di Mattia Ferraresi
Le elezioni in Veneto e Piemonte sono il passaggio del Carroccio alla maggiore età. Esistono due vie. Rinchiudersi nella cameretta del localismo o trainare un partito a vocazione nazionale
Comunque finiscano in termini percentuali le elezioni regionali in Veneto e Piemonte, la certezza è che la Lega sta per raggiungere la maggiore età. Anche se non dovesse arrivare al famoso sorpasso del Pdl di cui il ministro leghista Roberto Calderoli parla da mesi, è chiaro che si sta per chiudere l’adolescenza dei cappelli con corna, delle ampolle, dei druidi, delle generose discese su Roma ladrona, quella fase esistenziale che sarà orgogliosamente declassata ad armamentario folcloristico. Non è un fatto di calcoli e statistiche, ma di una ragione sociale che arriva al test di governo, al confine elettorale che impone un rinnovamento; nessuna rivoluzione, semplicemente una nuova età della vita. La Lega maggiorenne potrà guidare la macchina, noleggiare film per adulti e ricalibrare autonomamente le prospettive di governo. Perché il carroccio di fatto non ha mai governato, non nell’accezione leghista del verbo. Da una posizione governativa a Roma ha creato gli spazi di una leadership nelle macroaree, abbastanza circoscritte per un approccio locale e abbastanza influenti per consentire l’accesso alle stanze del potere globale (il primo obiettivo è la “padanizzazione di due superbanche”, come ha spiegato Libero a inizio gennaio); nei lunghi anni passati nei palazzi romani ha fatto cioè il lavoro felino di avvicinamento alla preda. Ora tocca fare il balzo.
Ma la sfida del governo verde ha i tratti epocali di una ricostruzione dell’identità politica del partito, una vocazione sospesa fra i poli opposti di autonomia e coabitazione. È la questione inquadrata con la solita lucidità dal ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, nel Dialogo a Nordest con Gianni De Michelis, pubblicato la settimana scorsa.
La visione futurizzante di Sacconi
«Sono convinto che l’Italia non ha bisogno di un “partito del Nord”, ma ha bisogno di un partito nazionale a prevalente guida nordista, che quindi sia capace di far muovere la locomotiva e allo stesso tempo di togliere i freni ai vagoni più lenti», dice Sacconi. Oltre a un’accortezza diplomatica, l’omissione del nome di questo misterioso “partito del Nord” serve a rendere l’analisi di Sacconi resistente alle contingenze elettorali: è la forma stessa del localismo esasperato a essere superata, non soltanto i suoi attori con pochette verde e retorica dialettale. Il ministro sembra prospettare – e desiderare – un assetto duplice per il Nordest, con una forza dinamica locale in primo piano e sullo sfondo un partito che sappia dare un senso nazionale (quindi europeo, quindi globale) ai virtusiosmi dei trascinatori nordisti.
Portando la visione futurizzante di Sacconi alle estreme conseguenze, si arriva al paradosso della parabola leghista: la vocazione autonomista e federale, perseguita senza riserve, conduce necessariamente a un progetto di calibro nazionale, una terza via fra il superpartito indifferenziato e la logica del feudo eretta a sistema. E il Veneto, sul quale il ministro delle Politiche agricole, Luca Zaia, metterà le mani senza grossi problemi, è il grande banco di prova per capire come la Lega intenderà gestire questa nuova fase della vita. Potrà indulgere sul vecchio schema “vado, conquisto, amministro” e attraverso lo spietato spoil system di cui si parla in queste settimane convertire in verde ciò che una volta era azzurro; oppure potrà mettere la prima tessera del puzzle immaginato da Sacconi e diventare un soggetto politico nuovo. Il presidente della Regione, Giancarlo Galan, con una scottatura in lenta via di guarigione con il suo partito sulla candidatura alle regionali, sostiene che la verità del rapporto locale-nazionale sta nel mezzo: «Il partito federale del nord non esiste», dice Galan a Tempi. «Io sono stato il primo in assoluto a creare il partito nazionale articolato in modo federale, ma devo constatare che le cose non sono andate come avevo immaginato. Il modo localistico di fare politica non è forte, è fortissimo, e stiamo assistendo a due modelli che si scontrano. Uno è il partito che con un eufemismo paragonerei a una struttura molecolare, dove ogni molecola va per la sua strada. Raccoglie tante forze ma senza un’idea organica; il contraltare sono i rigurgiti del localismo esasperato. Spesso io ho criticato il doppio volto della Lega, che a Roma dice una cosa e sul territorio fa esattamente l’opposto ma la mia critica è a tutte le forze politiche: il partito del non fare dilaga a destra come a sinistra». Per questo Galan apprezza anche i politici del centrosinistra che non hanno perso questa propensione: «Il candidato del Pd alla Regione, Giuseppe Bortolussi, è una bravissima persona. Ma penso anche a Cacciari, che è una figura di congiunzione, a Chiamparino, Illy e anche alla Bresso sulla questione della Tav: sono personaggi che stimo perché escono dall’ortodossia del partito».
Il tipo antropologico
L’altro spunto di riflessione sulla partita del Nord arriva dall’occhio sociologico e di sinistra di Luca Ricolfi, che nel saggio Il sacco del Nord sfoggia numeri rocciosi per dire che il parassitismo del Sud rallenta la locomotiva dello sviluppo nazionale e pregiudica l’uscita del Mezzogiorno dall’immobilismo.
Una situazione che sembra il preludio di un controsacco leghista che parte dal Veneto per arrivare al Piemonte (un sondaggio Swg dice che Roberto Cota è in vantaggio di quattro punti sul governatore Mercedes Bresso) e con un forte interesse in prospettiva su ciò che sta in mezzo alle due regioni. Ma per rendere credibili le ambizioni «non basta avere la macchina migliore», spiega il deputato leghista Massimo Polledri. «Per governare serve innanzitutto una forma vera di partito. E noi siamo l’unico partito “leninista” a livello organizzativo», aggiunge Polledri con un tocco d’ironia che rende l’idea.
«Le lotte della classe operaia sono finite in soffitta e con loro sono finite anche le grandi lobby. Per adattarsi a questa realtà la Lega ha fatto un salto politico-antropologico: non rappresentiamo semplicemente gli interessi di un territorio, ma il tipo umano che questo territorio lo abita. Questo tipo umano ha un determinato carattere, un’alta concezione del lavoro, è propenso alla solidarietà, è laico e per questo riconosce le radici cristiane della nostra società, è a favore della vita, è uno che sul caso di Eluana Englaro non aveva nessun dubbio». Ma il tipo leghista, dice Polledri, è anche capace di «creare un asse con le leve del potere economico, assumendosi le responsabilità che abbiamo lasciato alle associazioni di categoria, dove in genere regna l’inefficienza e il tasso dei fannulloni è altissimo». E sulla maggiore età della Lega, Polledri ha un’idea che esce dal cerchio del localismo: «Credo che in questa fase sia giusto iniziare a pensare in chiave europea a un ingresso nel Ppe, che non è soltanto il partito dei democristiani, ma ha una importante presenza in senso autonomista».
Un aspetto determinante del fenomeno leghista, che finalmente si accinge alla prova del governo, è che il modello antropologico fissato da Polledri si è moltiplicato per gemmazione, riadattandosi, nei partiti “a vocazione maggioritaria”, quelli che raccolgono stima e consensi raddoppiati dove riescono a viaggiare a due velocità, nazionale e locale. Non serve nemmeno uscire dai confini del Veneto per vedere lo spettacolo della caccia all’anima leghista senza la tessera. A sinistra c’è lo sfidante di Zaia, Giuseppe Bortolussi, uno che non si capisce che è del Pd finché non compare la sovraimpressione; a destra c’è il profilo paraleghista del ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, il candidato sindaco di Venezia che promette di smentire il luogo comune della “gran bella città, ma non ci vivrei mai”.