
Lettere dalla fine del mondo
Non basta chiedere aiuto. Occorre gridare per dare voce alla nostra umanità
Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Ultimamente più di una persona mi ha chiesto cosa mi permette di obbedire alla realtà e di chiedere aiuto senza cadere nell’autosufficienza. Nella mia vita ho imparato non solo a chiedere, ma a gridare, perché quando la vita si fa dura, o impari a cercare la persona adeguata o sei un fallito, come lo sono coloro che censurano il proprio cuore e la propria umanità.
Nella mia vita riconosco due tappe importanti: la prima è quella dell’autosufficienza che ha coinciso con il fascino dell’ideologia, dell’utopia. Quando ho creduto che con le mie mani sarei stato capace di costruire un pezzo di mondo nuovo. Furono anni pieni di entusiasmo perché mi sentivo protagonista e non un cortigiano della storia. Però, man mano che passavano gli anni l’assalto al famoso Palazzo d’inverno e l’utopia del mondo nuovo si allontanavano sempre di più e la vita si faceva sempre più difficile.
Ciò che conta – dicevano – non è l’impegno con il proprio cuore, ma con il sociale. Il pubblico è ciò che vale non la persona: sono stati anni spesi con l’illusione di un futuro in cui finalmente il lupo avrebbe giocato con l’agnello, il bambino avrebbe potuto mettere la mano nella tana del serpente. Un sogno, una costruzione bellissima. Ma in tutto questo, il grande assente era l’Io. È da questa posizione che nasce l’ideologia, l’utopia, l’illusione che con le nostre mani avremmo potuto fare giustizia. L’autosufficienza nasce da un io senza Io.
La seconda tappa del mio cammino esistenziale ha coinciso con la grazia dell’incontro con l’avvenimento cristiano attraverso quattro ragazzi del liceo scientifico “Giovanni da Procida” di Battipaglia, quando di fronte al rifiuto di partecipare a uno sciopero contro l’imperialismo americano e la guerra del Vietnam, al quale io avevo aderito, mi risposero: «Professore, non è che cambia il mondo con lo sciopero, è il suo cuore che ha bisogno di cambiare. Ma questo è possibile solo se Cristo entra nel suo cuore».
Rimasi apparentemente sconfitto e sorpreso perché io ero già sacerdote… Da quel momento incominciò il lento cammino della conversione, passando dall’ideologia all’incontro con la realtà. Un incontro che non solo mi aprì gli occhi, ma svegliò in me una potente esigenza di andare al fondo di quella provocazione fattami da quattro marmocchi di uno sperduto liceo del sud Italia.
Il passaggio dall’ideologia al pensiero di Cristo è stato molto lungo perché l’ideologia mangia il cervello censurando il grido di cui è fatto il cuore e soffocando le esigenze di verità, di amore, di giustizia, di bellezza di cui è fatto l’Io. Esigenze che incominciarono a manifestarsi dopo l’incontro con il cristianesimo come avvenimento. Furono anni duri ma bellissimi, imparai a gridare come un bambino perso nel bosco. Così come mi ero consegnato tutto all’utopia, dopo l’incontro con il fatto cristiano ho affidato la mia vita a quella piccola compagnia denominata “Comunione e liberazione”.
Dopo la lotta di classe
Non solo cercavo il volto di quei ragazzi ma sentivo l’urgenza di conoscere quell’uomo di cui con entusiasmo mi parlavano i miei alunni. Un giorno alcuni professori mi invitarono a partecipare a un incontro con don Giussani a Viterbo, dove il movimento aveva organizzato una tre giorni per gli insegnanti. Ero tutto teso e desideroso di sentire la sua voce. Fu davvero una grande sorpresa non solo per ciò che diceva ma anche per il tono della sua voce. Non avevo sentito mai nessuno parlare così. Mi venne in mente ciò che la gente diceva di Gesù: «Questo parla con autorità». La voce del Gius ci trasmetteva la sua passione per Cristo e per l’uomo, i suoi occhi brillavano di entusiasmo. Che commozione quando disse: «Amici, la liberazione è il frutto della comunione!».
Altro che lotta di classe! Da quel momento cominciai a cercarlo, avevo bisogno di consegnargli la mia vita. Da quel primo incontro personale mi prese con sé e non mi mollò più. Avevo consegnato la mia vita a lui, qualunque cosa mi chiedeva mi incontrava disponibile. Fu il dolore che mi obbligò a cercarlo, a chiedergli aiuto, e oggi è così con don Carrón. Se l’uomo non grida nessuno lo ascolta. Ricordo un amico sacerdote che passando per una depressione andò da don Giussani raccontandogli che non riusciva a dormire. La risposta: «Se questo ti aiuta a mendicare Cristo, ti auguro di non dormire per il resto della vita».
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