
Il colpo di Stato in Niger è il fallimento della politica africana di Macron

Parigi. Venerdì, Georges Malbrunot, veterano degli inviati di guerra francesi, ha pubblicato sul suo account Twitter un retroscena sul colpo di Stato in Niger che simboleggia il fallimento della politica africana di Emmanuel Macron, un misto di paternalismo figlio di vecchi riflessi coloniali e allo stesso tempo di senso di colpa per le derive passate della “Françafrique”, accanto a una strategia pressapochista dinanzi all’avanzata della Russia di Vladimir Putin e del suo braccio armato, i contractor del gruppo Wagner.
Il golpe in Niger poteva essere evitato?
«Poche ore prima del colpo di Stato, la Dgse [l’intelligence esterna francese, ndr] ha consigliato al potere francese di dispiegare dei membri delle forze speciali nel palazzo presidenziale a Niamey, ma la risposta è stata ”no, verrà interpretato come colonialismo, non possiamo restare nella Françafrique”», ha raccontato Malbrunot, citando due fonti vicine al dossier Niger. «L’opzione della Dgse era quella di mettere in sicurezza il palazzo. Ma i diplomatici hanno risposto: “Ci saranno delle rivolte in città”. Macron non è contento della Dgse perché non ha avuto anticipazioni. Ma l’avevamo avvertito dicendogli “è questa notte, ma bisogna muoversi subito con dei militari francesi”. Non voleva», hanno raccontato le due fonti.
Il golpe in Niger del generale Abdourahmane Tiani, che ha portato alla deposizione del presidente democraticamente eletto Mohamed Bazoum, poteva dunque essere evitato, scongiurando la perdita di un altro paese del Sahel e alleato cruciale dell’Occidente dopo quella del Mali e del Burkina Faso, dove ora, al potere, ci sono due giunte militari ostili alla Francia. Diversi osservatori, in questi giorni, hanno tirato in ballo Mosca per quanto sta accadendo nel Sahel, ma secondo l’ex ambasciatore e rappresentante della Francia presso le Nazioni Unite, Gérard Araud, è miope dare tutta la colpa ai russi, è una negazione della realtà: «I russi hanno soltanto approfittato della situazione, prendiamocela con noi stessi che non abbiamo capito che un’epoca si stava chiudendo a nostre spese».
La Françafrique e la crisi in Niger
«La base della crisi è naturalmente questa Françafrique di cui ogni nuovo presidente annuncia la conclusione fin dalla sua elezione, non rendendosi conto che questa ripetizione rituale prova invece che è sopravvissuta ai predecessori e continuerà a sopravvivere, in assenza di misure radicali che non sono mai state prese», ha scritto Araud sul Point. Non ci sono particolari interessi economici all’origine di questa crisi, visto che il continente africano rappresenta circa il 4-5 per cento degli scambi commerciali e degli investimenti totali della Francia all’estero, e il Sahel, di questi scambi e investimenti, rappresenta meno del 10 per cento. E non c’entra nemmeno l’uranio, o meglio, l’uranio ha soltanto una piccola responsabilità nel sentimento antifrancese di una parte dei nigerini (se ne trova in abbondanza e a un prezzo più basso in altre zone del mondo).
I jihadisti in Sahel e il fallimento delle politiche di Macron
Il problema è anzitutto politico: la Francia non ha saputo accettare che le sue ex colonie siano ormai indipendenti e trattarle come tali, abbandonando i suoi vecchi tic coloniali. Per i giovani africani, «è diventata il capro espiatorio delle loro frustrazioni», sottolinea Araud, un paese che continua a depredare le loro terre, in combutta con governi fantocci e corrotti. La scintilla che ha fatto precipitare la situazione nel Sahel, con conseguenze disastrose non solo per quella lingua di terra estesa tra il deserto del Sahara a nord, la savana sudanese a sud, l’oceano Atlantico a ovest e il Mar Rosso a est, ma anche per l’Europa, è l’intervento militare in Mali nel 2013: la famosa opération Serval (poi ribattezzata opération Barkhane) ordinata dall’allora presidente socialista della Repubblica francese François Hollande.
Lungi dal riassorbire la minaccia terroristica, l’operazione pilotata dal duo Hollande-Macron negli ultimi dieci anni ha anzi lasciaro che si ampliasse la zona d’azione dei jihadisti, gettando il Sahel, una delle regioni più povere del mondo, nel caos. Dopo il Mali, il Burkina Faso e il Niger il rischio contagio non è da escludere negli altri paesi africani, dal Senegal alla Costa d’Avorio, dal Ciad alla Mauritania. «Il jihadismo dieci anni dopo l’arrivo della Francia è più forte che mai», commenta l’ex ambasciatore Araud, prima di aggiungere: «La nostra politica africana ci sta crollando addosso».
Foto Ansa
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