Parità lombarda: ci siamo

Di Rodolfo Casadei
19 Luglio 2000
Costerà quasi 100 miliardi e porrà iniziale rimedio al torto che da sempre patiscono 70 mila studenti e relative famiglie che frequentano le scuole elementari, medie e superiori non statali della Lombardia. La "parità lombarda", dopo il varo del regolamento attuativo da parte della Giunta regionale, è ormai in dirittura di arrivo, e consentirà quasi a tutti di chiedere un contributo che può arrivare a 2 milioni di lire, 3 se lo studente è portatore di handicap. Ma attenzione: Ds e Rifondazione Comunista tentano ancora tiri mancini.

E’ stata una gara massacrante, ma il traguardo è in vista: il 30 giugno scorso è suonata la campanella dell’ultimo giro di pista della maratona che consacrerà la Lombardia prima regione d’Italia ad aver adottato il sistema dei “buoni scuola”. La fausta data ha visto l’approvazione in sede di Giunta regionale degli indirizzi e criteri per l’erogazione dei buoni, cioè del regolamento applicativo senza cui l’articolo della legge regionale n. 1/2000 che li aveva istituiti sarebbe rimasto lettera morta. Ora manca solo il voto del Consiglio (dove il provvedimento gode del sostegno di una larga maggioranza), che non tarderà oltre la fine di luglio, e a settembre-ottobre le famiglie residenti in Lombardia potranno presentare la domanda per il contributo regionale a parziale copertura delle spese scolastiche sostenute. La sovvenzione messa a disposizione è pari al 25 per cento delle spese sostenute fino a un massimo di 2 milioni di lire, 3 nel caso di alunni portatori di handicap, e si applica agli alunni delle scuole elementari, medie e superiori. Ad essa possono accedere non solo i bisognosi, ma anche le famiglie a reddito medio e medio-alto: il tetto di reddito familiare oltre il quale il contributo non può essere richiesto ammonta infatti a 60 milioni di lire moltiplicate per il numero dei componenti del nucleo familiare. Questo significa che una famiglia di quattro persone, genitori e due figli a carico (che vadano o non vadano già a scuola non importa), può ottenere il contributo se il suo reddito complessivo non supera i 240 milioni: non è proprio quel che si direbbe la cruna di un ago…

La differenza fra Lombardia ed Emilia-Romagna.

Dubbi non ce ne sono: quello che ormai è in dirittura di arrivo non è un generico provvedimento per distribuire provvidenze a pioggia, ma un atto che va nella direzione della parità fra scuole pubbliche e scuole private. “E’ il primo passo verso l’attuazione del concetto di parità scolastica -dichiara il presidente Formigoni-, che è uno dei punti cardine del nostro programma di governo. Vogliamo trattare la scuola come la sanità; vogliamo cioè che il servizio scolastico sia garantito a tutti i cittadini, al di là delle loro condizioni economiche, così come l’assistenza sanitaria e ospedaliera è garantita a tutti dal Servizio sanitario. Il nostro buono scuola è solo il punto di partenza verso il raggiungimento dell’obiettivo di consentire alle famiglie di potere scegliere liberamente l’educazione scolastica dei figli a prescindere dalla propria situazione economica”. Una filosofia e una prospettiva nettamente diverse da quelle di altri provvedimenti di Regioni italiane che prevedono contributi anche a scuole non statali, come quello già assunto dall’Emilia-Romagna: “Quella emiliano-romagnola è una legge di diritto allo studio -spiega Stefano Cecchin dello staff presidenziale, uno degli autori materiali del regolamento applicativo che il Consiglio regionale sarà chiamato ad esaminare e approvare-, che concentra il suo intervento sui bisognosi e meritevoli per metterli in grado di compiere gli studi. Merita apprezzamento per il fatto che non discrimina fra scuole statali e scuole non statali, perché interviene anche a favore dei bisognosi meritevoli che frequentano scuole private, ma lo spirito della legge lombarda è decisamente altro: il nostro intervento mira a creare condizioni di parità fra scuole statali e non statali, cioè a rimuovere il condizionamento economico nella libera scelta da parte delle famiglie della scuola per i figli e a innescare una competizione virtuosa fra pubblico e privato per migliorare la qualità dell’educazione e della formazione. Proprio per questo motivo il limite di reddito che abbiamo fissato per l’erogazione del buono è molto alto: vogliamo che possa usufruirne la famiglia media. Calcoliamo che i beneficiari in Lombardia si aggireranno sui 65-70 mila, mentre in Emilia-Romagna, stanti i limiti di reddito molto bassi fissati, saranno solo poche migliaia”.

Ds e Rc tirano le orecchie a De Mauro.

Che quella lombarda sia una legge che cerca di stabilire condizioni di parità fra le scuole, cominciando a porre rimedio alla storica penalizzazione che grava su quelle non statali e sulla scelta delle famiglie che le preferiscono, si capisce anche dal meccanismo di franchigia applicato al contributo regionale: esso infatti non viene erogato se corrisponde a meno di 100 mila lire, ovvero se le spese scolastiche sostenute non hanno raggiunto le 400 mila lire. Com’è noto in nessuna scuola statale (almeno finora) i costi di iscrizione e le rette arrivano a questa cifra, e ciò implica che, mentre in linea di principio la “parità alla lombarda” mette a disposizione i suoi contributi sia alle statali che alle non statali, in via di fatto a beneficiarne sono (giustamente) gli istituti privati. Ad attirare l’attenzione del ministro della Pubblica Istruzione De Mauro su questo aspetto della vicenda hanno provveduto gli “spioni” dei Democratici di Sinistra e di Rifondazione Comunista in Consiglio regionale. Dopo che il ministro aveva fatto sapere, tramite risposta ad una interrogazione parlamentare dei cossuttiani, di non considerare “discriminatori” i buoni scuola lombardi, post ed ex comunisti si sono rivolti a lui con due distinte lettere che partono dal presupposto che il noto linguista della legge lombarda abbia capito poco. Precisato che la franchigia di 100 mila lire rappresenta la cifra sotto la quale la Regione non erogherà contributi, secondo i Ds “ne deriva che sono escluse dal beneficio tutte le famiglie che indirizzano i figli alle scuola pubblica, di fatto quindi il provvedimento è discriminatorio”, tanto che “riteniamo doveroso attivarci per una sostanziale correzione del provvedimento”; ancora più duri i “rifondaroli”, che chiedono a De Mauro di attivare “tutte le possibili iniziative istituzionali per sanzionare l’incostituzionalità di questa delibera”.

Martinazzoli disse: “E’ solo guerriglia”.

Ma potrebbe davvero il governo mettere di nuovo i bastoni tra le ruote alla Lombardia di Formigoni, come fece nove mesi fa? “In linea teorica no -spiega flemmatico Cecchin-; la legge è stata vistata a suo tempo dal governo, dopo la diatriba che ci aveva costretto a riscrivere l’articolo con cui ci davamo lo strumento per intervenire in materia scolastica. Gli indirizzi e i criteri che la Giunta ha approvato, e che il Consiglio potrà, se vuole, modificare, sono una traduzione fedele dello spirito della legge che era stata ri-approvata dal Consiglio e vistata dal governo. Intervenire ancora, all’indomani dell’imminente voto del Consiglio su questo regolamento attuativo, con un atto di censura sarebbe un vero affronto alla democrazia”. Effettivamente, per un nuovo intervento censorio del governo dovrebbero venire giù le montagne: se qualche lettore non se lo ricorda, l’affaire dei buoni era scoppiato nel novembre del ’99 allorché il governo D’Alema aveva bocciato l’articolo e il comma della legge di riordino e decentramento amministrativo della Regione Lombardia con cui si deliberavano contributi regionali per coprire i costi sostenuti dalle famiglie per l’istruzione dei figli. Benché i Popolari lombardi avessero unito i loro voti a quelli del Polo e della Lega Nord per l’approvazione della legge, Castagnetti e Martinazzoli avevano invece plaudito alla decisione del governo nazionale, il primo bollando il provvedimento come “provocazione”, il secondo (e oggi che siede in Consiglio regionale sarà interessante vedere il suo comportamento in materia) accusando Formigoni di “guerriglia istituzionale”. Il governo regionale lombardo era stato accusato di aver violato due articoli della Costituzione, il n. 3 e il n. 117, cioè il principio di uguaglianza fra i cittadini (porre rimedio alla discriminazione verso chi mandava i figli alle scuole private sarebbe stato un attentato ai diritti di chi mandava i figli alle scuola statali!) e l’attribuzione delle competenze alle Regioni (ma proprio un decreto legislativo del governo nazionale aveva appena trasferito competenze in materia scolastica alle Regioni!). Allora la Giunta aveva riscritto l’articolo, che era parte di un più vasto provvedimento sulle nuove competenze regionali, in una forma più accettabile per le orecchie romane, ma salvando perfettamente il succo della questione, come oggi ben si vede. L’approvazione stavolta era arrivata; forse anche perché si avvicinava la scadenza elettorale, e si voleva negare a Formigoni la possibilità di sventolare la palma del martirio (ma non è servito…). Comunque sia, la “parità alla lombarda” oggi è legge, e domani sarà atto amministrativo che sposta monete sonanti, mentre la parità nazionale continua ad essere aria fritta.

A proposito di soldi e monete, quanto costerà il tutto e con quali risorse la Regione interverrà? “Con risorse proprie e con quelle trasferite alle Regioni nel contesto del decentramento di funzioni stabilito con le cosiddette leggi Bassanini”, sintetizza Cecchin. La spesa prevista oscilla fra i 90 e i 100 miliardi, assolutamente coperta se il governo nazionale rispetterà gli impegni. Laddove l’Emilia-Romagna per i suoi interventi di diritto allo studio non andrà oltre i 12. Taccagni.

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