Lettere al direttore

Aborto. Il Papa “chiama le cose con il loro nome”

Di Emanuele Boffi
12 Ottobre 2024
Era prevedibile che tromboni e trombette emettessero lamenti, ma Francesco ha solo detto quel che tutti sanno
Papa Francesco, udienza a piazza San Pietro, Vaticano, 9 ottobre 2024 (Ansa)
Papa Francesco, udienza a piazza San Pietro, Vaticano, 9 ottobre 2024 (Ansa)

Caro direttore, non ho certo la pretesa di sostituirmi, neppure in piccola misura, alla stampa cattolica che mi è parsa un po’ tiepida circa le reazioni alle recenti parole del Papa sull’aborto in occasione del viaggio in Belgio; forse l’eccezione principale è stato il quotidiano Avvenire che in data 4 ottobre ha offerto sull’argomento un ponderato intervento di Maria Casini, presidente del Movimento per la vita italiano. Nondimeno, non riesco a trattenermi dallo scrivere anch’io, forse per la prima volta in vita mia, ad un giornale.

Di fronte alle parole del Pontefice, era prevedibile che tromboni e trombette emettessero lamenti, in questo caso di lesa maestà e lesa onorabilità, come documentato per esempio da Iacopo Scaramuzzi su Repubblica, sempre il 4 ottobre scorso. Però a me sembra che il Papa abbia osato, ovvero abbia avuto la libertà e il coraggio di “chiamare le cose con il loro nome”, per usare un’espressione a voi cara. Purtroppo, l’intollerante reazione delle trombe, non disposte ad ammettere una voce minoritaria e dissenziente, e tanto meno disposte a farsi mettere da questa in discussione, mostra ancora una volta la difficoltà di trattare l’argomento su un piano razionale; e questo è un vero peccato, perché una società civile abbisogna di usare la ragione per relazionarsi ed evolvere.

Il prevalere di suscettibilità e reattività, di slogan e di schieramenti a priori, l’impiego sistematico di tecniche di disinformazione nel mondo dell’informazione, per non parlare di una triste ideologia mortifera, sembrano impedire di riconoscere una grammatica elementare: sopprimere una vita umana si chiama omicidio e chi compie omicidio su commissione si chiama sicario. Ovviamente, si possono usare termini più dolci, più politicamente corretti, per esempio “interruzione volontaria della gravidanza” anziché “aborto”, ma anche “aborto” al posto di “omicidio”; si può cioè avvalersi, e ci si avvale assai, di tecniche retoriche che tendono ad anestetizzare la percezione del fenomeno reale, così da mettere un po’ in pace la coscienza. Chi dunque voglia forare il consolidato muro del pregiudizio abbisogna allora di strumenti retorici adatti, che possono essere pacifici ma in taluni casi anche provocanti (senza però qui dimenticare l’opera meritoria di tante persone dei Centri di aiuto alla vita, che parlano poco ma agiscono molto a sostegno della libertà delle donne di non abortire. Anche la presenza dei Cav dentro le strutture sanitarie è oggi contestata! Presidente Mattarella non si dimentichi di loro e di quante vite umane hanno salvato, quando si occupa delle Onorificenze al Merito della Repubblica Italiana!).

Certo, il vero discrimine sul quale non ci si misura, e non ci si vuole misurare, è la premessa: ovvero se l’embrione e poi feto sia un essere umano, oppure un semplice grumo di cellule. Questo argomento è oggi un tabù, non se ne può parlare in pubblico, né tantomeno mostrarlo sulle pubbliche piazze. Eppure, son convinto, tanti ancora nel loro cuore, e le donne che hanno sperimentato una gravidanza soprattutto, avvertono che di una vita si tratta.

Ora non c’è lo spazio per discutere di questo. Ma, caro direttore, me ne conceda ancora un po’ per una considerazione sulla legge 194, legge che ha di fatto liberalizzato l’aborto in Italia.

Qui mi interessa soffermarmi su un particolare. L’articolo 1 fra l’altro statuisce che «lo Stato … tutela la vita umana dal suo inizio. L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è un mezzo per il controllo delle nascite», ma poi all’articolo 4 fra l’altro contempla le «previsioni di anomalie o malformazioni del concepito» fra le circostanze che possono condurre all’aborto. Questa fattispecie fu il contingente grimaldello per aprire le porte all’aborto in Italia: il disastro di Seveso del 1976, con la fuoriuscita e la dispersione nell’atmosfera di una nuvola tossica di diossina dallo stabilimento dell’Icmesa, venne usato per dissuadere  le donne in gravidanza che all’epoca vivevano nella zona, di mettere al mondo i figli potenzialmente malati; si praticarono così i primi 33 aborti cosiddetti terapeutici, ossimoro assolutamente fuorviante del tipo “per curarti ti ammazzo” (i resti dei bambini abortiti vennero poi esaminati nei laboratori dell’università di Lubecca, dove non fu riscontrata alcuna malformazione. Quanto dolore arrecato a quelle povere madri! Chi mai ha chiesto loro perdono?). E, venendo ai nostri giorni, ecco perché oggi non nascono quasi più bambini con la sindrome di Down! La pratica eugenetica mediante l’eliminazione degli esseri umani ritenuti “non adeguati” o “indesiderabili”, ci richiama alla mente l’abominevole orrore della pratica nazista dell’eutanasia. Qui bastano e avanzano queste parole. Ci sarebbe poco da aggiungere, se non che un’osservazione contenuta nell’articolo citato di Avvenire mi ha fatto accorgere di un pendant a questo abominio. L’autrice, infatti, nota: «A chi ha reagito invocando il rispetto della legge per scrollarsi di dosso l’appellativo di sicario bisognerebbe ricordare che a quello stesso “rispetto” fecero riferimento gli imputati al processo di Norimberga». Insomma, la banalità del male non è terminata con il secolo scorso. E così, ancor oggi, in Italia, più di 60.000 bambini vengono ogni anno abortiti, cioè soppressi. E questo è il più grande scandalo che opprime il nostro Paese.

Per concludere. Siccome scrivo oggi, 7 ottobre, giornata in cui il mondo cattolico prega per la pace, mi sovvengono le parole profetiche che santa Madre Teresa di Calcutta proferì in occasione del discorso per l’accettazione del Premio Nobel per la Pace a lei assegnato nel 1979: «Tante persone sono molto, molto preoccupate per i bambini in India, per i bambini in Africa dove tanti ne muoiono, di malnutrizione, fame e così via, ma milioni muoiono deliberatamente per volere della madre. E questo è ciò che è il grande distruttore della pace oggi. Perché se una madre può uccidere il proprio stesso bambino, cosa mi impedisce di uccidere te e a te di uccidere me? Nulla». Provate a dimostrare il contrario.

Gianni Gorla Seregno (Mb)

Grazie, lettera traboccante di ragioni e ben scritta. Mi ha fatto tornare in mente un incontro che il filosofo e nostro collaboratore Fabrice Hadjadj tenne nel 2016 a Verona. Sin dal titolo, la conferenza lanciava una sfida, affrontando il tema in modo radicale: “Perché dare la vita a un mortale. Essere genitori alla fine del mondo”. Il testo va letto per intero, ma io mi soffermo sulla provocazione iniziale, nella quale Hadjadj riprende un passo di Aspettando Godot di Samuel Beckett: «[Le donne] partoriscono a cavallo di una tomba, il giorno splende un istante, poi è di nuovo la notte». Cioè: perché diamo la vita? Perché dare la vita a qualcuno che morirà? Perché compiere questo gesto apparentemente folle? Credo che, oggi, vada comunicato soprattutto questo “perché”, questo senso. (Ma leggete il fenomenale Hadjadj che arriva a spiegare che le tombe su cui partoriscono le donne «hanno un doppio-fondo o, per dirlo con un’immagine più biblica, le tombe non si chiudono bene»).

***

Memorie del sottosuolo di Fedor Dostoevskij, di cui Emiliano Ronzoni ha parlato nella newsletter Squalo chi legge (“Di certe cose solo i russi sanno parlare”), è uno dei libri più belli che abbia mai letto. Dobbiamo ringraziare il popolo russo che ha preservato la fede e la cultura cristiana a est, dal kaos primordiale delle popolazioni nomadi orientali. Ma non dimentichiamo la “reconquista” a ovest.

Gaetano Piermatteo 

Il nostro Emiliano è un starets russo che vive in quel di Carate e che ci darà grandi soddisfazioni.

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