Abbracciare la storia intera di Cl

Di Marco Mazarino de Petro
15 Agosto 2020
Ancora su Bertinotti e l'articolo del Fatto quotidiano. Lettera di un ciellino impegnato in politica

Caro direttore, ho apprezzato l’intervento di Egisto Mercati in risposta all’attacco a Cl del Fatto Quotidiano, così come le dichiarazioni rese al riguardo da Fausto Bertinotti, uomo di grande spessore umano, capace non solo di cogliere il vuoto della politica di oggi, ma soprattutto di approcciare Cl con una apertura radicalmente nuova rispetto al passato, ponendosi la domanda essenziale: “cos’è Cl” e non “con chi sta politicamente”. È un fatto straordinario che testimonia quanto sia essenziale, soprattutto oggi, che il cristianesimo ci raggiunga con il volto di una umanità nuova, visibile, incontrabile fisicamente, con la quale confrontare la propria umanità fatta di ragione e di cuore.

Proprio per questo avverto il bisogno di riprendere un aspetto dell’apertura di Bertinotti che si dichiara legata al “nuovo corso di Carron”, al suo aver ripensato il rapporto tra Cl e la politica, restando implicitamente critica verso il passato del movimento.

In realtà il rapporto tra Cl e la politica è sempre stato quello definito centinaia di volte da don Giussani: Cl educa le persone alla fede cristiana, ad una fede che investe la totalità degli interessi e delle espressioni della vita; l’impegno in politica è una scelta personale dettata dalla pretesa totalizzante della proposta cristiana per cui chi vive la fede, porta un sguardo diverso su tutto.

Come “ciellino” che segue il movimento oggi e ne ha vissuto quasi per intero la storia e che oltretutto ha fatto anche un po’ di politica, desidero testimoniare che l’essenza dell’impegno politico, assunto in totale responsabilità personale, è stata sempre e soltanto “Cristo alfa e omega” (per usare un’espressione di Giovanni Paolo II), risposta esauriente al bisogno di salvezza (quindi cambiamento, rivoluzione, o come lo si voglia chiamare) dell’uomo e della storia. Sembra ingenuo o inadeguato, ma il criterio con cui siamo entrati e abbiamo operato in politica non è ideologico né principalmente politico, ma “religioso”: se il vero cambiamento del mondo è Cristo, la prima e fondamentale cosa da cercare nella politica è che essa non sia ostile alla possibilità che esperienze cristiane, ma con esse qualunque esperienza umanamente vera e libera, siano presenti, operino nella società esprimendosi in tutti i campi, dall’educazione, all’economia, al profit e al no profit: una cosa diversa dal liberismo capitalista e dal capitalismo di stato, qualcosa concettualmente di più del “volontariato”: un modo di pensare la struttura della società, la libertà, la responsabilità, quindi la politica. Sta qui un aspetto centrale del passaggio dal “religioso” al “politico”. Lo esprime in modo ancora limitato ma sufficiente la parola “sussidiarietà”, tipica della dottrina sociale cristiana, parola allora sconosciuta ai più. Era ed è il “non vuoto” ideale e culturale della politica. Era (ed è) il tentativo, attraverso la politica, di un “movimento popolare” e non banalmente e strumentalmente populista. Quando, nel concreto della competizione politica, abbiamo scelto di stare nella Dc e poi in Fi, lo abbiamo fatto seguendo questo stesso criterio, rischiando una scelta in un contesto politico diverso da quello di oggi, con un partito, la Dc, che, per definizione, dichiarava di avere una visione cristiana della democrazia e con una sinistra a volte anche fisicamente ostile alla esperienza e presenza di Cl e in generale dei cristiani nella società.

Si sono certamente commessi degli errori (non mi riferisco alla incredibile vicenda Formigoni), ma il cuore del nostro impegno, idealmente e tentativamente, è sempre stato questo e su questo va fatto un confronto e dato un giudizio. D’altra parte, le cose affermate e realizzate in diversi anni di azione politica e soprattutto amministrativa, sulle quali oggi è stato volutamente calato un silenzio tombale, come una “damnatio memoriae”, restano ancora vere ed attuali.

Non ho scritto quanto sopra per difendere un passato che, nella sua verità, è vivo oggi nelle persone e nell’esperienza presente del movimento, ma per suggerire che purtroppo è a volte facile parlare dell’impegno in politica dei ciellini senza averne una adeguata conoscenza, con giudizi semplificatori, spesso ideologici e moralistici, ad uso e consumo del “pensiero unico” e del “politicamente corretto”, senza cioè quella apertura al senso profondo delle cose che Bertinotti ha trovato leggendo Il brillio degli occhi. Questa aperture merita di potersi confrontare con la storia intera del movimento, che, come ha scritto Egisto Mercati, è un “continuum”. Per questo abbraccio con la storia intera di Cl, che non vuol dire necessariamente condivisione, ma comprensione dell’avventura umana vissuta, mi piacerebbe che, oltre a Il brillio degli occhi venissero tenuti presenti alcuni testi di don Giussani, dai libri della scuola di comunità alle sue interviste su cosa è Cl e, magari, qualche volta, ci fosse una chiacchierata confronto con i non pochi ciellini che hanno vissuta in prima persona la stagione dell’impegno politico.

Marco Mazarino de Petro

Non mi va di alimentare un dibattito che mi appassiona poco, quindi sarò telegrafico. Quel che non capisco è questa indulgenza verso il pensiero di Bertinotti. Dire che i ciellini erano cattivi e ora sono buoni, prima volevano l’egemonia e ora non più, mi pare offensivo sia per chi aderì al movimento allora, sia per chi vi aderisce oggi (anche perché, tra l’altro, spesso sono le stesse persone). (eb)

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