
Se la tolleranza diventa intollerante
Pubblichiamo un articolo di Lucetta Scaraffia comparso sul numero di gennaio-febbraio di Vita e Pensiero. Sul n. 10 di Tempi è disponibile una sintesi efficace di come in America e in Europa la mania di cancellare ogni traccia del cristianesimo dalle scuole condanni i bambini a crescere nichilisti.
Ormai tutti gli anni, da qualche tempo, anche in Italia – dopo che apripista sono state alcune scuole americane – ci sono insegnanti e presidi che si rifiutano di festeggiare il Natale con le loro scolaresche nel modo tradizionale, cioè ricorrendo a canti religiosi e simboli cristiani, per “non offendere” i bambini di altre religioni presenti nell’istituto. Spesso poi le proteste, anche da parte dei musulmani, li convincono a recedere da questo proposito, ma già sappiamo che l’anno successivo il problema sarà di nuovo sollevato, e molti elementi inducono a pensare che, prima o poi, il Natale verrà scristianizzato. La questione del resto si ripresenta, più o meno negli stessi termini, davanti a coloro che chiedono di togliere i crocefissi dagli uffici pubblici, soprattutto dalle scuole.
La presenza di allievi di altre religioni – in genere musulmani – sta diventando un pretesto per cancellare i segni dell’identità cristiana dalla nostra società, anche se nessun ebreo o musulmano si è mai sognato di avanzare questa richiesta. Ma se, per quanto riguarda feste e simboli, l’intenzione appare chiara e le conseguenze sono evidenti a tutti, ci sono altre forme in atto per rendere sempre più “impresentabile” l’insegnamento della religione cristiana nelle scuole, fino a cancellarne ogni possibile riferimento nelle ore scolastiche: come se questa dimensione non esistesse, come se la nostra cultura non affondasse le sue radici nella tradizione cristiana.
Uno dei tanti esempi è un esperimento francese con i bambini dell’asilo: ci sono insegnanti che hanno cominciato a discutere con loro di problemi metafisici, e su questo nuovo tipo di didattica precoce della filosofia – così è stato chiamato il nuovo corso – è stato fatto un documentario, presentato all’ultimo Festival internazionale del Film di Roma, dal titolo sessantottino: Ce n’est qu’un début. Anche in Italia ci sono scuole pilota che stanno facendo esperimenti in questo senso, come ha informato «la Repubblica» il 22 novembre 2010, e la buona riuscita è sempre assicurata perché questa è l’età delle domande, l’età in cui i bambini chiedono perché bisogna morire, o dove erano prima di nascere. E a queste domande, dicono i docenti intervistati, non è necessario dare una risposta: «Più che dare delle risposte, abbiamo voluto stimolare le domande», dice una delle maestre francesi, assicurando che «l’approccio filosofico è un modo di liberare la creatività».
Come ben si sa, è questa la parola magica che apre le porte di ogni consenso nell’educazione moderna. Ciò significa, secondo tutti gli intervistati, «fare filosofia». Nessuno di loro sembra consapevole di trattare argomenti tradizionalmente religiosi, e che quindi si potrebbero informare i bambini delle risposte offerte dalla tradizione religiosa, la quale per di più ha la possibilità di dare a questi piccoli disorientati qualche certezza. Evidentemente, è meglio che i bambini non sappiano neppure che esiste la religione, come si evince dalle conclusioni della filosofa Michela Marzano che commenta la nuova impresa: «La filosofia nelle scuole materne dovrebbe essere proprio questo: […] far capire loro che, in certe occasioni, nessuno detiene la “verità”».
Bambini avviati fin dall’asilo sulla strada del nichilismo, del relativismo senza rimedio; strada che non hanno certo scelto, ma che è stata loro presentata come unica possibile dall’autorità degli insegnanti. È chiaro, infatti, che dietro questa nuova proposta educativa, apparentemente brillante e “creativa”, si nasconde una impostazione quasi totalitaria, una sorta di sopraffazione della libertà di scelta dei nuovi esseri umani. Ci sono stati casi analoghi in altri Paesi che hanno suscitato l’indignazione dei genitori: questi si sono rifiutati, per esempio, di mandare i loro figli a sentire lezioni di educazione sessuale contrarie ai loro principi educativi, ormai diffuse in ogni tipo di istituto scolastico, e anche casi di opposizione a provvedimenti governativi sull’educazione ritenuti illiberali. In genere riguardano la definizione di nuove materie molto generali e innocue all’apparenza, ma che nello specifico si rivelano contrarie all’insegnamento cristiano.
Così è avvenuto in Canada, dove il ministero dell’Educazione del Québec ha imposto di insegnare Ethics and Religious Culture (Erc) da una prospettiva “neutrale”, ovvero non cattolica, a tutte le scuole, anche a quelle confessionali, dove i genitori avevano iscritto i figli proprio perché ricevessero un’educazione cattolica. Per questo alcuni genitori della Loyola High School di Montréal hanno chiesto al tribunale di primo grado la cancellazione di questa norma, sostenendo che era impossibile impartire un’educazione neutrale. Il giudice Gerard Dugré, fatta propria la provocazione di fondo, ha riconosciuto che la richiesta governativa avrebbe portato a un approccio totalitarista dell’educazione, e quindi lesivo dei diritti fondamentali. Questi genitori sostengono infatti che non è possibile educare con neutralità senza cadere nel paradosso del totalitarismo, cioè dell’imposizione di un sistema di pensiero che non ammette una identità – e quindi anche la convivenza possibile con identità diverse – ma solo una versione unica obbligata, eguale per tutti.
Anche se i genitori hanno vista accolta la loro istanza, adesso è in corso l’appello del ministero dell’Educazione. Non si sa ancora come andrà a finire, benché sia evidente che una imposizione di questo tipo, fatta in nome di una idea astratta di libertà, nella realtà impedisce a molti genitori di educare i figli come desiderano, e non solo. Obbliga infatti gli studenti canadesi ad avere un’educazione appiattita su una malintesa idea di neutralità, che significa solo cancellare l’identità culturale, e li priva della possibilità di trovare un significato nella loro esperienza educativa. Ci si può legittimamente domandare, infatti, come si possano educare i ragazzi con degli elenchi “neutrali” di informazioni, senza poter dare loro il senso del bene e del male, né spiegare la ragione delle scelte, negando in fondo che la vita stessa abbia un senso.
Un altro caso è quello spagnolo, dove un’associazione di genitori ha portato davanti al Consiglio d’Europa la questione dell’insegnamento – imposto in tutte le scuole – di una nuova materia, la Educación para la ciudadanía (Epc), appellandosi alla Raccomandazione 12 del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa del 2002. Anche qui, la disciplina sembra legittima e opportuna, ma i contenuti delle materie impartite in Spagna vanno al di là di ciò che essa stabilisce. Non ci si limita, infatti, a insegnare come funzionano le istituzioni democratiche, o a trasmettere i valori civici o i simboli nazionali, come in Italia l’educazione civica, ma si includono anche questioni di contenuto esistenziale e morale che attengono all’ambito delle coscienze e dell’intimità degli alunni e delle loro famiglie. Argomenti che hanno l’obiettivo esplicito di «rendere le scuole e le classi […] spazi […] che aiutino gli alunni e le alunne a costruirsi una coscienza morale e civica concorde con le società in cui vivono: democratiche, pluraliste, complesse e in continuo cambiamento».
Detto altrimenti, l’obiettivo di insegnare che l’identità sessuale non ha fondamento biologico e può essere scelta, e più in generale che la morale deve essere determinata dalla legge positiva, cioè deliberata dalla maggioranza. Senza dubbio, come hanno osservato alcuni tribunali investiti del problema, si tratta di materie di «intensa carica ideologica e morale». Il ministero poi fornisce le scuole di supporti multimediali discutibili: uno, per esempio, per affrontare il tema della “diversità sessuale”, propone un video sul Gay Pride. Gli esempi presenti nei libri scolastici della materia sono ancora più inequivocabili: si presenta come famiglia moderna quella che ha due “mamme” messa a confronto con il modello “tradizionale” costituito da padre, madre e molti figli. In un altro si parla delle credenze religiose come di qualcosa di irrazionale e nocivo. Questo si può considerare indottrinamento, cioè trasmissione obbligata agli adolescenti e ai giovani di una cultura che può essere diversa dalle convinzioni morali dei loro genitori: una sorta di religione civile, la quale non ha niente a che vedere con la neutralità ideologica che lo Stato laico chiede alla scuola.
Dal 2007, anno di introduzione della Epc, sono state presentate circa 55.000 dichiarazioni di obiezione, anche se molte erano di tipo preventivo e non riguardavano ragazzi che nello stesso anno l’avrebbero seguita. Anche se è difficile indicare una cifra precisa – il ministero della Pubblica istruzione non ha mai presentato dati ufficiali – è possibile affermare che negli ultimi anni circa 3000 studenti hanno disertato le classi della nuova disciplina. Il governo ha risposto minacciando gli alunni obiettori di sospensione, fino alla perdita del diploma, provvedimento sproporzionato per il sistema scolastico spagnolo, che permette di superare l’anno lasciando in sospeso varie materie. Tuttavia per il governo la Epc è diventata una materia obbligatoria. Le autorità scolastiche hanno reagito in modi diversi: nella maggior parte dei casi sono state fatte pressioni e minacce sugli alunni e i genitori, mentre in altre occasioni la volontà degli obiettori è stata rispettata.
Nel marzo 2010 trecento persone che si sono ritenute danneggiate dalla controversia hanno presentato il loro caso al Tribunale dei diritti umani di Strasburgo, iniziando una causa contro lo Stato spagnolo per violazione dei diritti fondamentali degli alunni che hanno fatto obiezione per la Epc e che non partecipano alle lezioni. Sono casi ben documentati, rappresentativi di diverse regioni spagnole. Ora bisognerà vedere se il tribunale europeo riconoscerà in questi casi la violazione dei diritti fondamentali dei genitori e dei figli, riconosciuti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, perché questa nuova materia si contrappone alla libertà di pensiero e di educazione
e al diritto all’intimità personale e familiare.
Gli esempi proposti non sembrano essere casi limite, ma piuttosto anticipazioni di quello che sarà il prossimo stile pedagogico nei Paesi occidentali, sempre in nome della libertà e della tolleranza. Il problema infatti esiste, e non è piccolo. In una società secolarizzata e multiculturale quale può essere l’insegnamento della religione e, più in generale, di una morale religiosa? In Italia abbiamo cercato di liberarci del problema ponendo la lezione di religione come materia facoltativa, e affidandola alla Chiesa cattolica, ma ormai molte voci si sono alzate a denunciare l’insufficienza di questa soluzione. Il risultato di questa scelta, infatti, rischia di essere una grave ignoranza dei giovani non solo a proposito delle religioni presenti nel nostro Paese in modo minoritario – come ad esempio l’ebraismo e l’islam – ma anche della religione su cui è fondata la nostra cultura, quella cristiana cattolica, che prima apprendevano in famiglia e in parrocchia, esperienza ormai scomparsa nella maggioranza dei casi.
Abbiamo dunque studenti che non capiscono di cosa parli la Divina Commedia, non sanno cosa rappresentino i soggetti dei quadri religiosi o i simboli sacri, o quale sia la diversità culturale fra Europa cattolica ed Europa protestante. Ogni volta che se ne prende atto, e si va al passo successivo, cioè a chiedersi come porre rimedio, la questione si complica talmente che viene subito abbandonata. Dal momento che la scelta di rendere obbligatoria una lezione di religione che è affidata alla Chiesa cattolica sembra inconcepibile, in genere si propone di insegnare storia delle religioni, di tutte le religioni con spazio uguale e uguale peso, per cui i ragazzi italiani sapranno finalmente cos’è il Ramadan, ma probabilmente continueranno a non capire, guardando Il riposo durante la fuga in Egitto di Caravaggio, chi scappa e perché.
Ormai, sembra che le uniche vie d’uscita, quando si deve parlare di religione, sia di evocarle tutte – allo stesso grado di interesse e naturalmente presupponendone lo stesso rapporto con la verità – oppure far finta che non esistano, e cancellarle tutte. Insegnare bene una sola religione, quella legata alla propria identità storica, magari anche accettando che la insegni chi la conosce meglio, cioè un docente che, oltre a essere preparato culturalmente, la conosca anche per esperienza di fede, sembra essere diventato quasi la scelta più illiberale che si possa compiere in un sistema di educazione. Come se il solo fatto di conoscere il cristianesimo significasse esserne coinvolti e legati per sempre, senza possibilità di fuga. Mentre un insegnamento di tipo relativista e nichilista – tutte le religioni sono uguali, nessuna ha la verità
perché la verità non esiste – viene invece considerato un modo “neutro” e liberale di educare un ragazzo, che così, si sostiene, eventualmente potrà scegliere. Scegliere ciò che conosce male, e di cui gli hanno insegnato a diffidare, non sarà però facile, né frequente.
Una prova ulteriore del rifiuto che suscita il solo termine “cristiano” è anche l’atteggiamento tenuto dal tavolo dei ministri dell’Unione europea alla fine di gennaio 2011, in cui non si è trovato l’accordo per un documento che condannasse la persecuzione dei cristiani, perché la stessa ministro degli Esteri della Ue, Catherine Ashton, era contraria a menzionare nel documento il termine “cristiani”, quasi fosse una indicazione vergognosa, indifendibile. Da una concezione dei diritti umani
in cui la libertà era concepita come possibilità per tutti di esprimere e sostenere le proprie idee, anche religiose, si è passati a una idea di libertà come cancellazione di tradizioni e identità, anche religiose, come un vuoto da riempire con una versione politicamente corretta e anodina di ogni questione, che si pretende vada bene per tutti.
Nell’ultimo libro “Luce del mondo”, anche Benedetto XVI ha affrontato questo problema, parlandone con la consueta chiarezza: «La vera minaccia di fronte alla quale ci troviamo è che la tolleranza venga abolita in nome della tolleranza stessa» e ha aggiunto: «C’è il pericolo che la ragione, la cosiddetta ragione occidentale, sostenga di avere finalmente riconosciuto ciò che è giusto e avanzi così una pretesa di totalità che è nemica della libertà». Bisogna dunque avere il coraggio di dire che «nessuno è costretto a essere cristiano. Ma nessuno deve essere costretto a vivere secondo la “nuova religione”, come fosse l’unica e vera, vincolante per tutta l’umanità».
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