Ramazza boomerang

Di Matteo Rigamonti
17 Settembre 2020
Con il taglio dei parlamentari, i grillini puntano a spazzare via la democrazia senza alcun reale beneficio. Parlano Battista e Orsina alla vigilia del referendum

Articolo tratto dal numero di settembre 2020 di Tempi. Questo contenuto è riservato agli abbonati: grazie al tuo abbonamento puoi scegliere se sfogliare la versione digitale del mensile o accedere online ai singoli contenuti del numero.

Comunque vada il referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari sarà una sconfitta. Una sconfitta annunciata, per il Parlamento, come sede della rappresentanza nazionale, e per la classe dirigente che quotidianamente (o almeno così dovrebbe essere) lo popola e ne anima l’attività per cui è stato istituito: fare leggi, possibilmente buone e in tempi rapidi. Passando, invece, in rassegna lo spettro dei partiti italiani, a fiutare la vittoria sostenendo in modo compatto il “sì” (che i sondaggi danno avanti sul “no”), sono rimasti, ormai è evidente, praticamente solo i cinquestelle. Per il torero giustizialista grillino infatti questo voto rappresenta l’occasione d’oro per segnare una vittoria nella lotta anticasta, per piantare la banderilla del taglio delle poltrone nel corpaccione stanco della politica italiana. Incassando, così sperano Luigi Di Maio e compagni, consenso e fiducia direttamente dalla pancia di un elettorato sempre più incattivito dalla crisi e dalla pandemia. A meno che il popolo italiano d’improvviso decida di indirizzare l’esito della consultazione verso il “no” come è stato con la riforma costituzionale Renzi-Boschi nel 2016. Il resto delle forze politiche – che all’ultimo passaggio in aula avevano approvato con un plebiscito la proposta di legge costituzionale che modifica gli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione, primi firmatari i senatori Quagliariello, Calderoli, Perilli, Patuanelli e Romeo – ha via via assunto posizioni piuttosto sfumate, vuoi per ripensamenti reali, vuoi per meri interessi di parte. Ma proviamo a mettere ordine.

Posto che l’astensione non produce effetto sull’esito del voto, trattandosi di referendum confermativo e non essendo dunque previsto il raggiungimento di alcun quorum, il 20 e 21 settembre, in concomitanza con le elezioni regionali, i cittadini italiani sono chiamati a votare “sì” o “no” a una legge costituzionale che decreta il taglio del numero dei parlamentari: da 630 a 400 deputati alla Camera, da 315 a 200 senatori in Senato. Complessivamente sono 345 politici in meno, in percentuale il 36,5 per cento dei componenti di entrambi i rami del Parlamento. Per un risparmio stimato pari a circa 60 milioni l’anno, lo 0,007 per cento della spesa pubblica; un dato che fa capire quanto l’argomentazione, tanto cara ai pentastellati, di contenere le spese della casta con il taglio delle poltrone sia pretestuosa e menzognera.

Perché gli italiani si trovino a dover votare su questo testo di legge, concepito all’epoca dal governo gialloverde, ricordiamolo al lettore, lo si deve al gruppo di 71 senatori, contrari al taglio di un terzo dei parlamentari, che hanno chiesto di ricorrere al referendum, dopo ben quattro passaggi parlamentari e dopo che la proposta di riduzione, nel suo ultimo passaggio alla Camera, aveva incassato un consenso pressoché unanime: 553 voti favorevoli, 14 contrari e 2 astenuti, nessun gruppo parlamentare contrario. Poi cosa è successo? I fatti dicono che il Pd, dopo aver votato per tre volte “no” al taglio, perché era all’opposizione, adesso dice “sì”, perché la maggioranza da gialloverde con il Conte 1 si è tinta di giallorosso per il Conte 2. Mentre i democratici dicono “sì” pur essendo per il “no”, alimentando così l’ennesima frattura al loro interno, già chiedono agli infidi compagni di governo correttivi per il dopo. Come la nuova legge elettorale e modifiche ai regolamenti parlamentari, senza dei quali, a giudizio pressoché unanime della maggioranza di costituzionalisti e politologi, il taglio rischia di rivelarsi un boomerang di inefficienze.

La Lega e Fratelli d’Italia, invece, che sono sempre stati per il “sì”, ora cominciano a tentennare e si moltiplicano le voci che descrivono il taglio come un pasticcio… Matteo Salvini fa trapelare sui giornali di essere per il “sì”, forse per evitare accuse di incoerenza, ma non spingerà per far campagna elettorale. Forza Italia, intanto, che pure dovrebbe essere per il “no”, ma che ha anche votato tre “sì” durante l’iter, lascerà libertà di coscienza ai suoi. E così pare intenzionato a fare Matteo Renzi, leader di Italia Viva.

Come si spiegano tante incoerenze e giravolte? Che questo sia un voto che «suscita perplessità per le dinamiche politiche che l’hanno preceduto e per gli effetti concreti che potrebbe produrre», lo constata anche Enzo Balboni, professore di diritto costituzionale dell’Università Cattolica, su Il Segno, la rivista della diocesi di Milano. «Piegato al servizio di convenienze politiche congiunturali», osserva Balboni, il referendum viene privato di quella «serietà e solennità che sono sempre necessarie in tali circostanze», quando cioè si mette mano a una «non banale revisione costituzionale». Perché di questo si tratta.

I motivi per opporsi

L’assenza di serietà dimostrata dalla politica in un così delicato passaggio è stata stigmatizzata anche dal politologo Giovanni Orsina in un bell’articolo pubblicato a fine agosto sulla Stampa, intitolato appunto “La politica senza serietà”. Orsina spiega a Tempi la sua posizione: «La mia non è una critica o un attacco ai singoli, ma la constatazione di come purtroppo funziona oggi la politica italiana», di come i partiti abbiano ormai «perso una visione di medio-lungo periodo» e «anneghino nei tatticismi». In particolare, secondo Orsina, la situazione in cui versa la classe dirigente ancora sconta gli effetti dell’«utopia antipolitica che ritiene la politica non indispensabile», un fenomeno che «ha origine negli anni Settanta e Ottanta», che «non riguarda soltanto l’Italia» e che da noi ha vissuto una nuova primavera, con Mani Pulite prima e con i grillini oggi.

L’ha osservato anche Gianni Cuperlo, presidente della Fondazione Pd, che in un’intervista al Riformista ha detto: «Si potrebbe dire che raccogliamo quanto seminato nel corso di un paio di decenni a partire dalla denigrazione dei partiti, campagna condotta con una perseveranza ossessiva senza rendersi conto che in quella frenesia si annidavano guasti drammatici, il contrarsi della partecipazione e una selezione della classe politica disancorata da criteri di merito, competenza, moralità». Il precipitato storico di tutto ciò sono i grillini, nuovi alfieri della crociata anticasta che, a onore del vero, ampia parte dei media nazionali ha cavalcato ben prima dell’atterraggio dei politici scelti da Rousseau, la piattaforma non il filosofo, nell’arena politica italiana.

Sia chiaro, che diverse parti della Costituzione necessitino di un “tagliando” di revisione è fuor di dubbio, lo si dice da tempo immemore ed è così anche per il bicameralismo perfetto, ma i punti critici del taglio dei parlamentari, così come configurato dal referendum, sono diversi. Le ragioni che fanno propendere anche Tempi per il “no” le abbiamo spiegate in questi mesi anche sul sito dove potete andare a rileggerle, compreso il contributo del Centro Studi Livatino: risparmi irrisori e vulnus alla rappresentatività (l’Italia diventerebbe il Paese all’interno dell’Unione Europea con il minor numero di deputati in rapporto alla popolazione). Peraltro nella nuova aula di Palazzo Madama le regioni medio-piccole saranno sottorappresentate, fortemente penalizzate in particolare Basilicata e Umbria che perderanno oltre la metà (60 per cento) dei senatori.

«Sei motivi per votare No» li ha elencati anche Luciano Violante su Repubblica quando ha scritto che «la legge sulla riduzione del numero di parlamentari rende fragile il Parlamento, indebolisce la democrazia rappresentativa e non favorisce la democrazia diretta». Secondo Violante 200 senatori sarebbero troppo pochi e, «con il bicameralismo paritario, non potranno stare al passo con il lavoro dei 400 deputati», a maggior ragione se buona parte di essi saranno chiamati a incarichi di governo, come i sottosegretari, o istituzionali, alla guida di commissioni e authority; tutto questo mentre, senza correttivi, «aumenterebbe il potere dei dirigenti di partito». E senza dimenticare poi, osserva Violante, che l’«indebolimento della democrazia rappresentativa», così almeno insegna la storia, apre sempre la strada ad «avventure autoritarie». Votare “sì” al buio, sperando in una legge che rimedi agli scompensi creati dal taglio (soprattutto al Senato), sembra un azzardo che non è detto ci si possa permettere.

Ancor meno convince l’argomentazione della «libertà di coscienza» lasciata da alcuni partiti. Secondo Pierluigi Battista sul Corriere della sera, è un atteggiamento che maschera piuttosto una «palese incapacità di decidere» e che «nasconde la grande paura della politica di scegliere».

Nessun progetto politico

Chiediamo all’editorialista del Corriere a cosa è dovuta, a suo avviso, tutta questa paura: «La politica, sia per la maggioranza sia per l’opposizione, è ormai completamente sganciata da ogni progetto politico, e sono tenute insieme soltanto dal fatto di avere una maggioranza parlamentare o di stare all’opposizione». E «non è incapacità», precisa a Tempi, è che «non c’è nessuna idea se non quella di conservare il potere». Ma «se non c’è coesione, allora si eludono tutte le questioni: soltanto che il “non scegliere” crea nuovi problemi».

Basta guardare come sono stati gestiti i casi Ilva, Alitalia e Covid per averne drammatica conferma. «La responsabilità maggiore è di chi governa», secondo Battista, ma «è un problema che riguarda tutti gli schieramenti, anche l’opposizione». Un problema culturale, verrebbe da dire, nel senso di deficienza di cultura politica. Intanto però, con l’economia al -10 per cento, «il Paese affonda» e non sarà certo questo referendum ad evitarlo. Anzi, come ha scritto Antonio Polito, che invece è per il “sì” ma «senza entusiasmo»: «Una democrazia inefficiente ci costa mille volte di più». È vero oggi, lo sarà anche dopo questa riforma.

Foto Ansa

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