
Trivelle. Chi vota “no” al referendum fa un favore ai “sì”

Con una dichiarazione un po’ inconsueta il presidente della Corte Costituzionale Paolo Grossi ha invitato ad andare a votare il 17 aprile in occasione del referendum sulle trivelle. Secondo Grossi «si deve votare. Ogni cittadino è libero di farlo nel modo che ritiene giusto. Ma credo si debba partecipare al voto, significa essere pienamente cittadini, fa parte della carta di identità del buon cittadino».
Ci sia permesso di dissentire dalle parole del presidente Grossi. Per una serie di motivi:
1. Non si tratta di un voto alle elezioni politiche, ma di un referendum abrogativo. E i referendum prevedono il quorum
Come ha spiegato ieri sul Messaggero il filosofo Biagio de Giovanni «non è un caso che l’art. 48 della Costituzione, in un titolo dedicato ai “Rapporti politici”, definendo il diritto di voto, lo qualifichi un “dovere civico”, espressione che non viene ripetuta all’art. 75, dove si parla del voto in seguito alla convocazione di un referendum popolare». Essendo il referendum uno strumento specifico, i padri costituenti previdero per esso il raggiungimento di una soglia. Il fatto che ci sia, dunque, non è casuale ma è una delle variabili che devono essere tenute in conto nell’esercizio del voto. Spetta a chi ha indetto la consultazione dimostrare che la sua opinione raccoglie la maggioranza dei consensi degli italiani, non a chi non è d’accordo.
2. L’astensione è una scelta consapevole
Tempi ha già spiegato cosa c’è in ballo e non staremo a ripeterci. A differenza di Beppe Grillo – che ha invitato a «votare sì anche se non si capisce. Bisogna votare sì e basta» – noi pensiamo l’esatto opposto: proprio perché cerchiamo di capire di cosa si tratti, siamo convinti che sia meglio astenersi. Non siamo allocchi: sappiamo bene che ogni nostro “no” conterebbe, nei fatti, come un “sì”.
Lo ha scritto ieri sul Quotidiano nazionale il costituzionalista Stefano Ceccanti: «In linea di principio preferisco votare. Nel caso in specie, in prima istanza, sarei stato favorevole al No, a una battaglia franca contro un quesito piuttosto debole negli effetti diretti e pericoloso per la cultura demagogica. (…) Mi trovo però di fronte al fatto che la gran parte dei sostenitori potenziali del No ha scelto l’astensione. Un fatto di grande rilievo perché a questo punto se decido di votare No aiuto i sostenitori del Sì a fare il quorum e poi a battermi. Siccome reputo che il male maggiore, soprattutto per gli effetti indiretti, sia che il quorum passi, sono a questo punto spinto ad aggiungermi all’astensione».
3. Referendum metodo sbagliato
Va anche notato che, per la prima volta, il referendum è stato indetto su richiesta delle Regioni, non in seguito alla raccolta di firme da parte dei cittadini. Non si tratta, dunque, di una consultazione figlia di un’iniziativa popolare, ma di una battaglia tra Stato e Regioni. Utilizzare il referendum (che è, per sua natura, uno strumento “manicheo”: o sì o no) per dirimere questioni complesse come le competenze e i poteri fra i vari organi di Stato, ci pare un errore. In più, il fatto che il quesito sia stato caricato di significati eterodossi (l’inquinamento petrolifero, le perforazioni delle trivelle, le energie rinnovabili…) rispetto al merito della questione (le durata delle concessioni delle piattaforme) ci fa sorgere il fondato dubbio che ci facciano votare su “qualcosa” per ottenere “qualcos’altro”. Quand’anche fossimo d’accordo nel porre un limite alle concessioni, non ci piace che, col nostro concorso, Regioni e ambientalisti raggiungano obiettivi diversi da quelli previsti nel quesito.
4. Emiliano, che vuoi da noi?
È ormai lampante che il campione dei No Triv, il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano, stia conducendo questa battaglia con l’unico scopo di presentarsi come l’anti-Renzi. Non abbiamo preferenze tra lui e il presidente del Consiglio, ma non capiamo perché, oltre a dover spendere milioni di euro per far svolgere il referendum, ora dovremmo pure tenere bordone alle sue ambizioni politiche. Vuole fare le scarpe a Renzi? Si accomodi: scali il Pd, lo sfidi al congresso, fondi un nuovo partito. Ma senza i nostri voti al referendum.
Foto Ansa
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Chi vota no non fa una favore ai sì, ma fa un favore a tutti: fa la persona corretta.
In democrazia ci si conta, non è onesto sottrarsi al confronto. Astenersi è certamente possibile, ma appellarsi all’astensione è fa furbetti.
La costituzione prevede che basti il 25% +1 degli aventi diritto per abrogare una norma. Se votasse solo chi vota sì ci vorrebbe il 50%.
Chi pensa che votando no io faccia un favore ai sì divide il mondo in furbi e fessi. Io lo divido in onesti e disonesti.
Più esplicitamente: secondo la Costituzione possono bastare i sì del 25%+1 degli aventi diritto, ovviamente se l’altro 25% non si sottrae al confronto sfruttando il giochino perverso che chi si astiene vota no 2 volte.
Io invece credo che il mio voto debba valere quanto quello degli altri, non il doppio.
Tra l’altro, esistono organi di rilevanza costituzionale che si chiamano “comitati per il sì” e “comitati per il no”. Non c’è il “comitato per l’astensione”, a meno di non voler ammettere che siccome le regole si prestano ad essere forzate allora le possiamo forzare, come al solito.
Io voterei no e pertanto non vado.
A quello di ottobre, però ci andrò.
(Andarci, per me, significa fare 900 km e 100 euro di gasolio).
Comunque, anche se il mio seggio fosse dietro l’angolo, mi asterrei.
Dipendesse da me, riaprirei anche la miniera di antimonio a Maremma.
E avremmo anche il nucleare al torio ideato da Rubbia, dunque avremmo anche miniere di quello, qua in Italia.
Tutto, pur di ridurre il più possibile il fiume di petroldollari agli sceicchi che in un modo o nell’altro sono intricati nell’isis.
Io credo-dopo l’ antidemocratica stroncatura del CSM per l’abrogatura della Fornero- che l’uso dei referendum
popolari vada cambiato. Se siamo in una democrazia popolare è il popolo che deve decidere, non la ragioneria dello stato o chiunque altro; e il popolo dovrà prendersi le sue responsabilità.
Aumentare il numero delle firme può essere lo spunto per il cambiamento; 500 mila firme non bastano.
Come la rappresentanza dei partiti al parlamento, si potrebbe con larghe convergenze e il consenso degli italiani, porre una percentuale di ampi consensi per indirlo. Quindi forte motivazione e garanzia democratica del popolo a prescindere dai poteri dello stato.
Io vado e voto sì.