
Responsabilità civile dei magistrati, Mantovano: “Ora o mai più”
Il deputato Alfredo Mantovano (Pdl) è stato magistrato di Cassazione, e dal 2008 al novembre 2011 sottosegretario all’Interno. Ora è tornato a Montecitorio, dove, lo scorso 2 febbraio ha votato favorevolmente all’emendamento Pini: quello cioè che, con 264 voti favorevoli, prevede la responsabilità civile dei magistrati. Dopo il voto, sono fioccate le polemiche. A tempi.it, Mantovano spiega perché ha deciso di votare a favore del provvedimento.
Mantovano, avete forzato la mano?
È difficile parlare di forzature 25 anni dopo un referendum che è rimasto praticamente inattuato. Nell’87 gli italiani votarono favorevolmente all’introduzione della responsabilità civile per i magistrati. Da allora, al momento di intervenire a livello legislativo, si dice sempre che non è il momento adatto e si trova una ragione per rinviare. Questo ha fatto sì che il parlamento, quando si è presentata una situazione valida come quella attuale (con una sentenza della Corte europea che chiedeva all’Italia di intervenire sul tema e una procedura avviata nei confronti del nostro paese per l’infrazione, ndr), abbia risposto “ora o mai più”. Abbiamo rimediato ad una situazione intollerabile.
Dopo il referendum dell’87 però è stata fatta una legge, la Vassalli dell’88, che interviene sulla responsabilità dei magistrati prevedendo che il cittadino possa rivalersi e costringere lo Stato a pagare.
Io ero magistrato quando è uscita la legge Vassalli: l’effetto che ha prodotto è che il giorno dopo l’entrata in vigore ogni magistrato di buon senso ha sottoscritto una bella polizza assicurative Rc: essendo all’epoca noi magistrati in settemila, ci fecero anche dei prezzi di “favore”, con un acconto annuale di 120 mila lire. Con l’adeguamento oggi quell’assicurazione si aggira sui 150 euro: persino un magistrato può sopravvivere pagandola. Il problema della Vassalli è che quella legge ha un meccanismo così filtrato da giustificare, alla fine, qualsiasi operato. L’emendamento appena votato non va all’estremo opposto. Si fa valere la colpa grave del magistrato, si ampliano le maglie per chiedere il riconoscimento di una responsabilità, ma non al punto che il magistrato si terrorizzi, come ha sostenuto qualcuno. Lo si fa solo al punto che anche il magistrato sia tenuto a conoscere il diritto che deve applicare, cosa che oggi non sempre avviene. Qualsiasi professionista, un medico, un avvocato, un ingegnere è responsabile per i suoi atti. Che lo diventi personalmente anche un giudice, che questi sia messo sullo stesso piano di un altro professionista, non scalfisce alcun un principio di responsabilità.
Michele Vietti, il vicepresidente del Csm non la pensa così. Dice che i giudici «rappresentano un unicum non paragonabile agli altri professionisti», perché devono decidere chi abbia ragione tra due persone. E con questa nuova norma, secondo Vietti, «non è difficile immaginare una predisposizione a non imicarsi la parte più forte».
Rispondo citando due casi reali. Primo caso. Un magistrato fa spendere allo Stato migliaia di euro in intercettazioni per un’indagine che all’udienza preliminare crolla con decreti di archiviazione per quasi tutti gli indagati, anche a fronte di decine di misure cautelari già emesse. Tutto questo oggi non porta a nessuna conseguenza per i magistrati. Secondo caso. Mi è capitato di leggere una sentenza di dichiarazione di fallimento di un’azienda. Il proprietario dell’azienda, però, è stato citato in aula per potersi difendere nel giorno sbagliato. Così non si è potuto difendere, è stato dichiarato il fallimento senza che nessuno si opponesse, l’azienda è saltata in aria e i dipendenti hanno perso il lavoro. Rispetto a questi casi concreti, cosa dice il vicepresidente del Csm Vietti? Secondo lui questo chi risarcisce questi danni? E perché, secondo lui, dobbiamo accollarli alla collettività?
Le toghe però protestano. Con l’Anm in testa che dice che questo provvedimento è incostituzionale. Perché secondo lei non è vero?
Ho fatto il giudice per 13 anni e l’esponente di governo per 10. Perché la mia firma in calce a provvedimenti di governo mi espone subito alla responsabilità civile e quella da magistrato no? Incostituzionale semmai è trattare diversamente situazioni che rispondono alla stessa logica: due rappresentanti dello Stato perché dovrebbero essere trattati diversamente in base al ruolo che occupano?
In Aula gran parte delle forze politiche erano d’accordo sulla sostanza dell’emendamento, ma hanno sostenuto che non fosse quello il modo giusto di trattare la vicenda. Perché il Pdl non ha fatto qualcosa in questi ultimi anni e nelle giuste sedi deputate, a cominciare dalla Commissione giustizia?
La stessa presidente della Commissione alla Camera, Giulia Bongiorno, prima del voto, ha detto che si sarebbe dovuto intervenire in altre sedi. È singolare che proprio lei dica questo: lo chiediamo a lei, perché non lo ha fatto sinora. Non toccava a me convocare la Commissione giustizia per intervenire prima. A me pare che sia come se uno si rifiutasse di dichiararsi all’amato, e rinviasse sempre il momento. Parto da una considerazione tutta politica: al momento del voto, i partiti che avevano deciso di votare favorevolmente erano a ranghi ridotti. Ci sono stati 60 voti dati da altri partiti: è un segnale politico pesante e trasversale. Penso che non vada ignorato o peggio disprezzato. È questo il momento di intervenire. Ora, al Senato, si potrà rendere il testo dell’emendamento migliore. Non dubito che i tecnici del governo, che son più bravi di tutti, lo sapranno fare. Ma non potrà cambiare la sostanza politica: cioè deve rimanere il fatto che lo Stato non ha più la discrezionalità ma il dovere di rivalersi sul magistrato. Non vedo perché nei casi di errore che ho citato prima devono pagare i contribuenti.
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