Finanziamento ai partiti, «serve un decreto legge che introduca spese certificate»

Di Chiara Rizzo
07 Aprile 2012
Per il deputato Pdl Alfredo Mantovano: «È meglio intervenire con pochi strumenti mirati, in tempi certi. La politica costa, ma si può controllare la spesa». Sul caso Lega: «Chi inizia l'esperienza parlamentare agitando un cappio si ritrova con quel cappio intorno al collo».

Finanziamenti pubblici ai partiti e caso Lusi (Margherita) o Belsito (Lega): il punto sulla Seconda repubblica sta tutto in questi termini. Vent’anni fa, in un celebre discorso in parlamento, Bettino Craxi faceva presente la necessità a tutti i costi di intervenire politicamente sulla gestione dei finanziamenti (leciti, ma anche illeciti) ai partiti in cui tutti avevano responsabilità. In Parlamento tutti fecero spallucce, si preferì lasciare la risposta all’intervento giudiziario e soprattutto a quelle forza politiche nascenti che sui banchi del Parlamento agitavano il cappio. Oggi, vent’anni dopo, siamo peggio che al punto di partenza: nel 1992 il problema era il finanziamento illecito ai partiti, oggi quello illecito per fini privati. «La vicenda della Lega – riflette Alfredo Mantovano (Pdl) – dimostra di nuovo la verità del detto evangelico “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”. Chi inizia l’esperienza parlamentare agitando un cappio si ritrova con quel cappio intorno al collo. O per dirla con Nenni, chi gioca a fare il più puro, finisce epurato». Dopo l’intervento del presidente Napolitano, ieri il segretario del Pd Pierluigi Bersani ha inviato un appello ai colleghi del Pdl Angelino Alfano e dell’Udc Pierferdinando Casini, chiedendo un’intervento politico sul finanziamento. La risposta è stata positiva e immediata.

Tra le proposte sul tavolo, bilanci dei partiti controllati e trasparenza. Ci sono da tempo diciotto disegni di legge nel cassetto su questo, ma non si è mai fatto nulla. Secondo lei le misure proposte sono efficaci? E si interverrà davvero questa volta?
Anzitutto individuerei le principali anomalie del sistema attuale. Primo, i rimborsi avvengono senza la necessità di presentare documenti giustificativi, a differenza della regola più elementare di un’azienda in cui i rimborsi spese vengono dati ai dipendenti solo a fronte di ricevute e scontrini. Secondo: i rimborsi vengono liquidati per quinquennio, a prescindere dall’effettiva durata della legislatura. Questo determina un surplus di fondi e quindi la fantasia perversa su come impiegarli. Quindi ora è meglio intervenire con pochi strumenti mirati e con tempi certi, la discussione infinita sul finanziamento pubblico non porta a nessuna soluzione. Se ad esempio i rimborsi fossero determinati come qualcosa di funzionale effettivamente al partito, e quindi documentati, potrebbero permettere l’effettivo rispetto della legge sui finanziamenti. A fronte di questo, servirebbe anche il controllo della Corte dei conti sui bilanci, sebbene possa sembrare un’idea strana, visto che i partiti sono associazioni. Ma dato che ricevono ingenti fondi pubblici mi sembra adeguata. Queste semplici riforme potrebbero essere fatte con la formula del decreto legge, visto che ci sono già numerose proposte rimaste sempre nel cassetto. Il decreto legge dà la certezza dei 60 giorni e si approva solo previa consultazione dei partiti.

Il Pdl propone anche il finanziamento diretto al politico da parte del cittadino, all’americana. Secondo lei può essere utile? È plausibile chiederlo oggi agli italiani?
Dubito che coi chiari di luna in cui vivono le imprese italiane ci sia la propensione a finanziare uno o più partiti. Ma come sempre quando in Italia c’è il dibattito sull’eccesso, si va all’eccesso opposto. Fino al ’74, quando si stese la prima legge sul finanziamento pubblico, il partito comunista era finanziato dall’Unione sovietica, gli altri da aziende petrolifere e organismi differenti. Se abolissimo il finanziamento pubblico e ritornassimo a quella situazione, il problema non sarebbe comunque risolto. Invece servono soluzioni per coprire le spese effettive della politica ed evitare di finire come la Lega, che ha liquidato 41 milioni di euro a fronte di spese pari al 10 per cento di questa cifra, per com’è documentato oggi. C’è chi propone come soluzioni il finanziamento privato, o il Cinque per mille. C’è chi sostiene di mantenere i rimborsi pubblici, ma contenendo di più la situazione: io sono di quest’ultimo avviso. Inoltre credo che i partiti, se in un certo anno documentano spese inferiori al finanziamento ricevuto, progressivamente dovrebbero ricevere meno.

Dal discorso di Craxi nel ’92 sono passati vent’anni. In Parlamento la risposta dei partiti al problema è più matura? Si conclude il ciclo della Seconda repubblica?
La risposta la si avrà solo se nelle prossime settimane. Non so se sia finita la Seconda repubblica, ci vorrebbe la sfera di cristallo per dirlo con certezza. Ma di sicuro non si può andare avanti così, non tanto per un sussulto etico, quanto per l’insostenibilità di un sistema che da una parte chiede ai cittadini sacrifici sul fronte pensionistico e del lavoro, ma poi presenta agli elettori un quadro come quello che sta emergendo in questi giorni.

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