L’indignazione al potere?

Di Daniele Guarneri
29 Marzo 2016
Non è un caso se i grillini, scomparsi a Milano, rischiano davvero di prendersi il Campidoglio. Orsina e Folli guardano alle amministrative
Il leader del Movimento 5 Stelle, Beppe Grillo, durante il suo intervento alla manifestazione Italia5Stelle al Circo Massimo. Roma, 11 ottobre 2014. ANSA/CLAUDIO PERI

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Altro che spending review. A Roma, la voragine nei conti che tiene il Comune sull’orlo del dissesto è devastante. Lo sintetizza bene il piano di riequilibrio preparato dal commissario straordinario del debito pregresso, Silvio Scorzese: tra entrate e uscite, il Campidoglio produce un buco di circa 550 milioni di euro ogni anno. È questo ciò che ha lasciato la giunta di Ignazio Marino, che per non “sporcarsi le mani” non le ha messe da nessuna parte. Neanche dove avrebbe dovuto.

Un contesto come questo è il miglior terreno dove può attecchire l’indignazione dei cittadini. E infatti, a Roma, la candidata sindaco del Movimento 5 Stelle, Virginia Raggi, rischia davvero di essere la prossima inquilina del Campidoglio. O almeno di arrivare al ballottaggio. «È ovvio, M5S è il prodotto del fallimento della politica», dice Giovanni Orsina, storico e docente alla Luiss di Roma. Ma l’editorialista della Stampa è più preoccupato di quello che è diventata questa indignazione: «Cosmica», la definisce. «Da qualsiasi punto di vista la si osservi non rappresenta più una soluzione, ammesso pure che mai lo sia stata, ma un problema».

Per Orsina «l’indignazione cosmica è una sorta di condizione dello spirito che non ha bisogno della realtà per sostenersi ma, al contrario, determina il modo in cui la realtà viene letta. Teme il cambiamento e quando mai quello dovesse arrivare, lo riterrà insufficiente. Colloca le sue pretese ad altezze siderali: maggiore sarà la distanza fra le cose come sono e come dovrebbero essere, maggiore potrà essere l’indignazione. Diseduca alla realtà, a portare pazienza davanti alle sue inevitabili imperfezioni». In questo modo, spiega a Tempi Orsina, «davanti ai disastri della politica, se le persone chiedono 100 e ricevono 80 si concentrano solo su quel 20 che manca. C’è una totale perdita del senso della realtà. In questo modo vince sempre l’indignazione, nessuno arriva ad avere quella maturità che fa dire che le cose non funzionano perché l’umanità non è perfetta».

Se l’anti-casta conquista l’Urbe
Come siamo arrivati a questo punto è presto detto. A Roma il centrodestra non corre unito; Roberto Giachetti ha vinto le primarie del centrosinistra ma rappresenta pur sempre lo schieramento che con Ignazio Marino ha male governato la Capitale in questi anni. Chi è in grado di sintetizzare meglio e dare voce alla rabbia degli elettori – e quindi di accaparrarsi i voti – dovuta alle tasse, ai disservizi, alle buche e alla spazzatura per le strade è sicuramente il Movimento 5 Stelle.

«A Roma, ma solo lì, si giocano la partita», spiega a Tempi l’analista politico di Repubblica Stefano Folli. «I 5 Stelle rischiano di vincere, anche se non mi sembra che abbiano delle idee sorprendenti. Ma sia chiaro, nessuno li vota per le idee che portano, ma perché a Roma la politica ha totalmente fallito. I pentastellati rappresentano uno schiaffo alla vecchia classe dirigente. Saranno in grado di governare la Capitale? Sul piano amministrativo, nelle altre città, non vanno proprio bene. E Roma è diversa da Parma o Livorno. Dubito che abbiano una classe dirigente in grado di reggere una sfida del genere».
E la cosa che rende il compito ancora più arduo è lo stato delle cose: «È una città indebitata e difficilmente si può governare in modo autonomo dal governo. Un conto è riuscire a fare eleggere una piccola pattuglia in Parlamento: lì stanno all’opposizione, fanno le loro battaglie, gridano, urlano, protestano. Ma quando governi il gioco è diverso. Devi fare, perché con la demagogia si combina poco».

La visione di Folli lascia poche speranze alla buona riuscita di Raggi, e Orsina è d’accordo: «I problemi romani non si risolvono con risorse romane, serve una sponda nazionale. Ma non credo che i grillini possano trovare appoggio dal Governo e non so nemmeno se lo cercheranno. Le amministrative romane sono una partita a perdere. Nel 2018 ci saranno le elezioni politiche, il partito che si troverà tra le mani Roma avrà grossi problemi, e se farà male avrà sulle spalle il peso di un fallimento. Se i 5 Stelle fanno male a Roma, perché dovrebbero riuscire a governare un paese?».

L’eccezione meneghina
A Milano la situazione è totalmente diversa: dal punto di vista del funzionamento generale, della classe politica e degli stessi partiti le cose sembrano andare decisamente meglio. Mentre a Roma si rischia la vita per colpa di certe buche che si incontrano per strada, a Milano rimane la politica con le sue prerogative: fare le metropolitane, costruire i grattaceli, andare avanti con Expo. Il tutto nonostante una campagna giudiziaria martellante da ormai oltre vent’anni. Per la città meneghina Renzi si è speso molto e in prima persona: prima per Expo, poi per trovare un candidato valido per le amministrative. Forza Italia, Lega e Ncd corrono insieme per cercare di riconquistare Palazzo Marino. Secondo Orsina «Beppe Sala e Stefano Parisi sono due candidati validi, infatti il Movimento 5 Stelle non c’è». C’era, ma Patrizia Bedori, dopo aver vinto le primarie sul web, ha ritirato – o l’hanno spinta a ritirare – la sua candidatura. «Non è un caso».

Ma che questa fortunata reunion possa essere un modello per la rinascita di un centrodestra nazionale forte e credibile, i due interlocutori dicono che è troppo presto per affermarlo. «Le elezioni municipali sono un grande laboratorio», spiega il professore della Luiss. «La politica italiana è storicamente a trazione settentrionale. Le nuove proposte sono sempre arrivate dal nord, si pensi a Craxi, alla Lega di Bossi, alla nascita di Forza Italia con Berlusconi. Ancora una volta Milano potrà essere luogo di esperimenti. Una vittoria del centrodestra, unito, a Milano e al contempo una sua sconfitta in città come Roma e Torino dove corre diviso, potrebbero essere buone ragioni per prendere il “caso Parisi” come esempio da cui partire. Ma per passare dal governo di una città seppure importante a quello di un paese, serve un cambiamento. Il passaggio non è semplice e automatico. Lo aveva capito bene Craxi, lo ha fatto anche Berlusconi, sta cercando di farlo Salvini».

Per Folli «Milano, più che un modello, oggi è praticamente un’eccezione. È l’unica città dove Lega e Forza Italia hanno trovato un accordo. Per il resto corrono separate e non mancano di punzecchiarsi. Il rapporto tra i due partiti mi pare ormai consumato. Il centrodestra è all’anno zero: il “caso Parisi” è oggi un’eccezione, domani forse sarà un modello, ma non può bastare una candidatura a sindaco per ricostruire un’area politica decaduta».

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Come battere il premier
E per sfidare il Partito democratico serve qualcosa di più di quello che c’è all’opposizione. Per il giornalista di Repubblica «Renzi è stato bravissimo a dimostrare che non ci sono alternative a lui. La destra e il Movimento 5 Stelle non sono credibili e al momento del voto le persone tengono conto di quel che c’è e di quello che è stato fatto. L’unica cosa che Renzi teme davvero è la nascita di una alternativa forte, vera e credibile a lui, ma oggi siamo lontanissimi da questo presupposto. Mancano contenuti, oggi sui temi decisivi il centrodestra non ha nulla da dire e il risultato è che la Lega di Salvini, potente al Nord, a livello nazionale anche insieme a Fratelli d’Italia arriva soltanto al 17-18 per cento. Troppo poco, conta molto di più il Movimento 5 Stelle con il suo 23-25 per cento».

Dal punto di vista strategico, Orsina sottolinea la bravura del premier nel giocare contemporaneamente a fare il politico e l’antipolitico. «È una tattica che usa coscientemente. Rottamazione, linea aggressiva contro l’Europa, polemica contro i gufi e le classi dirigenti che pensano solo ai propri privilegi. Ha usato l’antipolitica cercando di metterla al servizio della politica, tentando di ricostruirne la credibilità. Ma questo è un gioco pericoloso: si alimentano le insoddisfazioni senza avere le garanzie di poterle depotenziare con la sua “politica del fare”».

Il futuro di Salvini
E la Lega di Salvini? «Vuole arrivare a governare. Come arrivarci credo che nemmeno Salvini lo sappia, ma è attento all’evolversi della situazione sociale, politica ed economica internazionale: la crisi dei migranti, la sfida al terrorismo, la mediocre crescita economica, le presidenziali americane, quelle francesi e le parlamentari tedesche. Qual è il destino dei partiti anti-establishment? Sono venuti per restare o sono solo una parentesi? I movimenti antipolitici spariranno o sono la politica del XXI secolo? Per ragionare sul piano nazionale: cosa succede se prima del voto la crisi dei migranti si aggrava? Se si aprono le urne dopo un fatto di cronaca o un attentato islamico? Sono scenari che non mi auguro ma che non posso escludere. Chi lo ha detto che il bipolarismo destra-sinistra è destinato a sopravvivere? Il futuro potrebbe essere nell’antipolitica e in questo caso, se le situazioni saranno quelle ipotizzate, uno di questi partiti o movimenti potrebbe vincere le elezioni, in Italia o in Europa, generando poi un effetto valanga».

@daniguarne

Foto Ansa

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