
Egitto. Centinaia di cristiani in fuga dal Sinai: «L’Isis è assetato del nostro sangue»

Quando hanno bussato alla porta di casa sua, Saad Hana è andato ad aprire senza neanche chiedere chi fosse. Gli ospiti erano uomini mascherati armati di pistole che hanno ucciso a bruciapelo lui e il figlio, entrambi cristiani. È allora che Said Sameh Adel Fawzy, 35 anni, nipote di Saad, ha capito che era il momento di andarsene dalla città di el-Arish, nel nord del Sinai.
ONDATA DI OMICIDI. Said non è l’unico. Nell’ultima settimana circa 1.000 cristiani (su 1.700 residenti nella zona) sono scappati dalla città egiziana, travolta negli ultimi 10 giorni da un serie di omicidi senza precedenti nella quale sono morti sette cristiani. Nonostante non ci siano state rivendicazioni, tutti puntano il dito contro lo Stato islamico, che già nel 2014 ha dichiarato il governatorato del Sinai del Nord una sua provincia e settimana scorsa ha promesso in un video di aumentare gli attacchi contro «i cristiani infedeli». I jihadisti negli ultimi giorni hanno assassinato i cristiani con armi da fuoco, ma anche decapitandoli e bruciandoli vivi.
«ASSETATI DI SANGUE CRISTIANO». I profughi in fuga da el-Arish si sono riversati in una città sulle rive del Canale di Suez, Ismaliya, dove una chiesa protestante ha aperto le porte per accoglierli. Il governo centrale del Cairo sta inviando aiuti, cibo e vestiti, mentre quello locale del governatorato ha annunciato che retribuirà regolarmente i cristiani in fuga fino a quando non saranno tornati alle loro case.
Wafaa Fawzy, cognata di di Saad, l’uomo ucciso in casa sua insieme al figlio, siede nel centro con lo sguardo perso nel vuoto: «Sono assetati del sangue di ogni cristiano», dichiara all’Associated Press. «Lo avevano detto chiaramente: “Non lasceremo in pace i cristiani”. Vogliono costruire uno Stato islamico». Prima della Primavera araba, circa 5.000 cristiani vivevano nel nord del Sinai. Fino a una settimana fa erano ridotti a 1.700. Dopo le ultime fughe, non raggiungono il migliaio.
«NESSUNO CI PROTEGGE». Ezzat Yacoub Ishak faceva il fabbro ma è scappato insieme ai due figli: «Siamo tutti terrorizzati», racconta, «le forze di sicurezza egiziane si vanno a nascondere, hanno paura di essere uccise, non affrontano i terroristi. Certo, all’entrata della città ci sono i check point, ma dentro non si vede un soldato. Nessuno ci protegge». Mina Misak ha perso il padre in un attentato un anno fa: «Non ho più ragione di restare nel Sinai. Tutti i miei amici se ne sono andati, l’esercito si fa vedere solo se li chiami. Arrivano anche giorni dopo. Finché lo Stato non riesce a garantire la pace, non tornerò indietro».
PEGGIORA LA PERSECUZIONE. La persecuzione dei cristiani in Egitto sta peggiorando rapidamente. Le violenze del Sinai arrivano infatti dopo l’attentato dell’11 dicembre alla chiesa copta di san Pietro, nella capitale egiziana, dove sono morte 29 persone e dopo l’ondata di omicidi di gennaio in tutto il paese. Il presidente Al-Sisi, ex capo dell’esercito musulmano, si è sempre dimostrato vicino ai cristiani: anche quest’anno ha partecipato alla celebrazione solenne del Natale nella cattedrale copta del Cairo, ha promesso di ricostruire le chiese distrutte dai Fratelli Musulmani all’indomani della deposizione armata di Mohamed Morsi, ha fatto approvare una legge per facilitare la costruzione di chiese e ha sempre condannato la persecuzione dei cristiani. Ma non sembra in grado di fermarla.
Foto Ansa/Ap
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