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Non un perpetuo ricamo di azioni gloriose, ma fatti memorabili, anche se capitati a «genti meccaniche». Sta già lì, nell’introduzione di quel manoscritto dozzinale, sguaiato, scorretto, pieno d’idiotismi lombardi e di periodi sgangherati, di cui Manzoni finge di rifare la dicitura, l’eccezionalità di questo grande romanzo che quest’anno vale proprio la pena riprendere in mano, complici i centocinquant’anni trascorsi dalla morte del suo autore.
L’unità d’Italia poggia su due colonne culturali, Giuseppe Verdi e Manzoni, per l’appunto. L’uno e l’altro trasformati già in vita in statue di marmo e con ottime ragioni: provavano che per quanto giungessero tardi e male all’unificazione politica, le aree italiche erano già una superpotenza culturale, con nulla da invidiare alle “nazioni” europee fatte e finite.
Un paese che si unifica cerca l’epica, il racconto d’armi, la storia di una resistenza eroica a un dominatore arcigno. Il graffito “viva VERDI” stava, com’è noto, per “Viva Vit...
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