
Siria. Così i cristiani di Aleppo resistono alle bombe con l’arma della fede

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)
DAL NOSTRO INVIATO AD ALEPPO (SIRIA)
Al terzo giorno di visite e convivenza coi cristiani di Aleppo ovest viene alla mente quel verso di una canzone di Silvio Rodriguez che negli anni Settanta il gruppo degli Zafra rese famoso nella versione italiana: «Restiamo quelli che possono sorridere, sull’orlo della morte in piena luce». In qualunque momento del giorno e della notte, in qualunque luogo della metà della città controllata dai governativi, per strada o dentro casa, a scuola, al lavoro o in chiesa, morire è un’eventualità sempre possibile. La morte può arrivare sotto forma di un colpo di mortaio, di un razzo Grad, di una bombola del gas svuotata e poi riempita di esplosivo e di frammenti di ferro scagliata a un chilometro di distanza da un “cannone dell’inferno”, una bocca da fuoco artigianale creata dai ribelli; può arrivare per il tiro di precisione di un cecchino o per un’autobomba.
Nell’ultimo anno gli ordigni sparati dai ribelli sono diventati molto più potenti: prima uccidevano soprattutto per strada oppure se entravano in una stanza passando dalla finestra. Adesso spazzano via interi appartamenti, come ho potuto vedere nei quartieri di Tel Al e di Sulaymaniyah. Solo nel periodo fra il 6 aprile e il 20 giugno scorsi su Aleppo ovest ne sono caduti, secondo le autorità militari, seimila. Dall’altra parte, nell’est il cui controllo è spartito fra 18 gruppi armati diversi, è la stessa cosa, cambia solo il tipo di ordigno che può portare la morte: anziché le bombole trasformate in proiettili esplosivi possono piovere barili bomba sganciati dall’aviazione governativa.
Chilometri di linea del fronte attraversati solo da messaggi di morte dividono le due parti della città. Superficie quasi identica, ma l’ovest dei governativi è molto più popolato dell’est dei ribelli. Diciamo 1 milione di residenti contro 300 mila. Prima della guerra la città faceva 2 milioni e 300 mila abitanti circa.
«Abbiamo più ragazzi di prima»
Ecco, in un posto così capita di incontrare un giovane in maglietta salesiana e jeans al centro giovanile don Bosco affollato da 650 bambini e adolescenti per le attività dell’oratorio estivo (tema: “Pinocchio”), scoprire che si tratta di un sacerdote, don Simon Zacharian, e ascoltarlo, lo sguardo rapito, raccontare: «Da tre anni rischiamo ogni giorno la morte. Ogni volta che esco con la mia bicicletta per andare a visitare le famiglie dei nostri ragazzi potrebbe essere l’ultima. Sono cadute bombe davanti e dietro di me mentre passavo per strada, ho visto sangue e cadaveri sul selciato, ma non ho mai pensato di fermarmi. Mi affido al Signore, lui mi dà la forza per continuare. Nonostante tanti siano partiti per l’estero, abbiamo più ragazzi adesso che in tempo di pace: la gente non riesce a stare chiusa in casa, vuole vivere. Dicono: “Anche se restiamo in casa possiamo essere colpiti, almeno qui possiamo giocare, cantare e pregare insieme, chiedendo a Dio di proteggerci”. E io che sono qui in servizio pastorale da quattro anni, giuro che in questa situazione tragica ho toccato con mano come Dio è diventato più presente, ho visto come la gente prega di più e come le nostre attività acquisiscono sempre più significato e profondità. Sto facendo un’esperienza esaltante: sto vivendo pienamente la mia vocazione, sono diventato un vero pastore. Di questo ringrazio la Provvidenza».
Mentre don Simon parla così dentro la chiesa parrocchiale di Santa Matilde, annessa al centro, fuori nel cortile sotto un grande gazebo sono riuniti una settantina di responsabili, giovani in età di università. Alla fine si raccolgono a gruppi attorno all’ispettore salesiano per il Medio Oriente, don Munir al Ra’i, per una serie di foto. Volti raggianti, stupefacenti sorrisi sinceri. Da dietro i muri lebbrosi dei palazzi giù in fondo sulla linea del fronte, dai vani scuri dove si nascondono i cecchini, la morte osserva stupita. Come diceva san Giovanni Bosco? «Il diavolo ha paura della gente allegra».
Quando tutto diventa “estremo”
Non è una letizia a prezzi di saldo quella che si vende ad Aleppo, e in un posto così è impossibile lasciarsi andare alla retorica spiritualista. La prova è durissima, la paura o la rassegnazione di fronte all’eventualità della morte non è l’unica ossessione che saggia la resistenza psichica e spirituale dei cristiani aleppini. «La guerra è il catalizzatore di tutte le tensioni che ci sono nei rapporti familiari e sociali, è l’amplificatore di tutti gli stati d’animo», spiega il francescano padre Ibrahim Alsabagh, che da dieci mesi è parroco latino a Sdeide, quartiere sulla linea del fronte.
La parrocchia di San Francesco in linea d’aria non dista più di 400 metri dalle postazioni dei ribelli dalle quali partono piogge di colpi di mortaio che colpiscono un numero impressionante di chiese e case private e dai loro tunnel attraverso i quali cercano di infiltrarsi nella zona governativa e di piazzare esplosivo sotto gli edifici occupati da unità militari. Ma il parroco francescano si preoccupa di tutt’altro, la sicurezza non è per niente la prima delle sue preoccupazioni. Racconta che la convivenza permanente sotto lo stesso tetto a causa della disarticolazione dei luoghi dell’aggregazione sociale (posti di lavoro o di studio non più raggiungibili, locali pubblici chiusi, visite fra parenti non più possibili) causa litigi continui fra i componenti dei nuclei familiari; che le tensioni coniugali e le crisi adolescenziali si amplificano: aumentano le separazioni di fatto e le fughe d’amore delle adolescenti, spesso con giovani musulmani. In altri casi invece padri o madri di famiglia vivono nell’isolamento perché il consorte è partito per l’estero ma non riesce a farsi raggiungere dall’altro o dagli altri componenti della famiglia. In questo caso non è la litigiosità ma la depressione a prendere il sopravvento.
E naturalmente ci sono i problemi materiali che spingono la gente all’esasperazione: il black-out elettrico permanente al quale sfugge solo chi ha abbastanza soldi per pagarsi il diesel per il generatore, l’acqua che a volte c’è ma molto più spesso non c’è (a cavallo fra giugno e luglio è mancata per 25 giorni di seguito), il carovita: «Calcolo che il 70 per cento dei miei parrocchiani siano entrati a far parte della categoria dei poveri», dice padre Ibrahim. Per loro la parrocchia organizza distribuzioni di alimenti, l’accesso all’acqua del pozzo del convento alimentato dalla falda freatica – lunghe code di cristiani e di musulmani muniti di taniche si formano ai punti di accesso all’acqua organizzati da tutte le parrocchie che dispongono di pozzi – e aiuti in denaro per i più poveri che devono pagarsi medicinali o saldare affitti arretrati.
«Si è rivelato cosa c’era nei cuori»
Ma altrettanto e forse più importante è l’offerta di momenti di vita comunitaria: il campo estivo per 150 ragazzi e bambini, il corso fidanzati (c’è gente che si sposa in piena guerra), uno spazio per lo studio degli studenti universitari, e il tea party delle signore nel cortile interno della parrocchia alle 18, quando finisce l’orario del campo estivo. Per capire che aria tira basta avvicinarsi a queste donne che da tre anni sono esposte a tutto ciò che in un essere umano può generare angoscia. Le uniche due che parlano francese si precipitano sul giornalista straniero per esternare la loro esasperazione: «Dite al Papa che mandi qualcuno a prenderci, vogliamo andarcene da qui, siamo perseguitati! Se restiamo ci tagliano a tutti la gola. E siamo diventati tutti poveri, i soldi non bastano più per vivere. Siamo trattati peggio delle bestie, soffriamo più di loro».
Un clima diverso si respira al ritiro dei giovani della Legio Mariae, presso quello che una volta era il Collegio francescano, la scuola più esclusiva di Aleppo, nazionalizzata dal governo socialista alla fine degli anni Sessanta lasciando ai religiosi una parte dei locali per usi non scolastici. Una trentina di ragazzi e ragazze fra i 20 e i 25 anni che nell’abbigliamento e nel modo di stare insieme ricordano quelli dei movimenti ecclesiali più diffusi in Europa. Con loro improvvisiamo un’assemblea-intervista dalla quale si alzano in volo pensieri struggenti. Quelli imbevuti di dolore. «La guerra ha rivelato quello che c’era nei cuori. Vivevamo insieme, ma non sapevamo quello che l’altro pensava veramente». «Quel che sentiamo come giovani è che il nostro passato è bruciato, il presente è distrutto e il futuro è avvolto nella nebbia». «Siamo giovani nel pieno della vita, ma non la stiamo assaporando. Prima quando qualcuno moriva provavo dolore, adesso mi capita di pensare: “beato lui, non soffre più ed è nella pace di Dio”». «Siamo come tanti neonati: pieni di vita, attaccati alla vita, ma senza nessuna coscienza di quello che essa sarà». «Ci chiedi come immaginiamo il nostro futuro da qui a cinque anni, e questa domanda ci fa paura: noi non sappiamo nemmeno se saremo vivi domani, la situazione politica non mostra motivi di speranza. Noi immaginiamo tante cose per il nostro futuro, ma viviamo alla giornata».
[internal_gallery gid=235627]Una intensità mai sperimentata
E poi i pensieri positivi: «Adesso il mondo sa che ad Aleppo ci sono giovani dotati di forza, coraggio, pazienza, spiritualità, operosità, fede. Questa è la città siriana che soffre più di tutte, ma è anche quella dove la vita cristiana è più intensa». «Siamo uniti, questo ci aiuta tantissimo». «Stiamo facendo esperienza della Provvidenza divina: i tre quarti di noi possono testimoniare miracoli, ci siamo salvati durante bombardamenti che dovevano ucciderci. Sono cadute migliaia di missili e sono morte poche persone». «Siamo qui per scoprire Dio dentro alla nostra vita, per questo anziché interrompere le attività le abbiamo aumentate. E abbiamo intitolato il campeggio “Come possiamo difendere la nostra identità di siriani, aleppini, cristiani?”». «A volte ci prende lo sconforto, ci chiediamo: “Dov’è Dio?”. Ma non ci fermiamo, riprendiamo il cammino vedendo accanto a noi i sacerdoti che hanno deciso di restare». Finita l’assemblea, i ragazzi escono in cortile e danno vita a un gioioso baccano: musica ritmata da due bonghi, ragazze che ululano all’africana, canti fra il tribale e il guerriero.
I punti di forza che permettono ai cristiani di Aleppo di resistere sono due: la vita comunitaria e la fedeltà dei pastori che non abbandonano il gregge (e che stimolano in ogni modo la vita comunitaria, consapevoli della sua importanza cruciale). Mentre metà circa dei cristiani aleppini, che prima della guerra erano poco meno di 200 mila, ha abbandonato la città, il 95 per cento dei vescovi e dei sacerdoti è tuttora presente.
Padre Ibrahim Alsabagh (nella foto sotto) è un bellissimo esempio di dedizione alla vocazione sacerdotale. Oltre ad attirare in parrocchia il maggior numero possibile di persone e ad aprire le porte a tutti quelli che bussano, si impegna a visitare a casa loro quelli che per varie ragioni non possono muoversi. Un’attività che ad Aleppo richiede un’alta dose di coraggio. Prima di partire con l’auto della parrocchia allinea i suoi assistenti sul marciapiede e li asperge di acqua santa, come si faceva secoli fa coi soldati cristiani prima che partissero per la battaglia per attirare la protezione divina. Visita un’anziana morente nel quartiere di Midan, tormentato dai tiri dei cecchini e dai colpi di mortaio, per impartirle l’Estrema unzione; prima di risalire in vettura si avvicina a uno dei rari locali pubblici aperti e benedice con l’acqua santa i pochi presenti; quindi passa in un altro quartiere per visitare una giovane donna che ha perso un occhio e subìto gravi ferite a un avambraccio e a una gamba a metà di giugno, e che l’anno scorso era rimasta vedova per la morte del marito in un bombardamento.
Dice: «I cristiani che si affidano a Dio sono più di quelli che si ribellano. Conoscevo Aleppo anche prima di essere mandato qui come parroco: tanti venivano a Messa, ma senza il desiderio di una conversione. Invece quando sono tornato ho trovato gente purificata, convertita, col cuore pieno di Grazia. Allora dobbiamo ringraziare per la guerra che ci ha spinto a una fede più radicale? Io credo che Dio è un medico che sa mescolare le medicine che ci servono: lui permette questa dura prova perché avevamo bisogno di purificazione, di crescere nella virtù, di guadagnare qualche merito. Siamo stanchi e sofferenti, ma anche lieti perché riusciamo a vedere la mano di Dio che pota l’albero di ulivo che ha piantato qui in Oriente per farlo crescere meglio. La volontà divina si è manifestata nella mia assegnazione a questa parrocchia, io vi ho aderito e subito ho visto i frutti nella mia vita e nella vita della gente. Sono cresciute in me una tenerezza e una compassione che prima non c’erano. Dieci anni dopo la mia ordinazione, la pianta che io sono ha preso a crescere miracolosamente, perché il Signore dà la Grazia proporzionata alla necessità. La seconda cosa che è cresciuta in me è il dono di me stesso, la disponibilità a dare la mia vita per gli altri, a morire se necessario. Mi ritrovo addosso una generosità che va oltre il naturale istinto di autoconservazione. Dio accresce la mia fede per rafforzare la fede della gente. Fede nella forza della preghiera, nell’acqua santa con cui benedico le persone e le case, nel tocco tenero verso le persone, nella guarigione dell’altro attraverso un semplice gesto, nella certezza che il Signore non ci abbandonerà, provvederà ai nostri bisogni materiali e spirituali. Auguro a ogni sacerdote nel mondo di poter esercitare il loro mandato pastorale qui ad Aleppo».
Leggi anche le altre corrispondenze di Rodolfo Casadei dalla Siria:
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Vergognoso quanto USA sta facendo in Medio Oriente. Siria e’ nemico d’Israele, sufficiente ragione per distruggerla. I droni USA, ISIS e il resto (Turchia compresa) servono a farla cadere e se muoino cristiani, curdi e siriani non succede niente.