
Ora et labora nella “piccola Siberia”
e c’è una cosa affascinante dei monaci di Sept Fons è che non si vergognano a chiedere offerte. E perché mai si dovrebbe tenere in dispregio il mezzo con cui si costruisce un monastero? Per avere delle belle mani pulite? Le mani dei monaci di Sept Fons sono sporche, annerite dal fango e dal sudore di chi vuole erigere un nuovo monastero in una delle terre più scristianizzate d’Europa. A Novy Dur, nella terra dei Sudeti, quella Boemia dove solo per due defunti su cento si chiedono i funerali religiosi e quasi nessun bambino viene battezzato. Nella regione di Pilsen, dove sorgerà l’abbazia di “Notre Dame”, la pratica religiosa è molto bassa (1,41%). Ora i lavori stanno procedendo ma siamo solo a metà dell’opera, il 21 marzo è stata posata la prima pietra della cappella dell’abbazia. Servono fondi per continuare. I monaci, umilmente, li chiedono; chi vuole li invii a BNL, filiale di Livorno, su c/c intestato a: Serra Club, C/Cistercensi, n° 28885 – Abi: 1005; Cab 13900. La notizia, in fondo, è questa. Ora eccovi la storia.
La piccola Siberia
Perché proprio a Novy Dur, luogo dimenticato dagli uomini e dove gli uomini hanno dimenticato Dio? Nel 1991 padre Martin, vicario generale di Brno, uno dei firmatari della Charta 77, abbandonò la sua terra e peregrinò per mezza Europa con altri due preti e due ragazzini prima di giungere all’abbazia di Sept Fons, nell’Allier francese. Era il 21 agosto, diciotto mesi dopo la “Rivoluzione di velluto”. Bussò e chiese «Venite a fondare un monastero nel mio paese». Undici anni dopo quella sua richiesta pare potersi esaudire. Nel 1999 i monaci trovarono il posto ideale dove far sorgere l’abbazia: Novy Dur, a 700 metri di altitudine, a un’ora da Praga. Clima rigidissimo (160 giorni di gelo all’anno, la neve d’inverno è alta due metri, la temperatura scende sotto i 30 gradi) chiamata non a caso “la piccola Siberia”, ma i monaci dicono che «il sito è stato scelto per la sua bellezza e per la sua solitudine che si addicono ai contemplativi». E aggiungono, nella loro “santa pazzia”: «il suo clima è rude, e noi ne siamo lieti». I monaci hanno trovato un’aiuto insperato in John Pawson, inglese, uno dei maestri del minimalismo architettonico, ricercato da Calvin Klein o da Armani per allestire le loro lussuose showroom nelle grandi metropoli mondiali. Pawson ha accettato la proposta dei monaci e segue personalmente il progetto. Gratis.
“Dio è un amante geloso”
Oggi all’entrata dell’abbazia di Notre Dame si legge: MMI. È l’anno della fondazione in caratteri romani. Ricomincerà così la cristianizzazione di un luogo che nel 1989 non aveva che due vescovi e dove i preti ostili al regime finivano spesso dietro le sbarre? Tutt’intorno fra secchi di malta, carriole e sacchi di cemento si aggirano i monaci e i muratori boemi. Racconta padre Martin: «All’inizio credevano appartenessimo a qualche setta. Ora ci stimano perché ci vedono lavorare con loro». A volte capita di recitare gli uffici mentre si mischia l’acqua col cemento, altre volte ci si ferma e ci si ritrova nella “cappella”: una stanza appena intonacata tra sacchi e cavi dove su un davanzale sta appoggiato un crocefisso. «Se Dio vuole l’abbazia potrà iniziare a ospitare i primi monaci ad agosto». A lavori terminati ne dovrebbero entrare una quarantina. Ma, dicono, «il nostro lavoro più importante è l’esercizio della carità, perché Cristo vuole degli uomini interamente per sé». Sapete, «Dio è un amante geloso».
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!