Te Deum, Marina Corradi: Per i tesori del nostro giardino

Di Marina Corradi
29 Dicembre 2012
Quanta bellezza ha ricevuto nei secoli questa Italia che oggi fa così paura. Una foto dal cielo di un satellite della Nasa

Come ogni anno, l’ultimo numero del settimanale Tempi raccoglie una serie di “Te Deum” di personalità significative all’interno del panorama sociale italiano. Nel numero che trovate in edicola a partire da giovedì 27 dicembre troverete i contributi di Angelo ScolaLuigi NegriAlberto Caccaro, Aldo Trento, Luigi Amicone, Antonio SimoneRoberto Formigoni, Renato Farina, Mattia Feltri, Pippo Corigliano, Annalisa Teggi, Costanza Miriano, Davide Rondoni, Giampiero Beltotto, Maria Rita O., Antonio Gurrado, Cecilia Carrettini, Gian Micalessin, Lorella Beretta, Andrea Mariani, Berlicche e molti altri.
Pubblichiamo il Te Deum di Marina Corradi

Un satellite della Nasa ha fotografato la Terra di notte nel corso di 312 orbite. Ne sono venuti 2,5 terabytes di immagini, poi rielaborati fino a comporre Black Marble, “marmo nero”: oceani neri e continenti blu, rischiarati dalle luci provenienti dalle aree più popolate, pare disegnino, sulla Terra, delle costellazioni. Ora, se guardate l’Europa è evidente come la regione con le macchie più brillanti e intense sia l’Italia: tutto il gran seno della pianura padana, e le aree urbane di Firenze, Roma e Napoli.

Se le luci corrispondono alla densità dell’abitato, all’affollarsi di paesi e città e fabbriche, che vuol dire che da noi si allarghi la costellazione più lucente? Forse che qui si sono andati affollando nei secoli villaggi e città, e di generazione in generazione, in una terra buona, si sono moltiplicati i figli; e sulla penisola dalla forma bizzarra ci si è stretti in tanti, così come d’estate la folla si addensa sulle spiagge più belle, o come le navate di una chiesa si riempiono, quando un prete parla al cuore. Allora la foto dal cielo, fatta di profondo blu e di stelle – stelle di Terra, se così si può dire – mi ha ricordato il sussulto che avverto quando, tornando da un posto lontano, l’aereo si abbassa e tocca terra pesantemente – e io sono silenziosamente così contenta: di essere tornata, e nata, in questo Paese.

In questo Paese, deposito di antichi tesori accumulati nel corso del tempo in quello che, in confronto alla vastità dei continenti, è un ben piccolo lembo di terra. La Cappella Sistina e piazza del Campo a Siena, Venezia e piazza Navona, il Cenacolo, e piazza dei Miracoli, tutti nel raggio di poche centinaia di chilometri. Non è singolare questa distribuzione, non era statisticamente improbabile?

E cosa, mi domando, ha agito nel tempo come un misterioso catalizzatore, per cui era l’Impero romano il centro del mondo, nell’anno zero della storia; così che Pietro e Paolo necessariamente dovettero convergere a Roma, caput mundi, infiammati dall’ansia di annunciare all’universo la notizia: Verbum caro factum est. E da qui quella Parola, attecchendo come erba, si andò irradiando, e si depositò nei secoli nei borghi, e forse dentro la terra stessa. E romani e etruschi e orde di barbari anche sanguinosamente si andarono mescolando, e mischiando audacemente i geni di unni fulvi e di saraceni, e di biondi normanni. E ne è venuto infine un popolo tendenzialmente generoso e accogliente. Per indole benevolo, non crudele.

Il mio Te Deum di questo 2012 è per questo Paese. E non è un caso se scopro questa gratitudine proprio ora, in un finire d’anno in cui, per l’Italia, ho un po’ paura. Paura di uno smarrimento, di una amarezza che sembra allargarsi. Di strane cecità e di coriacei egoismi. Di quelli che urlano che tutto fa schifo, e che loro solo sono onesti – per la implicita propensione alla violenza che questa affermazione presuppone. Ho paura perfino di molta buona gente che dice: se questa è la scelta, perché votare? (E però è ancora in fondo la questione farisaica di prima: il crederci noi puri, noi a posto, e il mondo indegno).

Un po’ di paura per l’Italia. E come quando una persona vicina si ammala, e di colpo scopriamo quanto ci è cara, così io ho scoperto ora quanto caro mi è questo Paese. E quanto grata sono, di essere venuta al mondo qui. Grata di cosa, dirà qualcuno, di che, stretti come siamo nella crisi, in odor di default, in una democrazia che sembra rischiare lo sfascio? Intanto, della bellezza. Di questo gran cielo di smalto sopra Milano, stamattina 12 dicembre: cielo lombardo che davvero è, quando è bello, «così splendido, così in pace». Della barriera imponente di cime bianche all’orizzonte, esercito di roccia a difenderci dal grande freddo del Nord. Sono grata delle pareti dolomitiche, perché ogni volta che torno lassù è un urto al cuore, tanto potentemente mi interpellano le loro guglie gotiche limate dal vento, dorate dal sole. Grata delle colline di Siena, che mi paiono onde di terra morbida, mare solidificato in un tempo primordiale. E l’Umbria, e Assisi, che con la sua basilica occupa nella penisola esattamente il posto del cuore. Sono grata della geometria perfetta del colonnato del Bernini, e della grande cupola la cui verticale cade esattamente sulla tomba di Pietro. Del mio amato Caravaggio di San Luigi dei Francesi, del coro di San Rocco a Venezia con i suoi mirabolanti Tintoretto. E piazza dei Miracoli? E i colori di Giotto, come preziosi distillati della terra, nella cappella degli Scrovegni?

È davvero statisticamente improbabile la casualità, in questa distribuzione di tesori. Sembrerebbe quasi una predilezione. E esserci nati dentro, e girare adagio in bici nella nebbia della Bassa, o camminare per la Maiella selvatica, intonsa, o sotto a un sole cocente sbalordirsi della sontuosità barocca di Noto: tutto mi sembra grazia. E la gente: i vecchi nei caffè di certi paesi emiliani, e i mercati rionali, con frutta splendida e matura ben ordinata sui banchi, e la indolente, irriverente saggezza dei romani, che mi fa sempre sorridere?

Don Giussani scrisse questa sequenza: gratitudine, gratuità, letizia. La gratitudine per ciò che è dato come punto sorgente di una gratuità verso l’altro, che infine diventa uno sguardo da figlio lieto. Se ci accadesse questo, anche poco, ma in tutti, non avrei più, per questo Paese, paura.

Così che queste righe sono un grazie, e una preghiera. Grazie di questa terra, che mio padre Egisto, tornando il 19 marzo 1943 dalla sacca del Don su una tradotta con pochi sfiniti commilitoni superstiti, passato il Brennero riconobbe: l’Italia, scrisse, «ci apparve come uno straordinario meraviglioso giardino».

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