
La formidabile avventura di Maria Angela, la suora che ha trovato Cristo nei piccoli disabili dello slum

Pubblichiamo un articolo tratto dal numero del settimanale Tempi in edicola da giovedì 10 settembre
Chi è pari al Signore nostro Dio che siede nell’alto e si china a guardare nei cieli e sulla terra? Solleva l’indigente dalla polvere, dall’immondizia rialza il povero, per farlo sedere tra i principi, tra i principi del suo popolo. Fa abitare la sterile nella sua casa quale madre gioiosa di figli (Salmo 113).
Bangkok, Thailandia. È qui che vive e lavora, ormai da quindici anni, suor Maria Angela Bertelli. È qui che nel 2000, per raccogliere la sfida lanciata da Giovanni Paolo II, ha cominciato la sua missione nel continente asiatico e a bordo di una motoretta, spostandosi da uno slum a un altro, ha iniziato a visitare e curare al meglio delle proprie forze malati terminali di ogni tipo. Ed è sempre qui che nel 2008 è stata costruita la Casa degli Angeli, dove suor Maria si occupa a tempo pieno di bambini con gravissimi handicap fisici, quindici in tutto, accogliendo anche le loro mamme. Ma la strada per arrivare sin qui è stata lunga e difficile. È passata dagli istituti di aiuto alla vita degli Stati Uniti e poi dai villaggi della Sierra Leone. Anni splendidi ma anche drammatici, come quei due mesi in balìa di rivoluzionari folli che l’hanno rapita nel cuore dell’Africa. E l’hanno obbligata a vedere la peggiore violenza.
Ma partiamo dall’inizio. Carpi, provincia di Modena. Maria Angela, classe 1959, è figlia di un casaro che «per tutta la vita si è spaccato la schiena a furia di alzare forme di Parmigiano», racconta a Tempi. La madre aiutava il marito nel piccolo caseificio. E poi c’era Nadia, la sorella maggiore. Maria Angela era iscritta a ragioneria e andava a lezione di pianoforte. Era brava in entrambe le cose, aveva talento. Ma non ci ha messo molto a capire che non era la sua strada. «Mi piaceva suonare. Ma avevo un pensiero: “Cosa me ne faccio del pianoforte se non è utile agli altri?”. Quando ho avuto l’occasione di visitare una casa per disabili insieme a un gruppo di amici della parrocchia, ho deciso di lasciare gli studi musicali. Pensavo che potevo occupare quel tempo per fare qualcosa di utile agli altri. Tutto qui».
Anche dopo il diploma quel cruccio di voler «fare qualcosa per gli altri» non la lasciava in pace. «Avevo capito che fare la ragioniera tutta la vita non era per me. Così mi sono iscritta a un corso per diventare infermiera. Ero anche volontaria in parrocchia, andavo a trovare i disabili, ero ministro straordinario dell’Eucarestia e lavoravo per pagarmi gli studi. Nulla bastava. È stato allora che ho incontrato una suora con cui sono entrata in rapporto. Mi ha chiesto se al Signore volevo dare il mio lavoro, o qualche giornata o qualche ora del mio tempo; oppure se ero disposta a dargli tutta la mia vita. È stata una folgorazione. Ho capito la differenza tra dare un aiuto e darsi al Signore: nel primo caso sei tu a decidere che aiuto dare, dove, come, quando e quanto darne. Nella seconda ipotesi voleva dire che qualcun altro avrebbe deciso per me. E qui entra in gioco la gratuità. Come Dio ha dato tutto di sé, così ho capito che io dovevo donarmi al Signore. Come, dove, quando e perché non era più affar mio, ci avrebbe pensato Lui. E a questo punto anche il mio essere infermiera ha cambiato prospettiva».
Terminata la scuola per diventare infermiera, Maria Angela ha lavorato per un anno al ricovero per anziani. Poi, dopo un pellegrinaggio, ha incontrato le suore missionarie di Maria saveriane: «Stando con loro tutta la mia inquietudine trovava pace. Ci ho messo un attimo a capire che era la mia strada, e un mese prima di entrare in convento ho avvisato i miei genitori». Dopo due anni nella casa madre di Parma, Maria Angela è stata destinata all’Africa, Sierra Leone. Prima però ha dovuto imparare l’inglese e la fisioterapia. Per questo è volata negli Stati Uniti: «A New York ho fatto volontariato nei centri di aiuto alla vita, stavo insieme alle madri che volevano abortire e poi ai ragazzi del quartiere di Harlem». Nel 1995, dopo essere rientrata in Italia per prendere i voti perpetui, è partita per la Sierra Leone.
«Lavoravo in un centro dove si curavano bambini poliomielitici e insegnavo fisioterapia al personale del posto», racconta ancora a Tempi. «Avevamo anche cinque cliniche mobili e in poco tempo sono riuscita a imparare la lingua locale». Tutto sembrava andare bene, ma due anni dopo un gruppo di ribelli del Ruf (Fronte unito rivoluzionario) fece irruzione nel campo base rapendo suor Maria Angela e altre consorelle. «Avevo 35 anni, la più anziana 65; sei italiane e una brasiliana. Siamo rimaste prigioniere 56 giorni».
Quasi due mesi che hanno segnato in maniera indelebile la vita della suora italiana che in più di una occasione ha rischiato di essere ammazzata. Con le religiose, i ribelli del Ruf avevano rapito un centinaio di ragazzi tra i 14 e i 25 anni. La violenza non era diversa da quella che si legge oggi nelle cronache degli attacchi dei Boko Haram in Nigeria. Gente tagliata a pezzi o bruciata viva, ragazze violentate e poi uccise. «Ci facevano assistere a tutto per spaventarci. Il più vecchio di loro aveva 22 anni, poteva essere mio fratello. Si viveva dei bottini ricavati dai villaggi saccheggiati. Eravamo davanti a delle belve cresciute nella violenza fin da bambini, diventati grandi senza capire nulla di quello che facevano e di quella guerra assurda che stava devastando la Sierra Leone. Proprio per questo, col passare dei giorni, ho iniziato a guardarli in modo diverso. Loro erano ancora più vittime di noi. I primi giorni cercavamo di capire cosa stava accadendo, perché facevano quelle cose. Ma non c’era niente da capire. L’unica cosa che potevamo fare era pregare. Pregare e pregare».
Eppure era difficile, in quel covo di violenza, chiedere misericordia per sé e i propri compagni di prigionia. Maria Angela la chiedeva anche per i suoi carnefici. Più di una volta quelli del Ruf si erano preparati a porre fine alla vita delle sette suore. Ma all’ultimo istante, l’atto finale era stato rimandato. «Facevamo la fame, non c’era quasi più acqua, ci davano da mangiare del brodetto con della carne putrefatta. Malaria e dissenteria ci stavano devastando, non ci reggevamo più in piedi. Non avevamo tempo di fare nulla, a parte chiedere aiuto a Dio. Vedendoci così devastate le donne dei capi ci portavano da mangiare di nascosto. Anche uno dei ribelli lentamente cambiò atteggiamento nei nostri confronti. Aveva solo 16 anni. Erano questi i segni della misericordia. L’odio non vince, l’amore trova dei sentieri nascosti per rimanere vero, vivo. In mezzo a quella valanga di male, alcune persone tiravano fuori del bene in modo impensabile. Gli innocenti che soffrono portano la croce insieme a Gesù. Proprio come il cireneo: lui non è un volontario, lo hanno preso e lo hanno obbligato. E così è stato per noi».
Suor Maria Angela ha la voce spezzata dal ricordo di quei giorni. Era davanti a un male, a una follia «più grande dell’uomo. Ho visto la stessa violenza davanti alle cliniche per aborto quando stavo negli Stati Uniti. Il volto del male era lo stesso di quelle persone che volevano uccidere degli innocenti, che non avevano rispetto per la vita di nessuno. Quel che ho passato in Africa è stato davvero tanto, troppo. Ma il Signore era lì con noi. Era quello il nostro santuario, non c’era posto migliore per fare le missionarie. Eravamo libere di scegliere: pregare o scancherare (stramaledire)». La donna ricorda con commozione quando uno dei ribelli, dopo il saccheggio di un ennesimo villaggio, portò alle consorelle un santino trovato in una capanna. «Ritraeva il volto di Gesù del Velázquez, lo stesso volto venerato dalle missionarie saveriane. Di tutte le immagini di Gesù, ci aveva portato proprio quella: non poteva essere un caso. Dopo pochi giorni ci hanno liberate».
Dopo cinque mesi in Italia, suor Maria Angela è volata di nuovo negli Stati Uniti per approfondire i suoi studi di fisioterapia. Poi, nel 1999, è arrivata la nuova chiamata. «Non avevo mai pensato di andare in Asia, era l’ultima delle destinazioni a me gradite. Ma avevo scelto di far decidere a Dio della mia vita e quindi ho accettato». Era il 2000.
La città degli emarginati
Bangkok. È qui che suor Maria Angela si trova a vivere. Ma non in una casa insieme alle consorelle. La suora emiliana decide di vivere a contatto con gli ultimi. E così varca la soglia di uno dei duemila slum che sorgono intorno alla capitale thailandese. Città dentro la città, fatte di baracche di lamiera, cartone e fango, tutte stipate una vicino all’altra. Lo Stato nemmeno sa quante persone ci vivono, quante ne nascono o muoiono. Le piccole vie, larghe quanto basta per percorrerle in fila indiana, sono dei veri labirinti, se non sai come muoverti puoi perderti. Qui vivono famiglie poverissime, non ne esiste una che non abbia almeno un componente in prigione o imputato per spaccio di droga. Molti bambini sono abbandonati, ma nonostante tutto, dice suor Maria Angela, «rimane un tessuto di relazioni: tutti si conoscono. Alla fine c’è una umanità, non è tutta roba da buttar via».
Ma il primo problema che la suora deve affrontare è dato dal buddhismo, quello delle origini, quello theravada. Non è una religione, è più una filosofia. Cosa insegna? «Fai il bene e riceverai del bene, fai il male e riceverai del male. Una persona che vive bene oggi vuol dire che nella vita precedente si era comportata bene. Uno decide di fare qualcosa per assicurarsi una “seconda vita” serena, non c’è un vero interesse per gli altri. Non esiste la parola gratuità: questa è la situazione degli slum. Ero, ancora una volta nella mia vita, impotente. Ma, se davvero Dio è venuto per tutti, sicuramente sarebbe potuto diventare interessante anche per queste persone».
È così che è cominciato tutto. «Ho iniziato a stare con queste persone senza dire cos’è il cristianesimo. Stavo con loro, li portavo all’ospedale, facevo compagnia ai bambini malati. Non una parola su Gesù. Pian piano alcune delle persone con cui condividevo le fatiche della giornata hanno iniziato a chiedermi le ragioni del mio comportamento. A quel punto ho parlato di Cristo, cioè colui che aveva salvato e dato un senso alla mia vita. E così qualcuno si è avvicinato al cristianesimo, si è battezzato. Non tutti». Insieme a padre Doriano Pelosin, la suora ha iniziato a viaggiare per lo slum. Le giornate passavano in compagnia di malati di Aids, poi hanno iniziato a prendersi cura dei bambini disabili, poi sono nate le prime “case famiglia”: si raggruppavano i bambini i cui genitori erano al lavoro tutto il giorno e venivano affidati ad alcune nonne. Tutto questo dal 2004 fino al 2008. «Stare con questa gente mi ha insegnato tanto, mi ha aiutato a chiedermi se era il modo giusto per portare il Vangelo. E mi dicevo: “Se tu, Signore, sei vivo e vero, mostrati. Mostrati a queste persone, succedi anche qui”».
La Resurrezione è per tutti
La Casa degli angeli è nata su iniziativa di alcuni volontari italiani che erano venuti ad aiutare la suora. Itaca ha appena pubblicato un libro in cui suor Maria Angela ne racconta gli inizi e descrive i 15 bambini e le madri che frequentano la casa. «È un’opera di Dio, non l’ho mai pensata. Non ho mai chiesto un soldo a nessuno. “Signore se sei tu che la vuoi, ci pensi tu a portarla avanti”. Ed è proprio così: per la gestione e gli stipendi, le spese sono circa di 2.500 euro al mese e li raccogliamo sempre grazie a donazioni, nessuno degli ospiti paga un centesimo. I primi anni i soldi arrivavano dall’Italia, da gente che mi conosceva, dai volontari che tornavano a casa. L’anno scorso, invece, il 50 per cento della somma di tutte le donazioni è arrivato dalla Thailandia. Non so se è un miracolo, ma quasi. Cominciano a venire gruppi di scuole, c’è chi dona le merendine, chi i pannolini e alcuni anche soldi. E la maggior parte è gente buddhista. In qualche modo, quello di cui abbiamo bisogno arriva sempre».
La vita per chi si è avvicinato alla Casa degli angeli di Bangkok oggi è totalmente cambiata. Le madri non sono più sole, possono confrontarsi e condividere il proprio dolore con chi sta loro vicino, non vedono più i loro figli come una maledizione, hanno imparato a godere di quei corpi fragili il cui sorriso davvero riempie la loro esistenza. E quegli stessi angeli sono curati, cresciuti nel pulito e trattati come principi. «Dietro la bava, la puzza, il fastidio che si può provare guardando questi piccoli, si trova un vero tesoro. Ma occorre chiedere aiuto a Cristo per trovarlo. Ho scritto un libro perché tutti lo sappiano. La Casa degli angeli è uno dei tantissimi esempi che dimostrano che Cristo è per tutti. Lui ha scelto dei poveri pescatori, ignoranti, che sono scappati, lo hanno tradito e abbandonato. Gesù è dovuto crepare da solo per convincere quegli ignoranti a dare la vita per Lui. E alla fine sono tutti morti per Cristo, ma grazie a quel sacrificio il Vangelo è arrivato fino ai nostri giorni. Ed è per tutti».
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