Udienza generale, Papa: «Nella preghiera portiamo a Dio le nostre croci quotidiane»

Di Benedetta Frigerio
09 Febbraio 2012
Benedetto XVI ha sottolineato l'importanza della preghiera di Gesù sulla croce che nel momento della morte «prende su di Sé la pena di tutti gli uomini che soffrono per l'oppressione del male e porta tutto questo al cuore di Dio, nella certezza che il suo grido sarà esaudito nella risurrezione»

Ieri il Papa nel messaggio per la Quaresima ha chiarito ai fedeli quale sia il cammino da compiere affinché il bene si espanda in una cultura che «sembra aver smarrito il senso del bene e del male». Occorrono preghiera, silenzio e digiuno «per ribadire con forza che il bene esiste e vince, perché Dio è buono e fa il bene». Infatti «il bene è ciò che suscita, protegge e promuove la vita, la fraternità e la comunione» di cui la nostra società ha così bisogno, ha proseguito Benedetto XVI. Ma affinché questo bene operi occorre anche prestare attenzione ai nostri fratelli. Il Pontefice ha innanzitutto scansato ogni equivoco materialista: «Oggi, in generale, si è assai sensibili al discorso della cura e della carità per il bene fisico e materiale degli altri, ma si tace quasi del tutto sulla responsabilità spirituale verso i fratelli». Bisogna invece curarsi dell’anima e del corpo dei fratelli. Ma come? Con la misericordia verso chi soffre: «Mai il nostro cuore deve essere talmente assorbito dalle nostre cose e dai nostri problemi da risultare sordo al grido del povero. Invece proprio l’umiltà di cuore e l’esperienza personale della sofferenza possono rivelarsi fonte di risveglio interiore alla compassione e all’empatia», in modo che «l’incontro con l’altro e l’aprire il cuore al suo bisogno sono occasione di salvezza e di beatitudine».

Parlando della correzione fraterna il Santo Padre ha affermato che «non bisogna tacere di fronte al male. Penso qui all’atteggiamento di quei cristiani che, per rispetto umano o per semplice comodità, si adeguano alla mentalità comune, piuttosto che mettere in guardia i propri fratelli dai modi di pensare e di agire che contraddicono la verità e non seguono la via del bene». Il rimprovero cristiano non è uno sterile moralismo che pretende la perfezione. Ed è tale solo «se non è mai animato da spirito di condanna o recriminazione, mosso sempre dall’amore e dalla misericordia e sgorga da vera sollecitudine per il bene del fratello. L’apostolo Paolo afferma: “Se uno viene sorpreso in qualche colpa, voi che avete lo Spirito correggetelo con spirito di dolcezza”. “E tu vigila su te stesso, per non essere tentato anche tu” (…) Persino “il giusto cade sette volte”, dice la Scrittura, e noi tutti siamo deboli e manchevoli. È un grande servizio quindi aiutare e lasciarsi aiutare a leggere con verità se stessi, per migliorare la propria vita e camminare più rettamente nella via del Signore. C’è sempre bisogno di uno sguardo che ama e corregge, che conosce e riconosce, che discerne e perdona, come ha fatto e fa Dio con ciascuno di noi». La carità verso i fratelli «di cui è un’espressione l’elemosina – tipica pratica quaresimale insieme con la preghiera e il digiuno – si radica in questa comune appartenenza», in cui i fratelli «camminano insieme verso la santità (…). Di fronte a un mondo che esige dai cristiani una testimonianza rinnovata di amore e di fedeltà al Signore».

L’importanza della preghiera è invece al centro dell’udienza generale di oggi, in cui il Pontefice ha sottolineato che in essa dobbiamo affidare le nostre croci e «aprirci alle necessità e alle sofferenze degli altri». A ricordarcelo nel periodo della Quaresima è proprio «la preghiera di Gesù morente sulla Croce» che ci insegna «a pregare con amore per tanti fratelli e sorelle che sentono il peso della vita quotidiana, che vivono momenti difficili, che sono nel dolore, che non hanno una parola di conforto». Ma com’ è possibile questo affidamento se anche Gesù urla “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato”. E «come è possibile che un Dio così potente non intervenga per sottrarre il suo Figlio a questa prova terribile?». È importante, ha chiarito Benedetto XVI, «comprendere che la preghiera di Gesù non è il grido di chi va incontro con disperazione alla morte e neppure è il grido di chi sa di essere abbandonato». Gesù in quel momento «prende su di Sé non solo la pena del suo popolo, ma anche quella di tutti gli uomini che soffrono per l’oppressione del male e, allo stesso tempo, porta tutto questo al cuore di Dio stesso nella certezza che il suo grido sarà esaudito nella risurrezione». In questa preghiera di Gesù «non c’è dunque disperazione», ma «sono racchiusi l’estrema fiducia e l’abbandono nelle mani di Dio, anche quando sembra assente, anche quando sembra rimanere in silenzio, seguendo un disegno a noi incomprensibile». Perciò, come lui, anche gli uomini si trovano «sempre e nuovamente di fronte all’oggi della sofferenza, del silenzio di Dio – lo esprimiamo tante volte nella nostra preghiera – ma ci troviamo anche di fronte all’oggi della Risurrezione, della risposta di Dio che ha preso su di Sé le nostre sofferenze, per portarle insieme con noi e darci la ferma speranza che saranno vinte». Così, ha concluso Benedetto XVI, nella preghiera possiamo portare «a Dio le nostre croci quotidiane, nella certezza che Lui è presente e ci ascolta». E quindi «aprirci alle necessità e alle sofferenze altrui (…) preghiamo Dio perché anch’essi possano sentire l’amore di Dio che non ci abbandona mai».

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