Le accuse a Trump e il rischio “sudamericanizzazione” degli Stati Uniti

Di Paolo Manzo
07 Aprile 2023
Prima di esultare per l'incriminazione dell'ex presidente guardate cosa succede nei paesi dell'America latina dove fare arrestare l'avversario politico è normale, scrive il Wall Street Journal
Brasile deputati Lula Trump
Febbraio 2019. Due deputati della maggioranza dell'allora governo Bolsonaro mostrano un'immagine dell'ex presidente Lula vestito da carcerato. Oggi Lula, uscito dal carcere, è di nuovo presidente del Brasile (foto Ansa)

«Dove l’accusa politica è di routine» è il sottotitolo di un interessante articolo del Wall Street Journal di mercoledì, firmato da Daniel Raisbeck, analista politico presso il Center for Global Liberty and Prosperity del Cato Institute e già candidato a sindaco di Bogotà, in Colombia, nel 2015. Il ragionamento di Raisbeck è semplice: chi negli Stati Uniti oggi festeggia i 34 capi d’accusa contro l’ex presidente Donald Trump che potrebbero portarlo dietro le sbarre farebbe bene a guardare all’America Latina come un esempio da non seguire.

L’articolo non a caso è corredato da una foto dell’ex presidente brasiliano, Jair Bolsonaro, mentre mostra un’immagine dell’attuale presidente, Luiz Inácio Lula da Silva, dietro le sbarre. Risale all’ottobre dello scorso anno e sintetizza bene che cosa sia la politica, ai massimi livelli, in America Latina, ovvero battaglie sempre più spesso giudiziarie, con condanne che a seconda dei magistrati colpiscono un candidato piuttosto che l’altro.

Gli esempi di Nicaragua, Cuba e Bolivia

L’esempio più lampante in tal senso è quello del sandinismo incarnato da Daniel Ortega in Nicaragua, che prima delle presidenziali farsa di due anni fa ha trovato il modo più semplice per rivincerle, ovvero fare arrestare tutti e sette i candidati che gli si opponevano. Stesso modus operandi usato, del resto, anche a Cuba da 64 anni, dove chiunque non sia comunista e aspiri a fare politica viene arrestato in quanto antirivoluzionario dalla “giustizia” (volutamente tra virgolette e scritto con la lettera minuscola). Al momento Cuba ha oltre mille prigionieri politici mentre la terza dittatura latinoamericana, il Venezuela, ne ha più di 250. Sia Managua che L’Avana e Caracas ricorrono sovente alla tattica di liberare i prigionieri politici per ottenere qualche vantaggio a breve termine.

Ortega lo ha fatto il febbraio scorso, spedendone a Washington 222, privati anche della cittadinanza e spogliati di ogni proprietà in patria, anche se non è riuscito a liberarsi del vescovo Rolando Álvarez che, rifiutandosi di salire sull’”aereo della deportazione”, è stato subito condannato a oltre 26 anni di carcere dalla “giustizia” sandinista. Sulla stessa strada si sta avviando proprio in questi giorni anche un’altro regime autocratico, la Bolivia del presidente Luis Arce ma, soprattutto, di Evo Morales, visto che rimane il “cocalero” a decidere tutto, compresa una legge sul “terrorismo” in discussione da oggi al Parlamento di La Paz per criminalizzare qualsiasi protesta dell’opposizione e che prevede sino a 25 anni di carcere per chiunque manifesti il dissenso alle loro politiche socialiste.

Lula, da presidente a carcerato a di nuovo presidente

Il Brasile di Lula e Bolsonaro è però il caso più interessante per Washington, scrive a chiare lettere il Wall Street Journal, rievocando la saga giudiziaria degli ultimi anni nel paese del samba. Qui, scrive il quotidiano statunitense «la linea che divide tra punizione legale per abuso di potere e persecuzione politica è spesso confusa». Lula, ad esempio, fino al novembre 2019, era in prigione dopo una condanna per lo scandalo di corruzione della multinazionale Odebrecht, uno schema transnazionale di tangenti miliardarie. 580 giorni di carcere sino a quando la locale Corte Suprema ha stabilito che poteva uscire. Secondo Raisbeck, Bolsonaro probabilmente non sarebbe stato eletto nel 2018 se Lula fosse stato in grado di candidarsi alla presidenza.

Per Edson Fachin, il giudice della Corte Suprema che ha scagionato Lula consentendogli di concorrere e vincere le presidenziali dello scorso anno, la giustizia di Curitiba non aveva giurisdizione sul caso dell’ex presidente, un tecnicismo nonostante le prove ma l’affermazione della massima autorità giuridica verde-oro, ovvero che il giudice Sérgio Moro era parziale, è “plausibile, specialmente da quando” il simbolo della Mani Pulite brasiliana “aveva accettato la carica di ministro della giustizia di Bolsonaro”.

Certo, sottolinea il Wall Street Journal, Fachin non era certo un esempio di neutralità politica visto che nel 2010 aveva sostenuto un manifesto che promuoveva la candidatura di Dilma Rousseff dopo gli 8 anni di Lula al potere per garantire la continuità del suo programma politico e, in cambio, nel 2015 la stessa Dilma lo ha nominato alla Corte Suprema.

Una domanda da porsi sul caso Trump

«Considerata tutta la politica che ha circondato il suo processo e il suo appello, a Lula è stata resa giustizia o è stato solo fortunato a scivolare attraverso le fessure del sistema legale con l’aiuto dei suoi fratelli ideologici?», si chiede Raisbeck. La stessa domanda potrebbe porsi nel caso di Trump che, come Lula, professa la sua innocenza, accusando i giudici di essere contro di lui. Scenario ancora peggiore in Perù, dove lo scandalo Odebrecht ha fatto arrestare ben tre ex presidenti – Alejandro Toledo, Humanta Humala e Pedro Pablo Kuczynski– e un quarto ex presidente, Alan García, suicidarsi mentre rischiava di finire in carcere per le tangenti della multinazionale brasiliana. Guardare ai disastri sudamericani della politicizzazione della giustizia, a detta del Wall Street Journal, oggi sarebbe opportuno per gli Stati Uniti, al di là di qualsiasi ideologia.

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