Terra di nessuno

Un vuoto ospitale

Interno di una casa vuota

Articolo tratto dal numero di dicembre 2020 di Tempi. Questo contenuto è riservato agli abbonati: grazie al tuo abbonamento puoi scegliere se sfogliare la versione digitale del mensile o accedere online ai singoli contenuti del numero.

Quella casa, a febbraio, era rimasta vuota. Il calendario fermo sul giorno 22, quando la nonna Alfonsina, 91 anni, era stata portata via in ambulanza, a sirene accese. Non è tornata. La sua casa, dalle parti del Monumentale, era come caduta in letargo. Ogni oggetto nel posto consueto, l’orologio della cucina uguale, con il suo ticchettio secco, sul tavolo le medicine e gli occhiali. In camera le pantofole, il telecomando sul televisore. Tutto uguale e tutto come bloccato, in un incantesimo. Così è la morte, quando una casa viene abbandonata. Una casa costruita nel 1960, in pieno boom, dove due ragazzi appena sposi andarono a abitare. Poi arrivò un bambino. Sessant’anni, è rimasta la nonna in quella casa. Il figlio si è sposato, e sono arrivati i nipoti. Il marito è morto, lei è rimasta sola. Fino a quel giorno, fermo un foglietto di calendario che nessuno più staccava.

Sgomberare la casa dei nonni, quanto è penoso: i cassetti gonfi di vecchie cose di cui non sai che fare, di foto di estati in montagna che ti precipitano nella malinconia. E polvere, bollette ingiallite, antichi quaderni di bambini, polvere ancora. A un certo punto avresti voluto che un gran vento spalancasse le finestre e portasse via tutto con sé: non sentendoti degna di mettere mano nelle cose, nella vita degli altri.

Poi, la casa del tutto svuotata, ha cominciato a venirne un gran frastuono di martelli e macerie. Si demoliva, si abbattevano muri, pareva una distruzione.

Infine, un giorno, sono entrata e ho sentito odore di pittura fresca, e i muri erano candidi, e la cucina tutta nuova, bellissima. Piena del sole del mattino. E Pietro e Francesca, ragazzi come i nonni nel 1960, discutevano su dove mettere la camera del bambino in arrivo.

Allora mi sono seduta sull’unica sedia rimasta, inebriata dal profumo di calce e vernice, e come presa da un lieve capogiro: la vecchia casa era irriconoscibile, rinata, un’altra, pronta a ospitare nuova vita. Gattonerà su queste piastrelle Martino, su questo tavolo comincerà a scrivere le lettere dell’alfabeto. In una cornice su un comò ci sarà forse una foto dei suoi nonni, cioè mio marito e io. In quel breve capogiro il tempo, cui ho sempre pensato come a una linea retta, mi è sembrato invece una circonferenza, in cui ogni punto è ugualmente distante dal centro. Come se non esistesse un prima o un dopo, ma tutto fosse ugualmente presente in quel centro – che non può che essere altri che Dio. (Strani pensieri, mi sono detta rialzandomi, devo essere stanca).

Poi ho salutato i ragazzi e sono andata. Istintivamente, per strada, ho alzato gli occhi al balcone da cui sempre Alfonsina ci salutava, quando venivamo a riprendere i bambini. Il balcone era vuoto: ora la nonna sono io, mi sono detta meravigliata. E mi sono avviata adagio, pensando a quest’anno doloroso, che tra tante altre ha svuotato anche la cara casa dietro a via Cenisio. Ma, non occorre forse finire, per ricominciare? E morire – almeno un po’, almeno in parte – per rinascere?

Li ho sentiti anche io certi muri dentro di me crollare, quest’anno, certezze consolidate che svanivano in una nuvola di macerie. Ma quel vuoto rimasto, è fatto per ospitare qualcosa di nuovo. Cosa, non so. Ora mi pare di essere come un campo a gennaio, quando la terra, vangata, è frantumata in zolle nere. Bisogna aspettare marzo, per vedere i germogli. Bisogna dare ai semi il tempo di spuntare, piccoli, pallidi, cosa apparentemente da nulla. Ma quanto forti in realtà, gonfi di linfa. La vita, ricomincia sempre da un apparente niente.

Foto pxhere.com

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.