«I maori hanno inquinato l’Antartide». «Questo è razzismo!»

Di Caterina Giojelli
17 Ottobre 2021
Nature scrive che i primi inquinatori della terra sono stati i polinesiani, sette secoli fa. La Nuova Zelanda insorge, ma gli scienziati vivono tra i pinguini? Ripasso di tic, tabù e cortocircuiti tra diritti e minoranze discriminate
Un maori neozelandese durante la cerimonia del fuoco
Un maori neozelandese durante la cerimonia del fuoco (foto Ansa)

Tra allarme clima e allarme razzismo chi vince? Ma ovviamente, il cortocircuito. Succede che un gruppo di scienziati faccia questa scoperta: l’inquinamento del pianeta non ha avuto inizio con la rivoluzione industriale e nemmeno con i ricchi bianchi europei sfruttatori di terre altrui. No, l’inquinamento del pianeta ha avuto inizio già nel 1300 e col fuoco appiccato alle foreste dai colonizzatori maori.

I resti degli incendi dei maori

La scoperta, pubblicata questo mese su Nature, è stata fatta tra i ghiacci dell’Antartide, e che c’entrino i Maori con l’Antartide lo spiegano le alte concentrazioni di residui di carbone nero intrappolato nelle carote di ghiaccio prelevate dagli scienziati e risalenti a sette secoli fa, quando i maori approdarono in Nuova Zelanda e iniziarono a disboscare tutto col fuoco. Un’isola relativamente piccola e a 7 mila chilometri di distanza dall’Antartide. Qui gli scienziati hanno realizzato che un mondo preindustriale incontaminato non è mai esistito: le carote di ghiaccio analizzate dimostrano che l’impatto dell’essere umano sull’ambiente ha almeno sette secoli e che le emissioni dei boschi dati alle fiamme con l’arrivo dei maori non erano inferiori a quelle dall’arrivo degli europei.

Razzismo, «nessun maori nel team»

Va da sé che in Nuova Zelanda i maori l’abbiano presa malissimo: accademici e politici denunciano l’approccio del team «affatto inclusivo», nessun maori è stato interpellato o coinvolto nello studio. Non è uno scherzo: in Nuova Zelanda finanziamenti alla ricerca scientifica vengono erogati in presenza di partenariati e consultazioni con i maori, i sistemi di conoscenza indigeni (“matauranga maori”, è chiamata così la conoscenza multidisciplinare e olistica del popolo che sopravvive dall’epoca preindustriale) integrati a quelli moderni e viceversa.

Insomma scienza è inclusione, i risultati pubblicati da Nature invece «puzzano di arroganza scientifica con l’implicita supposizione che maori abbiano molto da spiegare in termini di contributo alle emissioni di carbonio», spiega al Guardian Sandy Morrison dell’Università di Waikato, definendo il lavoro di Nature «privo di contesto e comprensioni culturali» e dicendosi «scioccata dal giornale, che non ha collaborato con i ricercatori maori», «come minimo, dovresti coltivare una relazione prima di scrivere su di noi».

«Ma non ci sono maori in Antartide»

Al che a restarci male tocca a Joe McConnell del Desert Research Institute, che ha guidato lo studio, «non stiamo cercando in alcun modo di criticare o modificare la gestione della terra da parte dei maori», ha cercato di difendersi, «e poi la nostra ricerca non ha sede in Nuova Zelanda… ma in Antartide e non ci sono abitanti indigeni in Antartide. Non credo che avremmo potuto svolgerla diversamente», «non credo che questo sia un dibattito scientifico».

Fulminea la risposta da Dan Hikuroa, docente all’Università di Auckland, che non contesta i risultati ma la mancanza di ricchezza del team di McConnell, la scienza «opera per produrre conoscenza» ma anche «all’interno di un sistema sociale. Questa consapevolezza è davvero mancata qui» sostiene. «C’è più di un modo di conoscere, essere e dare un senso al mondo, da cui possiamo attingere e che possiamo utilizzare quando stiamo cercando di prendere decisioni importanti, sul modo in cui conduciamo la nostra ricerca, il tipo di team che costruiamo, i tipi delle domande che ci poniamo e i modi in cui cerchiamo di rispondere a queste domande».

Asterix, il Nobel, il green pass razzista

In realtà non serve essere esperti di “matauranga maori” per farsi qualche domanda e azzardare qualche risposta. Quando in Canada è stata diffusa la notizia della scuola che aveva messo al rogo migliaia di libri, tra gli altri Tintin nelle Americhe, la Conquista dell’Ovest di Lucky Luke, Asterix e gli Indiani, due biografie dell’esploratore francese Jacques Cartier a causa della rappresentazione stereotipata degli amerindiani offerta, Trudeau si è molto scandalizzato, «non tocca a persone non indigene dire agli indigeni quello che dovrebbero provare o fare per suggellare la riconciliazione». Eppure è stata Suzy Kies, a capo del Comitato dei popoli autoctoni del partito liberale canadese a progettare la fiammata di questo e quello spesso perché scritto «da una prospettiva euro-centrista e non da quella degli autoctoni».

Inserire “quote discriminate” per rendere presentabile qualunque azione è diventato l’abc della meritocrazia (vedi le regole dell’Academy per l’assegnazione degli Oscar, vedi la polemica sul razzismo e il sessismo del premio Nobel), il cortocircuito è all’ordine del giorno: in America l’amministrazione Biden è alle prese con il green pass accusato di discriminare i neri e l’esenzione delle persone di colore dal vaccino per non essere tacciato di «razzismo». In Inghilterra si registrano proteste contro l’uniforme gender neutral imposta dalle scuole: in nome della libertà delle donne? No, dei cambiamenti climatici e della condanna della “fast fashion”.

Bianchi contro neri, donne contro trans

In California grazie al Transgender Respect, Agency and Dignity Act che consente ai detenuti che si identificano come «transgender, non binari e intersessuali» di essere alloggiati e perquisiti in modo «coerente con l’identità di genere» si sono registrate oltre 260 richieste di trasferimento: uomini che cercano di trasferirsi nelle carceri femminili, il 20 per cento dei quali incarcerati per reati sessuali. Michael Hari, l’attentatore della moschea del Minnesota, terrorista, bianco e razzista, oggi si dichiara donna, sostiene di chiamarsi Emily Claire e che la disforia di genere non curata l’ha reso vulnerabile alla propaganda della destra.

Sempre in America, i tabù antirazzisti stanno mandando in cortocircuito il New York Times (vedi il processo al reporter Donald McNeil, un caso di scuola di autocensura acrobatica) ma è con l’assegnazione dei fondi anti Covid in base a razza e livello di discriminazione che si è raggiunto il capolavoro: con le sue megafinanziarie e norme contro il razzismo il presidente dell’uguaglianza Biden è riuscito a dividere e discriminare mezzo paese. Mettendo bianchi contro neri, donne contro trans, religione contro nuovi diritti. Insomma, dove vivono gli scienziati di Nature, in Antartide tra pinguini e carote di ghiaccio?

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