
Cari colleghi giudici (e aspiranti tali) oltre ai codici studiate Pinocchio

Articolo tratto dal numero di marzo 2020 di Tempi. Questo contenuto è riservato agli abbonati: grazie al tuo abbonamento puoi scegliere se sfogliare la versione digitale del mensile o accedere online ai singoli contenuti del numero.
I codici, certo. La Costituzione e la Convenzione europea. La giurisprudenza costituzionale e di legittimità. Tuttavia per preparare il concorso di magistratura, e in seguito fra gli attrezzi del mestiere del giudice, non dovrebbe mancare un libro più breve dei compendi di leggi e sentenze, ma non meno utile: Le avventure di Pinocchio. In particolare il capitolo 19, dedicato a quello che Salvatore Satta definì con ragione il mistero del processo. L’ideale è accompagnare la rilettura del testo di Collodi col commento teologico che ne ha dato Giacomo Biffi col suo mirabile Contro Maestro Ciliegia.
Riassumo la storia. Pinocchio si rende conto che il Gatto e la Volpe lo hanno derubato degli zecchini d’oro e – dice il racconto – «andò difilato in tribunale, per denunziare al giudice i due malandrini». Il magistrato è descritto in un modo non particolarmente lusinghiero: «Il giudice era uno scimmione della razza dei Gorilla: un vecchio scimmione rispettabile per la sua grave età, per la sua barba bianca e specialmente per i suoi occhiali d’oro, senza vetri». A lui Pinocchio chiede giustizia, dopo avergli narrato nel dettaglio quanto accaduto. Prosegue il testo: «Il giudice lo ascoltò con molta benignità; prese vivissima parte al racconto: s’intenerì, si commosse: e quando il burattino non ebbe più nulla da dire, allungò la mano e suonò il campanello. (…) Accennando Pinocchio ai gendarmi, disse loro: “Quel povero diavolo è stato derubato: pigliatelo dunque e mettetelo subito in prigione”».
L’umiltà di cogliere la realtà
La crudeltà di quel “dunque”, una sorta di equivalente del P.Q.M. (“per questi motivi”) che separa la motivazione dal dispositivo, fa rabbrividire: perché noi possiamo rassegnarci a tutto, ma non al diniego di giustizia. Collodi descrive il giudice come un personaggio benevolo, attento, financo pronto a commuoversi. Peccato che i suoi occhiali, pur d’oro, siano senza vetri, e quindi gli impediscano di vedere; e gli precludano quella decisione coraggiosa che sarebbe stata coerente con la consapevolezza del ruolo. Quel che gli manca non è il profilo esteriore della rispettabilità: quello c’è tutto, pur se egli resta sempre «uno scimmione della razza dei Gorilla». Quel che gli manca è l’umiltà di cogliere la realtà che gli si presenta davanti, e l’onestà intellettuale di mantenersi stretto fra il vincolo della legge e la ricostruzione obiettiva del fatto.
La rispettabilità oggi non difetta sotto le belle toghe che abbiamo indossato poche settimane fa in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, a ricordare la sacralità della funzione. Perché il giudice veste la toga in udienza? Perché non lavora in borghese, come altri funzionari pubblici? Perché il giudice, qualsiasi giudice ma soprattutto il giudice penale, incide sulla carne e sul sangue delle persone, e – per quanto di sua competenza – è chiamato a indicare la via giusta nel caso concreto, un po’ come fa il sacerdote quando qualcuno gli si rivolge. La sua veste nera non è dissimile da quella del prete, e per entrambi lo snobismo di rinunciarvi fa perdere di autorevolezza.
A cosa non ci si può rassegnare
Mancano le lenti, non l’apparente rispettabilità. Lenti che sono talora sostituite da categorie ideologiche che portano a inventare una regola propria, col pretesto che essa sia “costituzionalmente” o “ convenzionalmente” orientata, diversa da quella che si è chiamati ad applicare. Lenti troppo spesso messe da parte per descrivere un fatto differente da quello che è, pretendendo che le proprie decisioni, svincolate dalla realtà, prevalgano su quelle di un governo, di un parlamento, o della scienza o della medicina.
Le avventure di Pinocchio insegnano che la natura più legnosa può scoprire la propria umanità se decide di non fare sempre per proprio conto, perché esistono delle regole e un Padre che le ha iscritte nell’uomo. Se siamo veramente convinti che, come insegnava il cardinal Biffi, «a tutto ci si può rassegnare, ma non alla defezione della giustizia», e che «la giustizia è necessaria come il respiro», finiamo per considerare la giustizia come la nostra patria: nostra di uomini e donne, prima ancora che di magistrati. Per questo ci sentiamo in esilio così di frequente. Per questo dovremmo alzare la voce ogni qual volta una sentenza o una ordinanza à la page batte il bando di esilio della realtà e del buon senso.
Foto Ansa
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