2001, non solo Greenspan e Arafat

Di Rodolfo Casadei
11 Gennaio 2001
Le economie di tutto il mondo continueranno a crescere grazie alla tecnologia informatica, i cinesi diventeranno sempre più capitalisti, gli arabi assedieranno l’Europa. G.W. Bush dovrà occuparsi di 2 milioni di detenuti e di 42,5 milioni di cittadini Usa privi di assicurazione sanitaria. L’Indonesia e il Congo andranno a pezzi. La Commissione Europea e il suo presidente Romano Prodi continueranno a perdere prestigio. Previsioni e profezie internazionali per l’anno appena iniziato

Se dalle analisi di politica internazionale e sull’economia globale nell’anno che si è appena aperto pretendete previsioni sulla riuscita o meno dell’arduo compito che attende Alan Greenspan, cioè di pilotare l’atterraggio in dolcezza dell’economia Usa senza svalutazioni catastrofiche del dollaro e senza crack borsistici stile ’29, oppure vi aspettate predizioni sull’inceppato processo di pace in Medio Oriente e sull’intensità della tempesta che si va addensando su israeliani e palestinesi, beh, è meglio che vi rivolgiate a un astrologo: quello è l’uomo che fa per voi. Se invece le vostre pretese sono più limitate, e vi accontentate di una realistica panoramica delle tendenze generali, di un’onesta elaborazione circa l’andamento dell’economia, gli sviluppi principali della politica e le crisi regionali da tenere d’occhio, condita di qualche ardita profezia sui personaggi politici destinati ad uscire di scena e sui paesi che conosceranno svolte decisive per il peggio o per il meglio, siete capitati sulla pagina giusta. Siamo infatti in grado di predirvi che nel 2001 l’economia globale, nonostante la frenata della produzione Usa, continuerà a crescere impetuosamente in quasi tutto il mondo, con un tasso medio del 4,2 per cento (appena mezzo punto in meno che nel 2000), con punte del 7,5 per cento nell’immensa Cina e il miglior risultato del decennio in Europa; che il faticosamente eletto presidente George W. Bush dedicherà, nonostante la minacciosa crisi israelo-palestinese, i suoi primi 100 giorni soprattutto ai problemi sociali interni americani; che le tasse caleranno in quasi tutto il mondo, Europa compresa, ma mentre la Cina popolare diventerà più capitalista ed entrerà nel Wto (Organizzazione mondiale del commercio), la UE resterà statalista e protezionista; che gli effetti disgregatori della fine della Guerra fredda, dopo essersi dispiegati sul continente europeo e in Asia centrale, affliggeranno in maniera più o meno severa paesi extraeuropei che ebbero un ruolo nel confronto globale fra Occidente e Unione Sovietica: l’Indonesia, l’ex Zaire ora Repubblica democratica del Congo, l’Irak, il Sudan, lo Sri Lanka, le Filippine, ecc.; che nella UE la stella di Romano Prodi continuerà a calare, l’esigenza di una politica comune sull’immigrazione diventerà un tema centrale e l’idea di una Costituzione europea farà passi avanti. Tutto garantito? Certo, e garantiamo noi.

Crescita economica grazie alla tecnologia
L’economia, dunque. Come è possibile che l’ingessata e dirigista UE cominci a segnare tassi di crescita convergenti con quelli degli Usa e una diminuzione della disoccupazione finalmente significativa (8,8 per cento nell’area dell’euro nel novembre scorso)? Che nel 2001 in America latina per la prima volta dagli anni Trenta tutte le principali economie registreranno tassi di inflazione a una sola cifra? Che l’Asia riprenderà a correre al punto che nei quattro anni fra il 2001 e il 2004 alcune delle economie più grandi (Cina, India, Indonesia, Thailandia, Corea del Sud, Taiwan, ecc.) accumuleranno una crescita complessiva compresa fra il 22 e il 36 per cento? Che fra dieci anni Cina e India vanteranno un pil doppio di quello attuale? Una parte della spiegazione è politica: nella UE la famosa ingessatura sta diventando un po’ meno stretta: tutti i paesi (tranne la Gran Bretagna) stanno abbassando le aliquote sugli imponibili sia delle imprese che dei privati, in Germania, per esempio, da quest’anno l’aliquota massima sui profitti di impresa scende dal dal 40 al 25 per cento (ma con le tasse locali rischia di risalire al 39). In Sudamerica le politiche monetarie e di austerità di bilancio finalmente danno frutti. In Asia l’apertura dei mercati premia i paesi competitivi per il costo del lavoro o per particolari specializzazioni. Ma il vero propellente della crescita è, ovunque, soprattutto il progresso tecnologico: nel decennio alle nostre spalle gli Usa hanno aumentato la loro produttività del lavoro a tassi del 3 per cento all’anno (il doppio del ventennio precedente) grazie all’applicazione della information technology, la tecnologia informatica. Questa è caratterizzata da una vorticosa diminuzione del suo costo nel tempo: nel trentennio alle nostre spalle il suo costo è diminuito in media del 35 per cento all’anno. Per avere un’idea, si pensi che fra il 1890 e il 1920 il costo reale dell’energia elettrica diminuì del 6 per cento all’anno. Man mano che il suo costo diminuisce e viene diffusa nel mondo, l’information technology produce un boom nelle economie in cui entra.

Problemi sociali dietro il boom Usa
Negli Usa che hanno conosciuto il più lungo boom economico e borsistico che si ricordi G.W. Bush dovrà affrontare i problemi “di destra” lasciati da un’amministrazione “di sinistra”: il 15 per cento dei cittadini (42,5 milioni, 7,5 in più di quando Clinton salì alla presidenza nel ’92); il 30 per cento dei giovani dediti all’assunzione di stupefacenti nonostante i 40 miliardi di dollari spesi annualmente dagli Usa nella lotta al narcotraffico; un tasso di nascite illegittime che nel 2001 toccherà il 33 per cento, che significa che un terzo di tutti i bambini che nascono negli Usa sono figli di madri non sposate col loro padre; una politica giudiziaria e carceraria che entro la fine dell’anno farà registrare la presenza di 2 milioni (2 milioni!) di cittadini dietro le sbarre, pari a un quarto di tutti i detenuti del mondo!

In Europa si scherza, e la Cina decolla
Mentre in Europa il movimento anti-capitalista del cosiddetto “popolo di Seattle” celebrerà grandi liturgie a Davos (Forum economico mondiale, fine gennaio), Genova (summit del G8, luglio) e per le vie di tutte le capitali in occasione della Giornata della Terra (21 aprile), nella Cina governata dal Partito comunista la svolta capitalista conoscerà nuovi, decisivi sviluppi: il paese entrerà nel Wto, aderendo dunque al sistema delle preferenze generalizzate e ai meccanismi per la soluzione delle controversie commerciali; per la prima volta dal 1948 la produzione industriale di origine privata supererà quella delle imprese di Stato e un nuovo mercato borsistico, simile al Nasdaq americano per il genere di imprese ammesse, verrà aperto nella città di Shenzen. Come già in passato si tratta di innovazioni adottate non per amore, ma per forza: il peso delle imprese e delle banche di Stato sul bilancio pubblico è soffocante, senza un aumento della produzione di ricchezza da parte del settore privato lo Stato andrebbe alla bancarotta e i milioni di lavoratori che le imprese pubbliche sono costrette ogni anno a licenziare non sarebbero riassorbiti.

Fine corsa per Wahid, Kabila e Bashir
Per quanto riguarda i capi di Stato nel terzo mondo, prevediamo una gran brutta annata per l’indonesiano Abdurrahman Wahid, per il congolese Laurent Kabila e per il sudanese Omar Bashir. Tutti e tre dovranno probabilmente abbandonare il palcoscenico in concomitanza della dissoluzione, di forma o di fatto, dei paesi di cui sono a capo: Indonesia, Repubblica democratica del Congo e Sudan sono stati artificiali, prodotto di alchimie e puzzle coloniali, sopravvissuti a problemi di coesione giganteschi in forza del sostegno garantito in momenti diversi dall’Occidente negli anni della Guerra fredda. Venuto meno il pericolo dell’assorbimento nel campo sovietico, è iniziata la loro deriva, destinata a concludersi in quella che un tempo era detta la “balcanizzazione”. Altri li seguiranno. Scrive Brian Beedham dell’Economist: “La quantità dei paesi indipendenti, che nel 1946 erano 74 e che oggi sono 190, potrebbe raggiungere le 300 unità prima che il nuovo secolo sia molto avanti”.

L’anno dell’Europa “intergovernativa”
Trionfo degli stati anche nella UE. Dopo il summit di Nizza il punto è accertato: i leader dei principali paesi (Chirac, Schroeder e Blair) vogliono un’Europa più intergovernativa e meno sovranazionale. Vogliono un ruolo modesto per la Commissione presieduta da Romano Prodi (che non è apparso in grado di restituire prestigio a un’istituzione percepita come lontana, inefficiente e burocratica dalla maggioranza degli europei) e la parte del leone riservata alle riunioni dei Consigli dei ministri. L’idea di una Costituzione europea farà passi in avanti nel 2001 proprio perché permetterà di ripartire una volta per tutte i compiti fra gli Stati da una parte, Bruxelles e Strasburgo dall’altra, ponendo fine alle velleità annessionistiche delle seconde. Le due presidenze che si alterneranno nei due semestri del 2001, quella svedese e quella belga, avranno a cuore soprattutto i temi dei rapporti con la Russia e l’Est europeo (la prima) e dell’immigrazione extracomunitaria (la seconda). Alla fine dell’anno i sette paesi arabi che si affacciano sulla sponda sud del Mediterraneo avranno una popolazione di 163 milioni di abitanti, il 56 per cento dei quali sotto i 25 anni di età, mentre sull’altra sponda ci sono il primo e il quarto paese del mondo quanto a bassa fertilità: la Spagna con 1,15 figli per donna e l’Italia con 1,20. E poi danno dell’allarmista al cardinal Biffi.

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