reati vanno senz’altro puniti, è un certo modo di cercarli, di trovarli, di perseguirli che porta “un” modello di magistrato ad essere “il” modello di tutta la magistratura. Questo è il problema. Mani Pulite l’ha fatta anche mia moglie come Gip, ma nessuno conosce il suo nome. Altri sono assurti a personaggi pubblici, sono diventati i modelli, hanno fatto carriera in politica oppure al Consiglio Superiore della Magistratura. Quelli che hanno fatto il loro dovere con serenità, con coscienza, questa carriera non l’hanno fatta. Il che però, non esclude che un certo tipo di modello sia stato un fatto negativo per la crescita della magistratura. Perché la crescita della magistratura è sempre proporzionata alla capacità di dubbio che la magistratura ha, alla capacità di interrogarsi sul caso che gli viene proposto. È un punto fondamentale. Da qui infatti c’è il passaggio immediato a quella che è la cultura della giurisdizione, che non è la cultura della pubblica accusa, ma consapevolezza della difficoltà e dei limiti del giudicare. Questo predominio della cultura della pubblica accusa rispetto alla cultura della giurisdizione, secondo me deve essere recuperato da parte di quest’ultima. Altrimenti andremo verso la paura del giudizio. Anzi, la paura è già qualcosa, perché significa che uno ha messo delle radici per poter giudicare, perché poi un giorno saremo giudicati. Comunque il problema vero è la superficialità nel giudizio, cioè la rimozione del dramma del giudizio. Questo aspetto non c’è più. E poi c’è stata appunto questa fase storica in cui il rapporto tra requirente e giudicante si è ribaltato: l’autorevolezza del giudicante in qualche modo è stata offuscata. E questo è un danno notevole.
“L’imputato non poteva non sapere”. “Non ci sono quasi mai innocenti ma solo colpevoli da scoprire”. Cosa c’è dietro questa cultura giudiziaria del sospetto elevato a sistema?
Qui il problema è che si è associata una visione burocratica dell’attività giudiziaria che porta a vedere soprattutto le carte e meno le persone che stanno dietro alle carte. Quindi il problema della produttività e della statistica, rispetto ai casi umani che ci sono. Il che non significa pietismo, perché nella stragrande maggioranza dei casi stiamo parlando di persone per le quali non c’è ancora una sentenza passata in giudicato, quindi vale ancora la presunzione di non colpevolezza. Dall’altra parte in questi anni si è fatta strada una sorta di incomprensione culturale nei confronti della gratuità, nei confronti dell’essere umano che in modo disinteressato, senza alcun tornaconto, compie degli atti di generosità. Oramai la generosità è quasi un fatto incomprensibile, che non si capisce e in cui dunque bisogna per forza vederci qualcosa che non necessariamente c’è. Da qui a fare il passo di quelle che io chiamo “autentiche cattiverie” ci vuole poco. Quando io vedo nelle carceri qualche caso di persona di 75 anni completamente rifatta, e non per motivi estetici, ma per via del fegato distrutto e sento dire: “Deve rimanere in carcere perché ha commesso delle truffe”, io resto a bocca aperta. Questa è proprio cattiveria.
Secondo lei quali sarebbero le iniziative urgentissime da prendere in tema di riforma della giustizia?
In primo luogo non bisogna pensare che siano i grandi processi il termometro per valutare lo stato di salute della giustizia in Italia. La verità è che il cittadino che si imbatte nella giustizia, non importa in che veste, sia esso imputato o semplicemente testimone, si accorge subito di essere ingoiato da una macchina cieca. Diciamo la verità, oggi la giustizia è un macello. Occorre quindi porsi anzitutto il problema di una giustizia quotidiana razionalmente funzionante, non necessariamente efficiente nel senso di produttiva o aggressiva, perché il problema non è quello dei numeri. Allora le riforme ordinamentali sono fondamentali. Quando si parla di un giudice unico in primo grado, che sia quello togato e si occupi soltanto dei processi alla criminalità vera, o quando si parla della necessità del giudice di pace onorario, che sia molto radicato nel territorio, che possa essere conosciuto dalle vittime dei reati all’interno dei quartieri, queste sono le cose da realizzare nell’immediato. Io, ad esempio, penso che di fronte ad uno scippatore sarebbe molto meglio avere un “giudice onorario di pace”, col potere di imporre allo scippatore di pulire i giardini pubblici di un certo quartiere, sotto gli occhi della Polizia Municipale. In questa prospettiva allora capirei anche una giustizia federalista.
Fino alla possibilità dell’elezione del giudice da parte dei cittadini?
Devo dire che quando si arriva all’idea di “giudice onorario” non disdegno nemmeno l’idea dell’elettività. Perché qui c’è la necessità della sottolineatura di una giustizia riparativa, che attraverso atti concreti ripari al danno arrecato alla comunità. E ciò si ottiene non necessariamente attraverso il carcere, che invece produce soltanto danni e non aiuta né l’autore, né la vittima del reato.
Ha in mente qualche modello straniero?
Apprezzo molto i modelli nord europei, come quello scandinavo e quello elvetico. Secondo me, però, il pericolo grosso è quello di un abbraccio mortale tra gli ambienti criminologici ex-sovietici e quelli aggressivi nordamericani, a tolleranza zero. Invece c’è una linea che non è né pietista, né buonista, ma che è pensosa per evitare la recidività e allo stesso tempo vuole coinvolgere sempre di più la comunità nella ricerca di un modo di far espiare la pena, visibile e utile a tutti, a chi ha sbagliato, a chi ha ricevuto l’offesa, alla comunità.
Non è forse l’idea di una sussidiarietà della giustizia?
Ma certo, tant’è che la giustizia nasce – l’abbiamo perduto di vista – come sussidiaria rispetto alle politiche di ogni stato. Nasce come sussidiaria rispetto alle politiche del territorio, come rispetto alle politiche sociali e rispetto alle politiche dell’assistenza. D’altra parte, pensi per esempio a quanto avviene in materia di rifiuti. Quello è sicuramente un orientamento giusto. Che senso aveva prevedere reati, tra l’altro con pene bassissime, irrisorie, di fronte a situazioni che richiedevano soprattutto necessità di controlli? Ha molto più senso, come è previsto oggi dal decreto Ronchi, far pagare, colpire l’imprenditore nella tasca. Invece questa giustizia si propone sempre e comunque come elemento centrale di tutto il sistema con il braccio armato che è il carcere. Al contrario, io penso che le spese di uno Stato dovrebbero andare sempre più verso ciò che una volta si chiamavano “i granai della nazione”: scuola, educazione, assistenza.
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