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Disney, il posto più magico ideologico del mondo

Di Pietro Piccinini
12 Febbraio 2023
In mezzo a una crisi senza precedenti la casa di Topolino continua a puntare su scivolose crociate woke e storie cariche di lezioncine politicamente corrette. Rischiando di rovinarsi il centenario
Strange World
Un’immagine di Strange World, il nuovo film di animazione Disney carico di richiami politici e disertato nei cinema (foto Ansa)

In quanto a cliché politicamente corretti, davvero non si fa mancare niente Strange World, ultimo film di animazione a marchio Disney uscito al cinema a novembre. C’è la coppia multirazziale veramente ma veramente felice, un diluvio di donne al potere e nerborute combattenti, il solito mondo in rovina per colpa del solito parassita, l’uomo, che ne consuma le risorse. C’è perfino un cane diversamente quadrupede poiché mutilato. Ma soprattutto c’è Ethan, il protagonista, il primo adolescente apertamente omosessuale mai portato sullo schermo dalla casa di Topolino, con tanto di fidanzatino che non serve assolutamente a niente ai fini della trama, salvo essere rievocato di continuo nel corso del film giusto per ricordare quanto è gay il giovane protagonista, e quanto tutti siano felici che il giovane protagonista è gay. Uno deve proprio impegnarsi per riuscire a seguire la storia senza essere infastidito da tutto questo ciarpame “woke”. E non è impresa facile nemmeno per il più progressista degli spettatori, anche perché la stessa Disney è parsa non avere molto altro da promuovere in Strange World, a parte la serie di trovate ambientaliste, inclusive, diverse.

Risultato: sale disertate e fiasco devastante al botteghino, si stima una perdita potenziale di oltre 100 milioni di dollari. Una mazzata che i successoni di Avatar 2 e degli ultimi film Marvel – tutti prodotti del gruppo Disney – sono riusciti ad attutire soltanto economicamente, non certo a livello psicologico e di immagine, visto che Strange World doveva essere il tradizionale evento riempisala del Thanksgiving 2022.

Addio zio Sam

I critici della deriva progressista di Disney si sono ovviamente affrettati ad attribuire il flop di Strange World a una reazione di rigetto da parte del pubblico ai troppi messaggi (ri)educativi che infarciscono l’opera. In realtà le cose sono un po’ più complicate di così: ad affondare il film è stata anche la inspiegabile pressoché totale assenza di battage pubblicitario da parte dell’azienda; e poi c’è il fatto che tante famiglie nei due anni di pandemia e cinema chiusi si sono abituate ad attendere le novità sulla piattaforma streaming Disney+, dove infatti Strange World appena uscito si è subito piazzato al primo posto tra i contenuti più visti. Ma è innegabile che una parte dei fan di Disney si sia stufata dell’overdose di cause giuste a cui si ritrova sottoposta.

Sicuramente a molti, moltissimi aficionados dei parchi a tema Disney non è andata giù la chiusura il 23 gennaio scorso a Disney World, Florida, di Splash Mountain, l’amatissima attrazione acquatica (modello Colorado Boat di Gardaland) ispirata al mitico I racconti dello zio Sam, un film vincitore di un Oscar, visto e stravisto da milioni di bambini in tutto il pianeta ma ormai ritenuto dai suoi stessi creatori «non più appropriato nel mondo attuale» per via di qualche stereotipo razziale di troppo (sai com’è, la pellicola è del 1946). A prendere il suo posto sarà un’altra giostra ispirata stavolta a La principessa e il ranocchio, cartone animato – manco a dirlo – simbolo della nuova inclusività Disney, con protagonista una principessa afroamericana, ma questo non è servito ad alleviare il lutto dei fan, che nei giorni precedenti la chiusura hanno fatto code di ore per godersi un ultimo giro a Splash Mountain, mentre una petizione in sua difesa ha raccolto 5 volte le firme racimolate da quella che ne chiedeva lo smantellamento. E su eBay una boccetta di “vera acqua dello Splash Mountain” è arrivata a costare migliaia di dollari.

La sventura di Chapek

Aveva proprio bisogno di tutto questo Disney, con la crisi che sta minacciando il suo magico universo? Giusto pochi giorni prima dell’uscita di Strange World, il 20 novembre, il gruppo ha licenziato l’amministratore delegato Bob Chapek e reingaggiato il suo predecessore Bob Iger, il leggendario Ceo che aveva portato Disney sul tetto del mondo con le acquisizioni di Pixar nel 2006, Marvel nel 2009, Lucasfilm nel 2012 e Fox nel 2019. Dopo 15 gloriosi anni al comando dell’impero dell’entertainment, vinta l’ennesima sfida con il battesimo di Disney+, era stato lo stesso Iger a indicare Chapek nel febbraio 2020 come successore, scegliendolo proprio perché convinto come lui delle potenzialità dello streaming. Poi venne il Covid, i cinema chiusi, i parchi pure. E come se non bastasse la sfortuna, Chapek ci ha messo del suo.

Da managerone senza carisma qual è ritenuto dai critici, si è preoccupato più di accentrare e controllare che di lasciar lavorare le unità creative, che non sono esattamente secondarie nel settore entertainment. Non appena i parchi tematici hanno potuto riaprire al pubblico, ha aumentato brutalmente i prezzi per massimizzare i ricavi, col bel risultato di scoraggiare i nuovi clienti (-17 per cento) e far sentire spremuti i visitatori più fedeli. Su Disney+ invece ha fatto l’esatto contrario, puntando tutto sull’aumento degli abbonati. E in effetti da questo punto di vista ha superato subito le più ottimistiche previsioni con 118 milioni di iscritti già nel 2021, ma non ha saputo calibrare le ambizioni: voleva 230-260 milioni di utenti entro il 2024, peccato che provare a convincere 15 milioni di nuovi clienti a trimestre in un mercato già piuttosto saturo significa dover spendere per migliorare l’offerta a scapito della redditività. Morale: nel 2022 Disney, pur continuando ad aumentare il numero di abbonamenti alla sua piattaforma, ha perso nel segmento “direct-to-consumer” 4 miliardi di dollari, mentre il valore delle azioni del gruppo è crollato del 40 per cento.

Splash Mountain a Disney World Florida
Splash Mountain, attrazione di Disney World Florida chiusa a gennaio per presunto razzismo (foto Ansa)

In questo disastro, ci mancava l’immolazione woke, con Chapek che nella primavera scorsa pensa bene di schierare l’azienda nella crociata arcobaleno contro la nuova legge della Florida (Parental Rights in Education) che vieta di parlare nelle scuole di orientamento sessuale e identità di genere agli alunni sotto i 10 anni. Disney, per bocca del suo Ceo, arriva a ventilare ritorsioni sui finanziamenti ai politici favorevoli alla norma, ribattezzata dalla stampa e dai militanti Lgbt “Don’t Say Gay” (Non dire gay). Quel che ottiene, però, è una reazione durissima da parte del governatore della Stato, Ron DeSantis, punto di riferimento dei repubblicani americani orfani di Trump: la Florida ritira il regime fiscale speciale che negli anni ha permesso a Disney di risparmiare miliardi di dollari in tasse, garantendo in cambio vari servizi al distretto in cui sorge Disney World, come una sorta di governo privato. Per carità, da qui a giugno, quando la “punizione” entrerà in vigore, c’è tempo per trovare un compromesso tra i contendenti, anche per evitare che i costi dello scontro ricadano sui cittadini. Ma considerata la posta in gioco, è sacrosanta la domanda posta da Gerard Baker sul Wall Street Journal: davvero per una impresa che fa intrattenimento per bambini l’opposizione ai diritti dei genitori è una collina su cui vale la pena di morire?

L’invasione Lgbtqia+

A settembre un sondaggio di Wpa Intelligence ha rilevato che il tasso di approvazione degli americani di tutti gli orientamenti politici nei confronti del marchio Disney è ora appena il 51 per cento (37 per cento tra gli elettori repubblicani). A marzo 2021 era al 77 per cento. Si diffonde la sensazione che la casa di produzione più amata dalle famiglie ultimamente sia sempre più distratta dalla politica. “Il posto più magico del mondo”, come recita lo slogan di Disneyland, sta diventando il più ideologico.

Praticamente tutte le ultime novità Disney si ricordano solo per il loro sovraccarico di empowerment femminile (dal restyling di Minnie con i pantaloni a quella specie di metafora delle mestruazioni che è Red), antirazzismo militante (la super eroina musulmana di Ms. Marvel, le principesse di tutte le etnie, la Ariel afroamericana in arrivo nel remake live-action della Sirenetta), ovviamente diversity (prima di Strange World vennero il bacio lesbo in Lightyear e il trans in cerca di assorbenti al supermercato nella serie Baymax), senza tralasciare un pizzico di cancel culture (vedi su Disney+ le “avvertenze” inserite in testa a capolavori come Dumbo e Peter Pan, colpevoli di contenere «rappresentazioni sbagliate di persone e culture»).

Che la cosa sia ormai sistematica lo conferma il lancio di Reimagine Tomorrow, la grande campagna aziendale per valorizzare e incentivare l’impegno del personale a inserire “diversity, equity, and inclusion” nelle relazioni lavorative e nei contenuti. Nelle sessioni di Reimagine Tomorrow i creativi raccontano quanto sia bello «esplorare storie queer» alla Disney e usare i cartoni animati per «informare i ragazzini» su queste cose, e si sono visti i vertici aziendali proclamare quanto desidererebbero avere di qui in avanti almeno il 50 per cento di «personaggi Lgbtqia+» nelle prossime storie, come ha fatto Karey Burke, boss del General Entertainment Content e «madre di un figlio transgender e di un figlio pansessuale».

Il nuovo (vecchio) Bob

Si illude chi sostiene che Disney abbia cacciato Chapek per dare finalmente un taglio alle troppe “distrazioni politiche”. Iger, lo storico Ceo tornato in sella, è forse perfino più liberal di Chapek, l’accelerazione sulla giustizia sociale l’aveva già impressa lui all’azienda. Dichiaratamente democrat, Iger ha anche flirtato con l’idea di candidarsi alla Casa Bianca e durante il mandato presidenziale di Trump si è ritagliato un profilo da illumuinato oppositore. Per dire: ci sono volute settimane e molte pressioni da parte dei dipendenti indignati perché Chapek si decidesse ad andare allo scontro con DeSantis; Iger, invece, si è schierato subito pubblicamente con i «giovani Lgbtq messi a repentaglio» dalla legge della Florida.

Disney pagherà il suo nuovo-vecchio Ceo più di 50 milioni di dollari per trovarsi in due anni un successore migliore. E naturalmente per fare la pace col governo della Florida. Ci vorrà almeno un po’ della magia che ha permesso a Disney di prosperare per i ben 100 anni che l’azienda compirà il prossimo 16 ottobre. Chissà se l’ideologia gliene garantirà altrettanti.

Una versione di questo articolo è pubblicata nel numero di febbraio 2023 di Tempi. Il contenuto è riservato agli abbonati: grazie al tuo abbonamento puoi scegliere se sfogliare la versione digitale del mensile o accedere online ai singoli contenuti del numero.

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