Tentar (un giudizio) non nuoce

Liberation Day. Quando la libertà diventa un dazio

Di Raffaele Cattaneo
05 Aprile 2025
Ogni volta che gli Stati Uniti hanno scelto la via dei dazi, le conseguenze sono state disastrose per loro e per il mondo
Container accatastati in un terminal di trasbordo vicino a Berlino, Germania, 3 aprile 2025 (Foto Ansa)
Container accatastati in un terminal di trasbordo vicino a Berlino, Germania, 3 aprile 2025 (Foto Ansa)

In questi giorni Trump ha tenuto banco mandando in scena il cosiddetto “Liberation Day”. Un nome altisonante, scelto per annunciare l’introduzione di dazi doganali praticamente verso tutto il mondo, compresi gli angoli più remoti. Dazi su una vasta gamma di prodotti, mediamente del 28 per cento, con punte fino al 54 per cento verso la Cina, che hanno già avuto l’effetto immediato di far cadere le borse in tutto il mondo. Trump lo ha presentato come un atto di sovranità economica. Ma per me, da sempre sostenitore della libertà economica, la libertà non può diventare un dazio! Dunque, questo ritorno indietro nel tempo alla fine dell’Ottocento resta una scelta profondamente sbagliata. Vediamo perché.

A preoccupare non sono tanto gli effetti diretti e immediati dei dazi, che incideranno sul nostro Pil per circa il -0,5 per cento, quanto per il messaggio simbolico che i dazi mandano al mondo e per ciò che rappresentano per gli equilibri del commercio e dell’economia globale nel lungo periodo. I dazi sono innanzitutto il simbolo di una regressione nel pensiero, il venir meno del principio della libertà economica come valore fondante del mercato, il segnale di una debolezza culturale e politica. E sono una rottura pericolosa del sistema di regole su cui si è costruito il commercio internazionale a partire dal Novecento: l’idea della libera circolazione delle merci e l’abbattimento progressivo delle barriere protezionistiche, come via per la crescita globale. I dazi infine sono un colpo formidabile alla credibilità degli Stati Uniti come alfieri del libero mercato e come partner economico affidabile.

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Il commercio libero non è un far west

Abbiamo vissuto decenni in cui – con tutte le ambiguità della globalizzazione, che non voglio tacere e che ha certo generato anche squilibri e vittime – il commercio mondiale è cresciuto grazie alla progressiva eliminazione di barriere e tariffe e ha giocato un ruolo fondamentale nell’incredibile crescita economica che si è registrata negli ultimi due secoli, durante i quali il Pil mondiale pro-capite è passato da 1.000 dollari a 16.000. Basti pensare che negli ultimi vent’anni il valore degli scambi globali è passato da circa 6.000 miliardi di dollari a oltre 25.000 miliardi. Una crescita trainata soprattutto dai Paesi che hanno scelto di aprirsi. Dove si è abbattuto ogni ostacolo, l’economia è cresciuta. Un esempio su tutti è il Cile, che ha eliminato quasi del tutto i dazi doganali, diventando una delle economie più dinamiche dell’America Latina.

Il commercio internazionale libero, però, non è un far west, come molti pensano. Non significa assenza di regole. È, al contrario, il frutto di negoziati complessi. Spesso lunghi. Sempre delicati. Significa accettare un compromesso tra interessi reciproci e talvolta contrapposti. I vari Free Trade Agreement (trattati di liberto commercio) sottoscritti fra Paesi del mondo sono il frutto prezioso di questo lavoro, un esempio di come si possa usare il negoziato come alternativa alla guerra, in questo caso commerciale.

Immettere nuovi dazi significa rompere questi equilibri e riproporre la logica del conflitto. Ignorare il lavoro fatto a livello di Wto, disattendere gli accordi multilaterali in via di ratifica, anche da parte degli stessi Stati Uniti, ha questo significato, porta al mondo questo messaggio.

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump (foto Ansa)
Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump (foto Ansa)

Effetto boomerang

Ma c’è un’altra fondamentale ragione: se non si impara dalla storia, la storia è destinata a ripetersi. Ogni volta che gli Stati Uniti hanno scelto la via dei dazi, le conseguenze sono state disastrose per loro e per il mondo. La dottrina Monroe dell’Ottocento, con la sua chiusura protezionista, ha preceduto la guerra di secessione. I dazi dei primi decenni del Novecento hanno aperto la strada alla crisi del 1929. E oggi come allora, il conto lo pagheranno innanzitutto i consumatori americani per la inevitabile fiammata inflazionistica che i dazi porteranno con sé: ad esempio il prezzo delle auto europee salirà fino al 25 per cento da un giorno all’altro. Ma anche quello del caffè, che gli Stati Uniti non possono produrre al loro interno semplicemente perché non cresce. Trump ha vinto le elezioni cavalcando le critiche diffuse contro l’aumento dei prezzi. Famoso quello delle uova per la colazione. Ora rischia di generare lo stesso effetto.  

Gli squilibri nella bilancia commerciale, che Trump vuole correggere, non dipendono solo dalle politiche economiche. Derivano dalle scelte dei consumatori. Se gli americani comprano più parmigiano e vino italiano o francese e meno prodotti locali, la colpa non è dell’Europa. È del mercato. E la risposta non può essere punire quel mercato con imposizioni unilaterali.

Cosa diceva Reagan

La domanda è un’altra. Qual è la via più efficace per gestire le relazioni economiche tra Stati? Per chi, come me, crede in un’economia liberale e in una politica popolare, la risposta è chiara. Non può essere l’intervento massiccio dello Stato. Non può essere la scorciatoia protezionista. È il mercato, con le sue regole, e sono le imprese, con la loro capacità competitiva, a dover governare gli scambi. Pensare il contrario significa scivolare in una visione statalista che appartiene ad altre culture politiche. Non certo alla tradizione liberaldemocratica dei Gop, i repubblicani del Grand Old Party, che con Reagan dicevano: «Il protezionismo non serve agli Usa perché non spinge la sua industria ad essere competitiva».  

Trump si affida a toni iperbolici. A narrazioni da comizio. A strumenti che poco hanno a che fare con l’idea di libertà economica. Sotto questa retorica, si intravede una debolezza di pensiero. Una fragilità di valori.

Per questo credo che oggi sia più che mai urgente riaffermare, con decisione, il principio della libertà economica. Senza cedere alla tentazione di una guerra commerciale. Senza rispondere con la stessa moneta a una politica che è sbagliata nel metodo, nel merito e nella visione.

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