Accoglienza sì, illusioni no. Non saranno gli immigrati a «salvare le nostre pensioni»

Di Redazione
11 Settembre 2015
I luoghi comuni sulla fecondità degli stranieri e sul loro contributo alla sostenibilità del welfare rischiano solo di aggravare le crisi. La loro e la nostra

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«L’Europa sta invecchiando» e per questo «abbiamo bisogno di nuovi talenti, che arrivino da ogni parte del mondo». È uno degli argomenti usati due giorni fa a Strasburgo da Jean-Claude Juncker per rafforzare davanti al Parlamento europeo il suo invito ai paesi membri dell’Unione ad aprire le porte alle migliaia di migranti che si premono alle porte del continente.

LA TESI. Alla base del ragionamento del presidente della Commissione europea c’è un luogo comune abbastanza diffuso, corroborato anche da fonti e osservatori autorevoli. Proprio il giorno prima del discorso di Juncker a Strasburgo, per esempio, Repubblica ha rilanciato con grande convinzione la tesi secondo cui «l’Europa avrebbe bisogno di 42 milioni di nuovi europei entro il 2020», e visto che noi europei abbiamo praticamente smesso di procreare questi “nuovi europei”, ecco che l’arrivo in massa dei migranti ci farà un gran bene: saranno loro, scrive Maurizio Ricci, a «salvare le nostre pensioni».

«ABERRAZIONI OTTICHE». Ma come ricorda il Foglio in un editoriale pubblicato oggi, si possono produrre gravi «aberrazioni ottiche» quando si ragiona secondo una «idea genericamente distributiva della popolazione» (basti pensare alla questione per nulla banale delle superfici a disposizione). Ma soprattutto «trattare come puri numeri gli immigrati, trascurando le loro caratteristiche specifiche, dalla condizione professionale alla esperienza civile, significa non rispettare la loro qualità umana e creare confusione sulla complessa questione dell’integrazione e del lavoro».

QUALITÀ. Può apparire crudele parlare di «qualità umana» degli immigrati, però la mancanza di un vero pensiero e di progetti seri relativi ad essa rischia di aggravare ulteriormente il problema, sia per noi europei che per gli stessi popoli in esodo. È quello che ha spiegato il demografo Gian Carlo Blangiardo nella sua recente intervista a Tempi e nella sua analisi per il Sole 24 Ore: l’attuale emergenza profughi originata da guerre e invasioni (vedi Siria e Iraq) è solo un piccolo assaggio della “bomba migratoria” che si prospetta per i prossimi vent’anni in cui la popolazione dell’Africa subsahariana raddoppierà (dagli attuali 900 milioni a 1,6 miliardi di abitanti); occorre perciò «fare in modo che il ricco capitale umano dell’Africa non sia sminuito da un’emigrazione spesso dequalificata, ma venga valorizzato – magari con azioni di formazione – per diventare un fattore di sviluppo nella propria terra».

WELFARE. Tra l’altro, a margine della stessa intervista, il professor Blangiardo ha anche ripreso alcune osservazioni che aveva già esposto molto chiaramente a Tempi l’anno scorso, e che smentiscono proprio la teoria secondo cui saranno i migranti a “salvare” la demografia dell’Europa e la sostenibilità del suo welfare. Quello offerto dagli immigranti già stabilitisi nel nostro territorio, secondo Blangiardo, «è un contributo demografico importante sul piano della natalità e dell’invecchiamento della popolazione, nel senso che ci dà respiro, ma non è risolutivo». Anzi minaccia nel lungo periodo di costarci caro, «perché coloro che oggi sono giovani e quindi costituiscono forza produttiva per “mantenere” gli attuali anziani, un giorno saranno a loro volta non più giovani, e qualora il loro progetto migratorio diventasse definitivo rischierebbero di essere comunque a carico del nostro welfare, per di più con versamenti di contributi relativamente modesti», perché in media non guadagnano molto e hanno cominciato a lavorare tardi.

FECONDITÀ. Anche la presunta fecondità prodigiosa degli immigrati secondo Blangiardo è un mito. Infatti, spiega il professore della Bicocca e dell’Ismu, basta guardare ai dati senza affezionarsi troppo alle teorie per notare che «nell’arco di pochi anni gli immigrati in Italia hanno fortemente ridotto la loro fecondità e incontrano le stesse difficoltà che incontrano le coppie italiane. L’ultimo dato disponibile, quello del 2014, registra per la popolazione straniera nel nostro paese un numero medio di figli per donna che è 1,9». Significa che le donne immigrate, al pari delle italiane, «non fanno nemmeno il numero di figli sufficiente al ricambio generazionale».

PROBLEMI IGNORATI. Altro che soluzione all’invecchiamento dell’Europa. Se mai, insiste Blangiardo, è una ulteriore segnalazione di un problema: in Italia «non arrivano a fare i due figli per donna appena necessari al ricambio della popolazione neanche coloro che per tradizione e cultura privilegerebbero le famiglie numerose»; è il sintomo di «difficoltà» oggettive e «sarebbe il caso di capire come venirne fuori». Insomma, invece di nascondersi dietro ad argomenti discutibili come il fantomatico contributo salvifico degli immigrati alla demografia europea, è ora di affrontare il crollo della denatalità con massicce politiche familiari. E senza sminuire l’importanza e la bellezza della solidarietà verso il prossimo in difficoltà, dare un senso all’accoglienza.

Foto Ansa/Ap

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6 commenti

  1. Giovanni

    Stavo anche pensando che, fino ad ora, di politici che hanno previsto il futuro o, almeno, lungimiranti, non ce ne sono stati. Lo dimostra la situazione in cui siamo. Non vedo perché s dovrebbe avverare quella del calo demografico. Certo è che stanno facendo di tutto perché si avveri la previsione di 30 milioni di immigrati in Italia entro il 2050. Non c’è più un solo politico che parla di fermali (a parte Salvini) ma parlano solo di quote di distribuzione.

  2. beppe

    purtroppo questi cosiddetti potenti possono dire quello che gli pare. quando l’europa sarà ridotta a un suk mediorientale, loro se ne andranno alle bahamas. bisogna fargliela pagare prima che scappino. d’alema ormai è quasi anziano, ma è meglio tenere d’occhio anche lui…..

  3. Cappelli Nerio

    Purtroppo la verità è molto peggio, L’ Italia invecchia proprio a causa degli stranieri. . Se abbiamo la denatalità non diminuisce la popolazione in tutte le fasce di età come se fosse passata la peste, ma colpisce solo quella dei neonati. Per dirla in breve ogni anno mancano all’ appello persone (neonati) di età media 1 anno che vengono rimpiazzati da persone (migranti) di età medi 30 anni. Questo significa invecchiare un paese. Purtroppo mentre si apre la porta all’ immigrazione dei vecchi si chiude quella dell’ adozione dei neonati che sarebbe la soluzione migliore.

    1. Giovanni

      Non dimentichiamoci di quanti immigrati portano di qui i vecchi solo perché noi abbiamo un welfare che nei loro paesi d’origine si sognano. Quando arrivano in Italia una persona di 65 o 70 anni, che non ha mai pagato una lira (un euro) di contributi cedo siano un costo secco per il welfare. Poi si parla tanto di denatalità ma non si aiutano le famiglie, anzi, si promuovono comportamenti anti familiari.

  4. Filippo81

    I Luoghi comuni che affermano che abbiamo bisogno di “migranti” per salvare lo Stato sociale o che essi fanno i lavori che gli Italiani “non fanno più” sono ridicoli, usando un’eufemismo !

  5. Iskandar92

    Bello vedere che c’è ancora qualcuno che ragiona in profondità sulle cose senza accontentarsi di slogan e frasi fatte. Prendiamo l’idea di “smistare” i rifugiati tra i vari paesi europei, secondo voi è sensata?
    Si parla di persone non di merci da spedire tra un paese e l’altro, e se sono contrari che si fa gli si incatena al paese di destinazione? Vogliono andare in Germania, Svezia e Gran Bretagna non in Portogallo o Polonia! Non sono merci da scaricare e mettere in magazzino, si muovono si spostano autonomamente, sembra che a questo particolare non abbia pensato nessuno… l’idea delle “quote” è radicalmente sbagliata e fallita già in partenza a mio avviso.
    Inoltre i popoli non sono intercambiabili: forse in Italia abiteranno sufficienti persone per il “ricambio demografico” ma non saranno gli italiani che hanno reso il nostro paese quello che ora è, siete pronti ad affrontare la prospettiva di un paese non cattolico magari islamico, di lingua e cultura non italiana? Questo ragionamento l’hanno fatto recentemente anche i premier di Ungheria e Slovacchia che essendo piccoli paesi si rendono conto del cambiamento per la loro identità che comporta l’arrivo immediato di milioni di genti straniere. L’articolo di Repubblica parlava di 42 milioni di persone in 5 anni da trasformare (possibilità non dimostrata) in “nuovi europei”, vi rendete conto che una cifra altissima? E 240 milioni in 50 anni significa cancellare le nazioni europee anzi l’Europa stessa altro che Unione Europea! Non si possono assimilar masse così grandi di persone in così poco tempo il cambiamento sarebbe radicale per il nostro continente come non si vede dal periodo delle migrazioni dei popoli germanici e la caduta dell’Impero Romano…
    Poi perché gli immigrati dovrebbero restare in Italia e non trasferirsi altrove? Perché dovrebbero mettere al mondo figli al posto nostro? Perché dovrebbero lavorare? Insomma domande che non hanno una risposta univoca si tratta di persone non di oggetti!

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