
La Cina usa l’Afghanistan per minacciare Taiwan: «Gli Usa vi lasceranno soli»

La rovinosa fine della presenza degli Stati Uniti e dell’Occidente in Afghanistan, a cui si è assistito in questi giorni, e ben rappresentata dai video e dalle immagini che mostrano migliaia di persone prendere d’assalto aeroporto e aerei cargo militari per poter sfuggire al ritorno dei talebani, non ha lasciato indifferente la Cina. Pechino ha ormai chiarito la sua intenzione di avere buoni rapporti con i talebani e si sta ponendo come un’alternativa agli Stati Uniti non solo nella ricostruzione del paese, ma anche come nuovo modello di alleanza per storici alleati di Washington, tra cui Taiwan.
Pechino dileggia i «traditori» Usa
Proprio la Repubblica di Cina, nata nel 1949 e fino al 1971 riconosciuta come l’unica “vera Cina” in antitesi a quella comunista fondata da Mao Zedong, è stata al centro di un editoriale del tabloid del Partito comunista cinese Global Times dal titolo L’abbandono afghano, una lezione per il Dpp di Taiwan. L’editoriale è corredato da una vignetta che mostra la presidente di Taiwan e membro del Democratic Progressive Party (Dpp), Tsai Ing-wen, che riceve una pacca sulla spalla da un’aquila di mare dalla testa bianca, simbolo degli Stati Uniti. Il lungo editoriale dileggia gli Stati Uniti per la loro gestione della crisi afghana, facendo parallelismi con la fine della guerra del Vietnam e la fuga da Saigon nel 1975 dei cittadini statunitensi, ricordando come Washington da sempre tradisca i propri alleati, dai vietnamiti negli anni Settanta ai curdi in Siria nel 2019.
Un messaggio chiaro a Taiwan
«Alcuni storici sottolineano anche che abbandonare gli alleati per proteggere gli interessi degli Stati Uniti è un difetto intrinseco che è stato profondamente radicato negli Usa sin dalla fondazione del paese». Tramite il Global Times, il Partito comunista cinese lancia un messaggio chiaro a Taiwan, osservando che quanto accaduto a Kabul dovrebbe far riflettere Taipei e il Dpp. «Tsai Ing-wen, che aveva inviato un messaggio di cordoglio al presidente degli Stati Uniti per la morte del suo cane, non ha detto nemmeno una parola sul cambiamento della situazione in Afghanistan. Anche altri politici del Dpp, così come i media che si orientano verso il Dpp, hanno minimizzato il cambiamento scioccante. Ma dovevano essere nervosi e avere un presentimento minaccioso. Devono aver saputo meglio in segreto che gli Stati Uniti non sono affidabili», afferma l’editoriale.
«Attaccheremo e nessuno vi difenderà»
Il Global Times si spinge oltre e ricorda che Taiwan è un alleato «redditizio» per Washington: non ha truppe sul campo e mantiene la sua aura protettiva sull’Isola di Formosa spingendo la leadership ad acquistare armi, mentre gli Usa si limitano a inviare qualche nave come deterrente alle manovre cinesi. Nell’editoriale Pechino invia una minaccia diretta a Taiwan, osservando che quando la Cina attaccherà, l’isola resterà sola e indifesa: «Una volta scoppiata una guerra nello Stretto mentre il Continente si impadronisce dell’isola con le sue forze, gli Stati Uniti dovrebbero avere una determinazione molto maggiore di quella che hanno avuto per l’Afghanistan, la Siria e il Vietnam se vogliono interferire. Un intervento militare degli Stati Uniti sarà una mossa per cambiare lo status quo nello Stretto di Taiwan, e questo farà pagare a Washington un prezzo enorme piuttosto che guadagnare profitti».
«L’isola crollerà in poche ore»
Sostenendo l’improbabilità che gli Stati Uniti possano impegnarsi realmente in una guerra con la Cina per difendere Taiwan, il Partito comunista cinese invita «le autorità del Dpp a mantenere la testa sobria». «Da quello che è successo in Afghanistan – prosegue l’editoriale – dovrebbero rendersi conto che una volta scoppiata una guerra nello Stretto, la difesa dell’isola crollerà in poche ore e l’esercito americano non verrà in aiuto. Di conseguenza, le autorità del Dpp si arrenderanno rapidamente, mentre alcuni funzionari di alto livello potrebbero fuggire in aereo». Pur restando nell’alveo della propaganda, il testo, che si conclude con il consiglio alla leadership di Taiwan ad «abbandonare il carro anti-cinese e a lavorare per la riunificazione», è un primo effetto degli errori strategici commessi dagli Stati Uniti in Afghanistan, da Barack Obama, passando per Donald Trump e terminando con la rovinosa ritirata di Joe Biden.
Joe Biden «il distruttore»
A Pechino non è inoltre sfuggito l’imbarazzo che sta vivendo l’amministrazione di Washington – prima i vari portavoce del dipartimento di Stato e della Difesa e il 16 agosto lo stesso Biden – di fronte alle domande dei giornalisti sulle ragioni di quanto sta accadendo a Kabul. Il 17 agosto la portavoce del ministero degli Esteri cinese, Hua Chunying, commentando le parole di Biden ha dichiarato che il presidente ha più volte ricordato che il vero obiettivo della missione condotta in territorio afghano non era la costruzione del paese, ma la sconfitta di Al Qaeda: «Il presidente degli Stati Uniti Biden ha affermato che la missione degli Stati Uniti in Afghanistan non avrebbe mai dovuto essere di costruzione nazionale, ed è vero. Il ruolo degli Stati Uniti risiede nella distruzione, non nella costruzione».
Si prepara l’alleanza con i talebani
La sfida lanciata dalla Cina agli Stati Uniti in Afghanistan già il 28 luglio scorso, con la visita a Tianjin della delegazione talebana guidata dal cofondatore Abdul Ghani Baradar, vedrà probabilmente nei prossimi mesi, o settimane, un altro tassello con il riconoscimento ufficiale di un governo talebano che potrebbe dividere anche la Nato, alzando la posta per trattative in altri dossier come Hong Kong o Taiwan. Anche la Turchia, che vanta ottimi rapporti con Cina e Russia e una difficile relazione con gli Stati Uniti, si è detta pronta a collaborare con i talebani, come affermato il 17 agosto durante una visita ad Amman dal ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu. Da notare inoltre che in parallelo al dileggio degli Stati Uniti e ai “consigli” offerti alla leadership di Taipei, la Cina ha condotto anche esercitazioni militari vicino a Taiwan a inizio settimana, con navi da guerra e aerei da combattimento al largo del sud-ovest e del sud-est dell’Isola di Formosa, in quella che le Forze armate cinesi hanno definito una risposta a «interferenze esterne» e «provocazioni», impiegando anche i sofisticati caccia Shenyang J-16.
Sfruttare il caos di Kabul
La stampa Usa ovviamente ridimensiona i vantaggi che la Cina potrebbe trarre subentrando al vuoto lasciato da Washington, citando anzitutto l’inaffidabilità dei talebani, già dimostrata con gli Stati Uniti e il non rispetto degli accordi di Doha, e il rischio che l’Afghanistan torni un paradiso per i terroristi. A ciò si aggiunge l’effetto leva dato dal successo dell’ideologia dei talebani per gruppi affiliati a livello regionale, in particolare in Pakistan, dove lo scorso 14 luglio nella provincia settentrionale di Khyber Pakhtunkhwa, nove ingegneri cinesi sono morti in un attentato suicida effettuato, secondo Islamabad, da talebani pakistani dall’Afghanistan. La Cina sta sfruttando il caos di Kabul per rilanciare il suo ruolo nella regione, intimorire gli avversari come India e Giappone, e per tentare di imbrigliare quanto prima la futura leadership di un paese come l’Afghanistan, nota come la “Tomba degli imperi”, con la ricetta infrastrutture-sfruttamento risorse impiegata in Africa.
Foto Ansa
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