Niente college cattolico, siamo a Oxford

Di Daniele Meloni
02 Ottobre 2022
La prestigiosa istituzione accademica britannica fa chiudere St. Benet's Hall, scuola legata ai benedettini, per «incertezza finanziaria». Eppure i soldi per salvarla c'erano. Cosa c'è dietro alla decisione?
Oxford

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Niente college cattolico, siamo oxfodiani. Questo sembra essere stata la linea-guida di una delle più prestigiose istituzioni accademiche britanniche, la Oxford University, nella decisione di chiudere St. Benet’s Hall, una scuola cristiano-cattolica che ospita 150 studenti. Motivazione ufficiale: «l’incertezza finanziaria che circonda attualmente l’istituto».

Il college cattolico avrebbe avuto i soldi, ma chiude

Almeno così dicono i vertici dell’università. Già, perché in realtà, St.Benet’s Hall i soldi per andare avanti li aveva trovati, eccome. Lo aveva fatto tramite una donazione dell’imprenditore americano John Barry, Ceo del fondo di investimento da oltre 8 miliardi di dollari Prospect Capital. L’accordo tra Barry e il Professor Richard Cooper, il Master di St. Benet’s era fatto, anzi signed, sealed and delivered, come dicono da quelle parti: 40 milioni che avrebbero dato al college la possibilità di continuare la sua attività, predisporre le lezioni e anche un fondo per gli studenti più meritevoli e bisognosi.

Le credenziali di Barry erano pure ottime: in America è un noto filantropo che si è già occupato di scuole a New York e ha dato il via anche a delle charity che si occupano delle malattie dei veterani delle guerre e delle aree svantaggiate della Grande Mela. Barry ha anche una borsa di studio intitolata a suo nome – la Barry Scholarship – proprio a Oxford. Tutto ok, quindi? Nemmeno per sogno.

La scristianizzazione di Oxford continua

Con la scusa delle «attuali condizioni di instabilità finanziaria» la Oxford University lo scorso mese di maggio ha stabilito che St. Benet’s deve chiudere entro fine anno. Lo staff è già stato licenziato mentre i 130 studenti sono stati redistribuiti presso gli altri college. Che cosa ha determinato la decisione di Oxford? Negli ultimi anni il processo di secolarizzazione dell’università è stato irrefrenabile. Anche se forse sarebbe meglio definirlo di scristianizzazione. La Oxford University, infatti, accetta – e anche ben volentieri – i finanziamenti di chiunque, compresi i broker arabi della vendita di armi da Londra all’Arabia Saudita, ma non vuole sentire parlare di salvare un college storico che esiste dal 1897.

Nel nome di una malintesa modernità e delle pari opportunità, l’università ha scelto di sacrificare uno degli istituti che – ironia della sorte – applica maggiormente le teorie imperanti sull’uguaglianza diffuse a Oxford: A St. Benet’s, infatti, non esistono gerarchie nei posti assegnati nelle biblioteche e nel refettorio tra studenti più grandi e studenti novelli, e si respira – a quanto raccontano gli ex studenti – una atmosfera “tranquilla e serena” che non risente dell’elevata competitività che permea ogni attività oxfordiana.

Legata ai benedettini, St. Benet’s Hall deve chiudere

Uno di questi ex studenti è Alexander Stafford, deputato Tory di Rother Valley dal 2019, che ha espresso la sua tristezza sulle pagine dello Spectator, la rivista conservatrice britannica, promettendo un’analisi rigorosa sulle cause che hanno determinato la chiusura di St. Benet’s. Così come Sir Edward Leigh, MP conosciuto dai più per la sua intransigenza su migranti e Brexit, che ha preso carta e penna per scrivere alla vice-cancelliere dell’università, Louise Richardson, e chiedere spiegazioni.

Essendo una “hall” e non un tecnicamente un “college”, la scuola non ha diritto a un trattamento privilegiato per la sua tutela, e il fatto che sia legata all’ordine dei benedettini non l’ha portata in simpatia alle Commissioni ultra-secolarizzate che hanno dovuto decidere il suo destino. Il processo di centralizzazione e modernizzazione di Oxford sta sostituendo le tradizionali procedure del passato: così i tentativi di sabotare l’accordo con Barry si sono focalizzati sull’indipendenza del board che avrebbe rilevato St. Benet’s e sull’eventuale influenza che Prospect Capital avrebbe avuto nella vita della hall. A oggi, ha raccontato lo stesso Barry, «non ho ancora capito perché la mia offerta è stata rifiutata».

Foto di Tetiana SHYSHKINA su Unsplash

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