
Ilva di Taranto. Prima di chiuderla bisognerebbe rispondere a queste domande
«Nessuna emergenza ambientale» e «perizie mediche inaffidabili». Con queste motivazioni i legali dell’Ilva di Taranto hanno chiesto il dissequestro dell’azienda per poterla finalmente rimettere a nuovo, facendo fronte a tutti gli adempimenti richiesti dalla nuova Aia, l’Autorizzazione integrata ambientale, necessaria per poter riprendere la produzione dell’acciaio, nel pieno rispetto delle norme di sicurezza e a tutela della salute. Sull’acciaieria più grande d’Europa, infatti, grava ancora lo stop imposto dai giudici, che hanno sequestrato gli stabilimenti imponendo lo spegnimento dei forni. Una decisione le cui conseguenze economiche potrebbero essere fatali non solo per l’azienda, che vede messo a repentaglio il suo business, ma anche per tutta la popolazione tarantina che dall’Ilva e dal suo indotto da sempre trova fonte di sostentamento e lavoro. Certamente la salute dei cittadini e di chi lavora nell’Ilva merita di essere messa in primo piano e tutelata adeguatamente, così come è anche per l’ambiente circostante. Ma se davvero si vuole fare il bene dei dipendenti e della popolazione, forse, anche raccontare tutta la verità sui fatti non sarebbe male. E Alvise Petazzi, medico del lavoro con una lunga esperienza alle spalle ed esponente dell’associazione Lavoro e Prevenzione, che dell’Ilva si è già occupata negli anni passati, di una cosa è convinto: ci sono domande alle quali finora non si è ottenuta alcuna risposta. Forse perché non sono state poste ai giusti interlocutori.
Se le motivazioni allegate alla richiesta di dissequestro dell’Ilva non sono campate per aria, cosa dobbiamo pensare di quanto è accaduto fino ad ora?
Non per colpevolizzare il magistrato che ha deciso il sequestro dell’Ilva, ma l’impressione è che qui si stia compiendo tutti un errore di sovrastima dei problemi dell’azienda. Tutti, a partire dagli statistici – la cui competenza è fuori discussione – che hanno condotto gli studi per il progetto epidemiologico Sentieri, quello su cui si basano peraltro le decisioni dei giudici.
Ci dica di più.
Il punto è che i dati di cui finora abbiamo disposto, quelli dell’indagine di Sentieri, si limitano ad osservare che, in un determinato lasso di tempo (circa vent’anni), si è registrato nel tarantino un incremento delle forme patologiche cronico-degenerative superiore alla media attesa. Ok, va bene. Anche le carte sanitarie lo confermano. Ma qual è, se c’è, il rapporto di causa-effetto tra questa rilevazione e l’Ilva adesso? Che certezza abbiamo nel dire che l’Ilva è un pericolo per la salute delle persone e per l’ambiente circostante? A queste domande nessuno risponde. Anzi, nessuno le pone.
E ce ne sono altre?
Sì, un’altra è questa: i problemi dell’inquinamento dipendono solo dall’Ilva o dipendono in una qualche misura anche dal fatto che l’area sia un’area rurale piuttosto che un’area industriale? La variabile del traffico dei veicoli non influisce in nessun modo sulla presenza di polveri nella zona? L’Asl di Taranto cosa dice in merito?
In assenza di evidenze di segno opposto, i giudici hanno preferito chiudere tutto.
Chiudere tutto è giustificabile solo se c’è l’evidenza di un pericolo reale. Evidenza che per ora ancora manca. La correlazione tra inquinamento, malattie e la presenza dell’Ilva, infatti, almeno per ora, non è stata dimostrata. L’acciaieria, dal canto suo, ha fatto sapere di avere modificato i processi di produzione e ridotto l’inquinamento. Non sto dicendo che sia sicuramente stato fatto tutto il possibile (questo nemmeno l’Ilva lo dice), ma sto dicendo che non si possono prendere decisioni non supportate dai fatti. E mi permetto di sollevare un’ulteriore domanda: è mai possibile che tra chi lavora nell’Ilva non ci sia una mortalità più elevata tra chi lavora fuori dall’azienda? Anche a questa domanda si dovrebbe dare una risposta, per capire se davvero l’azienda debba essere chiusa. Insomma, per concludere, occorre che qualcuno dica se davvero all’Ilva la situazione è così grave da esigere la chiusura dell’impianto piuttosto che, se così non è, non possa forse essere meglio la messa in sicurezza. In modo che anche i proprietari possano portare a termine gli ammodernamenti necessari.
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