Nella Libia liberata la giustizia è un miraggio e le milizie comandano. Lo sa bene il figlio di Gheddafi

Di Leone Grotti
09 Aprile 2013
Seif al-Islam dovrebbe essere giudicato dalla Corte criminale internazionale per crimini contro l'umanità o da Tripoli. Invece è nelle mani di una milizia ribelle: «Lo impiccheremo noi».

Il figlio di Mummar Gheddafi, Seif al-Islam, è stato accusato di crimini contro l’umanità e per questo dovrebbe essere processato dalla Corte criminale internazionale. Arrestato in Libia nel 2011, dopo l’uccisione del rais Gheddafi al termine della guerra civile, è tuttora detenuto nella città di Zintan da una delle tante milizie ribelli aiutate dalla Nato che ha combattuto contro il regime e che ora non vuole riconoscere l’autorità del governo centrale.

«LO IMPICCHIAMO NOI». «Seif è un omicida e un bugiardo» dichiara l’ex comandante ribelle Alramah Mohammed Elmerhani al Los Angeles Times. «Noi abbiamo la nostra alta corte e lo processeremo qui a Zintan». Il figlio di Gheddafi, dunque, non sarà consegnato né alla Corte criminale internazionale né al governo centrale libico, incaricato di fare giustizia con un regolare processo. «Lo processeremo e lo impiccheremo noi. Questo renderà orgogliosa la nostra città, che era stata dimenticata dal regime di suo padre».

GOVERNO DEBOLE. La prova di forza tra le milizie ribelli e il governo centrale fa capire bene in che situazione si trovi la Libia dopo la Primavera araba: un paese diviso e attraversato da tante tensioni e divisioni tribali e territoriali, dove l’ultima parola spetta al più forte. Non al governo, quindi, ma alle milizie ribelli. «Avremmo bisogno di maggiore sicurezza» racconta Mohammed Alagile, soldato che ora vive nella capitale Tripoli. «Purtroppo le milizie sono ancora troppo forti per l’esercito libico. Noi siamo entrati come volontari, ma le milizie sono meglio equipaggiate, hanno armi migliori delle nostre e hanno più esperienza, guadagnata durante la rivoluzione». Secondo un rapporto di Human Rights Watch le milizie sparse per il paese detengono in prigioni proprie migliaia di persone senza processo. Tra i gruppi di ribelli c’è anche Ansar al-Sharia, sospettata di avere legami con Al Qaeda, responsabile dell’uccisione dell’ambasciatore americano Chris Stevens a Bengasi, oltre che di numerosi episodi di persecuzione di cristiani.

LIBIA CONTRO UN MURO. A Zintan, teatro durante la guerra civile di uno degli scontri più duri tra lealisti e ribelli, oggi l’unico lavoro disponibile è quello del soldato nell’esercito. «Non siamo ancora un popolo unito» ammette il sindaco della città Mohamed Alwakwak. «Ognuno continua a fare i suoi interessi in questa regione. Tutto questo finirà solo quando il governo centrale diventerà davvero forte». Fino a quando il governo non garantirà la sicurezza e il rispetto della legge, le milizie continueranno a farla da padrone e la Libia, afferma Abo Kassem Naker, ex ribelle e meccanico disoccupato come tanti a Zintan, «continuerà ad essere come una macchina che continua a sbattere contro il muro».

@LeoneGrotti

Articoli correlati

1 commento

  1. marzio

    I ribelli libici, portati al potere da governi arabi e occidentali, che parlano di crimini contro l’umanita….il massimo dell’ipocrisia.

I commenti sono chiusi.