Una comoda menzogna. La denuncia del luminare progressista Edward Green

Di Rodolfo Casadei
06 Dicembre 2012
Così, accecato dal mito pansessualista (e finanziato da interessatissime multinazionali), l’Occidente ha creduto che per combattere l’Aids bastasse inondare l’Africa di condom. Una bugia pericolosa che è costata già milioni di vite e impone la censura del dissenso.

Nel marzo 2009 una tormenta si abbat­te su Benedetto XVI. Rispondendo a una domanda dei giornalisti duran­te il volo che lo porta in Africa, il Pontefice afferma: «Il problema dell’Aids non si risol­ve con la distribuzione dei preservativi, che anzi peggiorano il problema». Nei gior­ni che seguono il portavoce del ministro degli Esteri francese dichiara che i com­menti di Benedetto XVI sono «una minac­cia alla salute pubblica e al dovere di salva­re vite umane», il direttore del Fondo glo­bale per la lotta all’Aids intima al Papa di ritrattare quanto ha detto, il parlamento belga vota a grandissima maggioranza una mozione che giudica le parole di Benedetto XVI «inaccettabili», l’Olanda, la Germania e l’Unione Europea in varie dichiarazioni biasimano le parole papali.

La nota rivista scientifica Lancet scrive che sono «gravis­sime e imprudentemente inesatte». Media e politici cattolici appaiono imbarazzati e sulla difensiva. Giunge soccorso dal più imprevedibile degli angoli: «A dire la verità, l’attuale evidenza empirica dà ragione al Papa», scrive in un editoriale sul Washing­ton Post un antropologo della medicina ricercatore di un istituto dell’università di Harvard, liberal agnostico e simpatizzan­te del Partito democratico, attivo per anni in programmi di social marketing di anti­concezionali di tutti i tipi nei paesi poveri.

L’articolo spiegava che nelle epidemie generalizzate come quella africana i con­dom non funzionano come misura princi­pale di prevenzione, che alcuni studi scien­tifici lo avevano dimostrato e che il modo più efficace di ridurre le infezioni da Hiv era incoraggiare la fedeltà coniugale e la riduzione del numero di partner sessua­li nel corso della vita. La flessione dell’Aids in Uganda, sottolineava, era stata ottenu­ta con tale strategia. L’autore era Edward Green, direttore dell’Aids Prevention Rese­arch Project ad Harvard e membro del Pre­sidential Advisory Council on Hiv/Aids fra il 2003 e il 2007, da tempo coscienza critica del mondo di burocrati internazionali, attivisti, scienziati e interessi costituiti che ruota attorno all’Aids e ai miliardi di dollari stanziati per combatterla. Due anni dopo quell’exploit, che lo fece conoscere in tutto il mondo, perso il suo incarico ad Harvard (chissà perché), Green torna sulle barricate con un libro di denuncia: Broken Promises. How the Aids Establishment Has Betrayed the Developing World. E com’è che l’”esta­blishment dell’Aids” ha tradito i paesi in via di sviluppo? Imponendo programmi centrati sul condom per puro pregiudizio ideologico non supportato dai fatti, mar­ginalizzando e censurando gli studi che dimostravano che altri approcci erano più efficaci (metodo Abc, riduzione del nume­ro dei partner, circoncisione, eccetera) e pompando miliardi di dollari nelle tasche di produttori di preservativi, test per l’Hiv, antiretrovirali, di dirigenti delle Nazioni Unite e della sanità pubblica nei paesi afii­cani, di Ong e attivisti gay, eccetera.

Broken Promises racconta storie che per i profani della materia suonano sen­sazionali: i numerosi casi di pubblicazio­ne rifiutata da parte di riviste scientifiche ufficiali di articoli che dimostravano l’inefficienza del condom come strategia primaria anti-Aids; il boicottaggio dei programmi centrati sulla fedeltà coniugale e l’astinenza finanziati al tempo della presidenza Bush da parte degli stessi ufficiali americani che dovevano promuoverli; l’am­missione da parte di Unaids e

Usaid, fino ad allora schierati con la politica del tutto-condom, che i programmi centrati su fedeltà e riduzione del numero dei partner erano più efficaci contro l’Aids di quelli basati sul primato del pre­servativo esattamente nei giorni in cui il Papa veniva linciato per la sua dichiarazio­ne sull’argomento.

Il grande insabbiamento inizia, stan­do a Green, nel 1998. Stila un rapporto per la Banca mondiale dopo una missione in Uganda dove spiega che la sieroprevalenza nel paese africano è scesa dal 15 per cento al 5 per cento grazie al metodo Abc (Absti­nence, Be faithful, Condom, nella quale il preservativo è la strategia di ripiego per chi non riesce a modificare il suo comportamento in termini di fedeltà o astinenza). Nessuna reazione. Scopre che due epide­miologi, Rand Stoneburner è Daniel Low-Beer, hanno raggiunto le sue stesse con­clusioni: riescono a pubblicare il loro stu­dio solo dopo sei anni, e nel frattempo vengono licenziati dal Programma sudafricano contro l’Aids per aver scoperto che la promozione del condom aveva ottenuto solo un aumento dei rapporti sessuali fra adolescenti, mentre i tassi di Hiv continuavano ad aumentare.

Sempre nel 1998 un’affilia­ta di Planned Parenthood Asso­ciation (la lobby americana per il controllo delle nascite) gli chie­de di studiare le cause del man­cato aumento dell’uso dei con­dom nella Repubblica Domini­cana. Green spiega che le campa­gne contro l’Aids hanno modificato i comportamenti delle persone nel senso di una maggiore fedeltà di coppia e di un minor numero di partner sessua­li, da cui una minore necessità di usufrui­re di preservativi. Con un collega scrive un articolo sull’argomento, ma «i nostri colle­ghi della pianificazione familiare e di Usaid non furono contenti delle nostre scoperte. Tutte le riviste, una dopo l’altra, respinsero l’articolo basato sul nostro survey. Con raro senso del metodo scientifico, alcuni reviso­ri affermarono apertamente che io e il mio collega dominicano eravamo pericolosi ide­ologi anticondom che nessuno avrebbe dovuto pubblicare. Non fui mai più invitato nella Repubblica Dominicana». Negli stessi giorni un ufficialissimo Demographic and Health Survey (Indagine demografico-sanitaria) dal costo di un milione di dollari conferma le spiegazioni di Green sul caso dominicano.

Qualche tempo dopo Usaid gli chiede un articolo sul ruo­lo delle realtà religiose nei programmi di prevenzione dell’Aids. Green scrive che la diffusa convinzione secondo cui Cristiani e musulmani stig­matizzano i malati di Aids è sbagliata, anzi le Chiese suscita­no solidarietà nei loro riguardi, e che il loro ruolo nella promo­zione della fedeltà e dell’asti­nenza è prezioso. «Ci volle­ro parecchi anni di lotta pri­ma che questa monografia fos­se pubblicata da Usaid. Alme­no due volte fu letteralmente strappata fuori dalla tipografia all’ultimo momento, e non per cause dipendenti dall’editrice. In una e-mail diretta a me e ad altri, un attivista sotto contrat­to con Usaid e responsabile dei rapporti fra l’ufficio di Usaid per l’Aids e le organizzazioni religiose espresse la sua convinzione che tali organizzazioni non han­no alcun ruolo nella prevenzione dell’Aids, perché tutto ciò che fanno è “stigmatizza­re e fare la morale”. Finalmente riuscii a esercitare sufficiente pressione politica per ottenere la pubblicazione, ma il testo fu pri­vato della copertina e di tutte le foto».

 

La “conversione” dell’avversario

Ma la storia più clamorosa è quella dello studio di Usaid sulla relativa contribuzione dei tre fattori del metodo Abc sulla diminu­zione dell’incidenza dell’Hiv. Green doveva essere il coordinatore dell’indagine sul secondo fattore (la fedeltà), che si sarebbe svolta in sei paesi. Il terzo fattore (il preservativo) era stato affidato a Psi, Population Services lnternational, il più grande ente mondiale di social marketing dei condom. Ma nel 2003 Green è convocato a Washing­ton e gli viene comunicato che non sarà più uno dei coordinatori dello studio. Al suo posto viene nominato Doug Kirby, bestia nera dei conservatori religiosi per la sua opposizione ai programmi per l’astinenza e per la sua promozione dell”‘educazione sessuale globale”, privo di qualunque espe­rienza d’Africa. Però Kirby è una persona onesta, studia il caso ugandese e giunge alle stesse conclusioni di Green: la chiave del successo era stata la riduzione del nume­ro dei partner sessuali. «Una storia davve­ro istruttiva: un ricercatore viene sostituito da un altro per ragioni meramente politi­che, ma l’altro ricercatore ignora la politica e alla fine giunge alle stesse conclusioni del primo: diventano colleghi e amici».

 

La politicizzazione di Lancet

Edward Green non è tenero nemmeno con Lancet, l’autorevole rivista britannica che nel 2009 pretende di sbugiardare il Papa. Nel 2004 aveva pubblicato un “consensus statement” firmato da 140 esperti nel qua­le si raccomandava il metodo Abc contro le epidemie generalizzate e si promuovevano fedeltà e riduzione dei partner. Nel 2006 invece titola in copertina: “È meno con­troverso promuovere l’astinenza e la fedel­tà che l’educazione sessuale, i condom e l’aborto sicuro, ma è proprio di questo che c’è bisogno!”. Nel 2000 Lancet aveva pubbli­cato un articolo di John Richens dell’uni­versità di Londra sull’effetto risk compen­sation (chi usa i condom si sente sicuro e aumenta il numero dei rapporti, ma così il rischio di Aids resta elevato) solo dopo che costui aveva minacciato di fare causa alla rivista. I revisori non avevano trovato nulla da obiettare alla sua affermazione secondo la quale «massicci incrementi nell’uso dei condom non si sono tradotti in dimostrabi­li riduzioni dell’incidenza dell’Hiv nei pae­si dove sono avvenuti», ma la rivista conti­nuava a negare la pubblicazione.

Gli studi sulle vere ragioni della dimi­nuzione della sieropositività nei pochi paesi dove questa è avvenuta e sui fallimen­ti delle politiche del tutto-condom però si accumulano, e alla fine gli enti ufficiali preposti sono costretti a liconoscere l’evidenza. Nel gennaio 2009 a Gaborone (Bot­swana) si tiene una conferenza internazio­nale nella quale tutte le posizioni di Gre­en sono riconosciute giuste. «Nel marzo 2009 Unaids pubblicò un rapporto basa­to sulla conferenza. E lì, per la prima vol­ta, le Nazioni Unite indicarono il cambia­mento di comportamento come una priorità più alta della promozione del condom. Ora i condom erano una strategia di ultimo ricorso. (…) Poche settimane dopo, in apri­le, Unaids pubblicò un secondo rapporto. Temevo che, dopo il grande scossone, faces­sero marcia indietro. Ma questo rappor­to ribadiva che la fedeltà era la principale priorità nell’Africa australe e che i condom dovevano essere soltanto una rete di sicu­rezza». Le parole del Papa erano state pro­nunciate il 17 marzo …

Green spiega che la lunga mistificazio­ne della lotta all’Aids centrata sulla distri­buzione di condom è il prodotto della convergenza fra ideologia della liberazione ses­suale e relativismo culturale da una parte, interessi economici dall’altra. Alcuni aned­doti sono terribilmente eloquenti. «Alla Conferenza mondiale sull’Aids del 1998 parte del programma ufficiale era il “Pro­gramma culturale e informazioni utili”. Si informavano i partecipanti su dove andare per “backroom sex” in locali “hardcore” per persone “in cerca di compagnia”. Alle con­ferenze internazionali ho visto pamphlet stampati da industrie farmaceutiche che spiegavano dove sul posto si poteva trovare sesso anonimo per omosessuali. Gli spon­sor erano Merck (inibitori della proteasi), Brlistol Myers Squibb (inibitori), Glaxo-Wel­lcome (Azt), Upjohn, Roche, Abbot Labs e Dupont Pharma. Le multinazionali farma­ceutiche hanno un conflitto di interessi con l’Aids: guadagnano meno denaro dalla pre­venzione della malattia che non dalla cura».

 

E Big Pharma sposò l’attivismo gay

«Le aziende farmaceutiche conclusero alleanze con gruppi di attivisti gay come ActUp, e finanziarono in segreto i loro viag­gi perché fossero presenti alle conferen­ze internazionali dove avrebbero chiesto più fondi per l’Aids e il “fast-tracking”, cioè approvazioni più rapide dei medicinali da parte della Fda (Food and Drug Administra­tion, ndr), che significava meno spese di ricerca. Per esempio nel 1987 la Fda appro­vò l’Azt per il trattamento di alcuni pazien­ti appena quattro mesi dopo aver ricevuto la domanda di autorizzazione dalla Burrou­ghs Wellcome che lo produceva. Natural­mente “fast-tracking” significa più profitti per le imprese. Le quali finanziano anche riviste gay come Poz ePositive Nation, che sono funzionali agli interessi delle imprese in quanto fanno propaganda per standard meno rigidi nell’approvazione delle nuove medicine e per più fondi alla ricerca»

Le conclusioni sono molto amare: «L’Aids ha ucciso milioni di persone nel mondo in modo evitabile, e gli africani e altri conti­nuano a morire, mentre sarebbe facile pre­venire. E tuttavia tante delle nostre convin­zioni sul modo di vincere la malattia in Afri­ca si sono basate su miti, wishful thinking, cecità volontaria, stereotipi, paura di danni alla propria carriera, ripetizione di distor­sioni e bugie finalizzate a raccogliere fondi. Noi occidentali ci siamo fatti beffe degli stregoni mentre promuovevamo le più leta­li falsità che il continente avesse mai visto. I nostri errori hanno cominciato a vivere di vita propria, alimentati da un’ideologia pansessualista e da idee politiche fortemen­te critiche dei valori conservatori e religiosi e delle politiche del presidente Bush». E lo dice un democratico liberal e agnostico, già specialista nella distribuzione dei condom ai poveri dei paesi poveri.

[fonte: TEMPI, 20.11.11]

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