
Una comoda menzogna. La denuncia del luminare progressista Edward Green
Nel marzo 2009 una tormenta si abbatte su Benedetto XVI. Rispondendo a una domanda dei giornalisti durante il volo che lo porta in Africa, il Pontefice afferma: «Il problema dell’Aids non si risolve con la distribuzione dei preservativi, che anzi peggiorano il problema». Nei giorni che seguono il portavoce del ministro degli Esteri francese dichiara che i commenti di Benedetto XVI sono «una minaccia alla salute pubblica e al dovere di salvare vite umane», il direttore del Fondo globale per la lotta all’Aids intima al Papa di ritrattare quanto ha detto, il parlamento belga vota a grandissima maggioranza una mozione che giudica le parole di Benedetto XVI «inaccettabili», l’Olanda, la Germania e l’Unione Europea in varie dichiarazioni biasimano le parole papali.
La nota rivista scientifica Lancet scrive che sono «gravissime e imprudentemente inesatte». Media e politici cattolici appaiono imbarazzati e sulla difensiva. Giunge soccorso dal più imprevedibile degli angoli: «A dire la verità, l’attuale evidenza empirica dà ragione al Papa», scrive in un editoriale sul Washington Post un antropologo della medicina ricercatore di un istituto dell’università di Harvard, liberal agnostico e simpatizzante del Partito democratico, attivo per anni in programmi di social marketing di anticoncezionali di tutti i tipi nei paesi poveri.
L’articolo spiegava che nelle epidemie generalizzate come quella africana i condom non funzionano come misura principale di prevenzione, che alcuni studi scientifici lo avevano dimostrato e che il modo più efficace di ridurre le infezioni da Hiv era incoraggiare la fedeltà coniugale e la riduzione del numero di partner sessuali nel corso della vita. La flessione dell’Aids in Uganda, sottolineava, era stata ottenuta con tale strategia. L’autore era Edward Green, direttore dell’Aids Prevention Research Project ad Harvard e membro del Presidential Advisory Council on Hiv/Aids fra il 2003 e il 2007, da tempo coscienza critica del mondo di burocrati internazionali, attivisti, scienziati e interessi costituiti che ruota attorno all’Aids e ai miliardi di dollari stanziati per combatterla. Due anni dopo quell’exploit, che lo fece conoscere in tutto il mondo, perso il suo incarico ad Harvard (chissà perché), Green torna sulle barricate con un libro di denuncia: Broken Promises. How the Aids Establishment Has Betrayed the Developing World. E com’è che l’”establishment dell’Aids” ha tradito i paesi in via di sviluppo? Imponendo programmi centrati sul condom per puro pregiudizio ideologico non supportato dai fatti, marginalizzando e censurando gli studi che dimostravano che altri approcci erano più efficaci (metodo Abc, riduzione del numero dei partner, circoncisione, eccetera) e pompando miliardi di dollari nelle tasche di produttori di preservativi, test per l’Hiv, antiretrovirali, di dirigenti delle Nazioni Unite e della sanità pubblica nei paesi afiicani, di Ong e attivisti gay, eccetera.
Broken Promises racconta storie che per i profani della materia suonano sensazionali: i numerosi casi di pubblicazione rifiutata da parte di riviste scientifiche ufficiali di articoli che dimostravano l’inefficienza del condom come strategia primaria anti-Aids; il boicottaggio dei programmi centrati sulla fedeltà coniugale e l’astinenza finanziati al tempo della presidenza Bush da parte degli stessi ufficiali americani che dovevano promuoverli; l’ammissione da parte di Unaids e
Usaid, fino ad allora schierati con la politica del tutto-condom, che i programmi centrati su fedeltà e riduzione del numero dei partner erano più efficaci contro l’Aids di quelli basati sul primato del preservativo esattamente nei giorni in cui il Papa veniva linciato per la sua dichiarazione sull’argomento.
Il grande insabbiamento inizia, stando a Green, nel 1998. Stila un rapporto per la Banca mondiale dopo una missione in Uganda dove spiega che la sieroprevalenza nel paese africano è scesa dal 15 per cento al 5 per cento grazie al metodo Abc (Abstinence, Be faithful, Condom, nella quale il preservativo è la strategia di ripiego per chi non riesce a modificare il suo comportamento in termini di fedeltà o astinenza). Nessuna reazione. Scopre che due epidemiologi, Rand Stoneburner è Daniel Low-Beer, hanno raggiunto le sue stesse conclusioni: riescono a pubblicare il loro studio solo dopo sei anni, e nel frattempo vengono licenziati dal Programma sudafricano contro l’Aids per aver scoperto che la promozione del condom aveva ottenuto solo un aumento dei rapporti sessuali fra adolescenti, mentre i tassi di Hiv continuavano ad aumentare.
Sempre nel 1998 un’affiliata di Planned Parenthood Association (la lobby americana per il controllo delle nascite) gli chiede di studiare le cause del mancato aumento dell’uso dei condom nella Repubblica Dominicana. Green spiega che le campagne contro l’Aids hanno modificato i comportamenti delle persone nel senso di una maggiore fedeltà di coppia e di un minor numero di partner sessuali, da cui una minore necessità di usufruire di preservativi. Con un collega scrive un articolo sull’argomento, ma «i nostri colleghi della pianificazione familiare e di Usaid non furono contenti delle nostre scoperte. Tutte le riviste, una dopo l’altra, respinsero l’articolo basato sul nostro survey. Con raro senso del metodo scientifico, alcuni revisori affermarono apertamente che io e il mio collega dominicano eravamo pericolosi ideologi anticondom che nessuno avrebbe dovuto pubblicare. Non fui mai più invitato nella Repubblica Dominicana». Negli stessi giorni un ufficialissimo Demographic and Health Survey (Indagine demografico-sanitaria) dal costo di un milione di dollari conferma le spiegazioni di Green sul caso dominicano.
Qualche tempo dopo Usaid gli chiede un articolo sul ruolo delle realtà religiose nei programmi di prevenzione dell’Aids. Green scrive che la diffusa convinzione secondo cui Cristiani e musulmani stigmatizzano i malati di Aids è sbagliata, anzi le Chiese suscitano solidarietà nei loro riguardi, e che il loro ruolo nella promozione della fedeltà e dell’astinenza è prezioso. «Ci vollero parecchi anni di lotta prima che questa monografia fosse pubblicata da Usaid. Almeno due volte fu letteralmente strappata fuori dalla tipografia all’ultimo momento, e non per cause dipendenti dall’editrice. In una e-mail diretta a me e ad altri, un attivista sotto contratto con Usaid e responsabile dei rapporti fra l’ufficio di Usaid per l’Aids e le organizzazioni religiose espresse la sua convinzione che tali organizzazioni non hanno alcun ruolo nella prevenzione dell’Aids, perché tutto ciò che fanno è “stigmatizzare e fare la morale”. Finalmente riuscii a esercitare sufficiente pressione politica per ottenere la pubblicazione, ma il testo fu privato della copertina e di tutte le foto».
La “conversione” dell’avversario
Ma la storia più clamorosa è quella dello studio di Usaid sulla relativa contribuzione dei tre fattori del metodo Abc sulla diminuzione dell’incidenza dell’Hiv. Green doveva essere il coordinatore dell’indagine sul secondo fattore (la fedeltà), che si sarebbe svolta in sei paesi. Il terzo fattore (il preservativo) era stato affidato a Psi, Population Services lnternational, il più grande ente mondiale di social marketing dei condom. Ma nel 2003 Green è convocato a Washington e gli viene comunicato che non sarà più uno dei coordinatori dello studio. Al suo posto viene nominato Doug Kirby, bestia nera dei conservatori religiosi per la sua opposizione ai programmi per l’astinenza e per la sua promozione dell”‘educazione sessuale globale”, privo di qualunque esperienza d’Africa. Però Kirby è una persona onesta, studia il caso ugandese e giunge alle stesse conclusioni di Green: la chiave del successo era stata la riduzione del numero dei partner sessuali. «Una storia davvero istruttiva: un ricercatore viene sostituito da un altro per ragioni meramente politiche, ma l’altro ricercatore ignora la politica e alla fine giunge alle stesse conclusioni del primo: diventano colleghi e amici».
La politicizzazione di Lancet
Edward Green non è tenero nemmeno con Lancet, l’autorevole rivista britannica che nel 2009 pretende di sbugiardare il Papa. Nel 2004 aveva pubblicato un “consensus statement” firmato da 140 esperti nel quale si raccomandava il metodo Abc contro le epidemie generalizzate e si promuovevano fedeltà e riduzione dei partner. Nel 2006 invece titola in copertina: “È meno controverso promuovere l’astinenza e la fedeltà che l’educazione sessuale, i condom e l’aborto sicuro, ma è proprio di questo che c’è bisogno!”. Nel 2000 Lancet aveva pubblicato un articolo di John Richens dell’università di Londra sull’effetto risk compensation (chi usa i condom si sente sicuro e aumenta il numero dei rapporti, ma così il rischio di Aids resta elevato) solo dopo che costui aveva minacciato di fare causa alla rivista. I revisori non avevano trovato nulla da obiettare alla sua affermazione secondo la quale «massicci incrementi nell’uso dei condom non si sono tradotti in dimostrabili riduzioni dell’incidenza dell’Hiv nei paesi dove sono avvenuti», ma la rivista continuava a negare la pubblicazione.
Gli studi sulle vere ragioni della diminuzione della sieropositività nei pochi paesi dove questa è avvenuta e sui fallimenti delle politiche del tutto-condom però si accumulano, e alla fine gli enti ufficiali preposti sono costretti a liconoscere l’evidenza. Nel gennaio 2009 a Gaborone (Botswana) si tiene una conferenza internazionale nella quale tutte le posizioni di Green sono riconosciute giuste. «Nel marzo 2009 Unaids pubblicò un rapporto basato sulla conferenza. E lì, per la prima volta, le Nazioni Unite indicarono il cambiamento di comportamento come una priorità più alta della promozione del condom. Ora i condom erano una strategia di ultimo ricorso. (…) Poche settimane dopo, in aprile, Unaids pubblicò un secondo rapporto. Temevo che, dopo il grande scossone, facessero marcia indietro. Ma questo rapporto ribadiva che la fedeltà era la principale priorità nell’Africa australe e che i condom dovevano essere soltanto una rete di sicurezza». Le parole del Papa erano state pronunciate il 17 marzo …
Green spiega che la lunga mistificazione della lotta all’Aids centrata sulla distribuzione di condom è il prodotto della convergenza fra ideologia della liberazione sessuale e relativismo culturale da una parte, interessi economici dall’altra. Alcuni aneddoti sono terribilmente eloquenti. «Alla Conferenza mondiale sull’Aids del 1998 parte del programma ufficiale era il “Programma culturale e informazioni utili”. Si informavano i partecipanti su dove andare per “backroom sex” in locali “hardcore” per persone “in cerca di compagnia”. Alle conferenze internazionali ho visto pamphlet stampati da industrie farmaceutiche che spiegavano dove sul posto si poteva trovare sesso anonimo per omosessuali. Gli sponsor erano Merck (inibitori della proteasi), Brlistol Myers Squibb (inibitori), Glaxo-Wellcome (Azt), Upjohn, Roche, Abbot Labs e Dupont Pharma. Le multinazionali farmaceutiche hanno un conflitto di interessi con l’Aids: guadagnano meno denaro dalla prevenzione della malattia che non dalla cura».
E Big Pharma sposò l’attivismo gay
«Le aziende farmaceutiche conclusero alleanze con gruppi di attivisti gay come ActUp, e finanziarono in segreto i loro viaggi perché fossero presenti alle conferenze internazionali dove avrebbero chiesto più fondi per l’Aids e il “fast-tracking”, cioè approvazioni più rapide dei medicinali da parte della Fda (Food and Drug Administration, ndr), che significava meno spese di ricerca. Per esempio nel 1987 la Fda approvò l’Azt per il trattamento di alcuni pazienti appena quattro mesi dopo aver ricevuto la domanda di autorizzazione dalla Burroughs Wellcome che lo produceva. Naturalmente “fast-tracking” significa più profitti per le imprese. Le quali finanziano anche riviste gay come Poz ePositive Nation, che sono funzionali agli interessi delle imprese in quanto fanno propaganda per standard meno rigidi nell’approvazione delle nuove medicine e per più fondi alla ricerca»
Le conclusioni sono molto amare: «L’Aids ha ucciso milioni di persone nel mondo in modo evitabile, e gli africani e altri continuano a morire, mentre sarebbe facile prevenire. E tuttavia tante delle nostre convinzioni sul modo di vincere la malattia in Africa si sono basate su miti, wishful thinking, cecità volontaria, stereotipi, paura di danni alla propria carriera, ripetizione di distorsioni e bugie finalizzate a raccogliere fondi. Noi occidentali ci siamo fatti beffe degli stregoni mentre promuovevamo le più letali falsità che il continente avesse mai visto. I nostri errori hanno cominciato a vivere di vita propria, alimentati da un’ideologia pansessualista e da idee politiche fortemente critiche dei valori conservatori e religiosi e delle politiche del presidente Bush». E lo dice un democratico liberal e agnostico, già specialista nella distribuzione dei condom ai poveri dei paesi poveri.
[fonte: TEMPI, 20.11.11]
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