“Eroi silenziosi”. Storie di caffè notturni, sigarette e uomini sempre pronti a obbedire

Di Chiara Rizzo
10 Luglio 2012
L'ultimo libro del colonnello Angelo Jannone è un taccuino fedele delle indagini e degli incontri di un carabiniere in azione tra la Sicilia e il Veneto negli anni Novanta.

Il volo Az 734 da Roma Fiumicino atterra sulla pista di Punta Raisi, l’aeroporto di Palermo: un uomo osserva fuori dall’oblò il sole deciso di un primo pomeriggio, i colori netti del mare e degli oleandri rosa nei vasi di coccio a terra. Poche righe per raccontare tutta la Sicilia, dagli affascinanti chiari e dai malinconici e terribili scuri. Si apre così Eroi silenziosi, l’ultimo libro del colonnello dei carabinieri Angelo Jannone (edizioni Datanews), appena presentato a Milano dall’autore insieme al generale dell’Arma Mario Mori, al procuratore nazionale nazionale antimafia Roberto Pennisi (con i quali Jannone ha lavorato in passato), e ai giornalisti Pietro Colaprico, Alessandro Sallusti (qui a sinistra in foto durante l’incontro) e l’attore Alessandro Sparacino, che ha letto alcuni brani del testo.

In otto capitoli il libro dipana le storie vere dell’autore e delle persone incontrate lungo il suo percorso professionale. Ha un primo raro pregio, Eroi silenziosi: non si attarda mai nella consueta retorica. È solo un taccuino fedele e semplice, di incontri e avventure. Piuttosto è un libro che sa di caffè notturni e sigarette, odora di adrenalina per un’indagine e di una pizza sul mare con i colleghi, in una pausa di serenità, e trasuda l’olezzo di carta sulla scrivania del giudice burocrate che spesso blocca un’indagine per paura.

È il 1989 quando il neo capitano Jannone atterra a Punta Raisi, destinato alla Corleone patria di Totò Riina e compari: lì conosce un mondo nuovo anche tra i suoi stessi sottufficiali. Sono infatti uomini dalla battuta pronta e abituati ad aggirare gli ostacoli delle scarse risorse con un pizzico di furbizia: sono loro, ad esempio, che gli allestiscono un alloggio in una struttura abusiva della caserma. L’odore del caffè, compagno del lavoro notturno, emerge prepotente proprio nelle righe sulla prima indagine corleonese: Jannone e i suoi, dopo alcune peripezie, arrivano infatti a mettere sotto controllo i telefoni delle cognate dell’inafferrabile boss Riina. Un’indagine serrata che porta i carabinieri a un passo dall’individuare il nascondiglio del Capo dei capi, prima che Jannone venga improvvisamente trasferito a Catania. In quelle pagine fa capolino il primo dei silenziosi eroi protagonisti, Giovanni Falcone, descritto però in modo semplice in tutta la sua umanità, antipatia compresa (Jannone ricorda il primo approccio, inizialmente freddo e scostante). Alla presentazione milanese del libro, quelle righe sono state accompagnate anche dal ricordo personale di un altro protagonista di quegli anni, il generale Mori, che con Falcone, come con Paolo Borsellino, lavorò fianco a fianco in un clima di grande fiducia. Mori ha così ricordato come i due giudici rappresentassero due anime della Sicilia: «Falcone e Borsellino avevano due personalità complementari e indisgiungibili» ha ricordato. Falcone, che inizialmente appariva appunto freddo e stratega, ma poi si rivelava cordiale e dalla battuta vivace, secondo il generale incarnava l’anima spagnola della Sicilia: Borsellino invece, dalla verve più vulcanica e dalla frase fin troppo schietta, ha incarnato l’anima araba. «Anche per questo – ha raccontato Mori – Borsellino ha iniziato a morire quando Falcone è stato ucciso: mancava una parte di quel suo essere, la parte dell’amico dall’anima spagnola con il quale era cresciuto umanamente e professionalmente».

Odorano di Malboro rosse le pagine di uno dei capitoli dedicati alla Calabria: fumano quelle sigarette gli appuntati Fava e Garofalo prima di essere freddati dalle ‘ndrine sulla Salerno-Reggio nel ’94. Forse davvero, come immagina Jannone in una delle poche concessioni alla fantasia narrativa, Fava e Garofalo prima di morire avranno parlato delle mogli e dei figli e di un invito a cena per l’amata pepata di cozze: sono eroi silenziosi, ma prima ancora uomini, la cui morte lascia inquieto il giovane capitano Jannone, che subito si tuffa nell’indagine sugli assassini. Sanno di fumo anche le righe dedicate all’allora pm Roberto Pennisi (oggi alla Dna), descritto con «l’elegante sigaretta sempre in mano». Pennis, è uno dei magistrati dipinto come caparbio e curioso, ma anche disponibile e concreto, ben diverso dal collega Nicola Gratteri, lavoratore instancabile con il «difetto di vedere trame ovunque». Sanno di sigarette anche i ricordi dell’amicizia che nasce tra Jannone e lo stesso Pennisi, pronto a rispondere nel cuore della notte, in mutande, al giovane capitano, che non lascia i dubbi professionali dietro la porta dell’ufficio. Sono storie così quelle di Eroi silenziosi, tremendamente semplici e umane. È un libro che racconta di uomini, «carabinieri pronti sempre ad obbedire», che senza saperlo si rivelano anche eroi.

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2 commenti

  1. Antonio

    Ricordiamoci che Jannone è stato rinviato a giudizio per reati gravi ed è tutt’ora sotto processo a Milano.
    Non è proprio il caso di trasformarlo in eroe

    1. #stoConJannone

      Assolto da tutte le accuse. Lui eroe, tu anonimo tastierista

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