Più Putin di Putin, praticamente Trump

Di Federico Leoni
15 Aprile 2017
Un attacco in stile Zar Vladimir per archiviare gli scandali e sedurre una America ancora troppo ostile ai russi ma affascinata dal loro leader

trump

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Con grande coerenza, Trump ha cambiato idea. D’altra parte non c’è niente di più trumpiano di una svolta improvvisa. L’attacco in Siria fa vacillare la fede degli adepti europei, da Salvini alla Le Pen, ma rimette l’America sul binario tradizionale della contrapposizione con Mosca. Negli Stati Uniti la russofobia non è tramontata, nonostante un presidente che in campagna elettorale è arrivato a definire Vladimir Putin un leader ben più capace del pavido Obama (pavido l’ho aggiunto io, ma è un’invenzione verosimile). Uomini vicini al presidente, come Rudolph Giuliani e Newt Gingrich, sono da sempre schietti oppositori di Mosca, per non parlare di pezzi grossi del partito repubblicano apertamente contrari a Trump: McCain, per esempio. Nel settore della difesa, poi, la contrapposizione con la Russia continua ad essere economicamente proficua.

Nate Smith, direttore esecutivo del Texas Nationalist Movement, mi rispose con freddezza il giorno in cui, lo scorso novembre, gli chiesi se gli indipendentisti texani fossero sponsorizzati, come si vociferava, dal Cremlino: «Noi non c’entriamo niente con Putin». Eravamo davanti a Fort Alamo, a San Antonio, una versione in calcare dello spirito statunitense: turisti, bandiere e pezzi di storia. Per me era soprattutto il luogo in cui John Wayne si accascia colpito dal nemico, soffrendo l’agonia breve e incruenta che segnava il trapasso nei film di una volta. Se sei americano, davanti a Fort Alamo lo sei ancora di più.

Ecco, forse, perché Smith ha usato un tono tanto secco nel rispondermi. Alto, biondo, spalle larghe e cappello da cowboy, si è presentato all’appuntamento a bordo di uno skateboard. Un vero texano, e i texani sono americani all’ennesima potenza. Difficile per lui sbottonarsi su un tema così sensibile. Mosca conserva ancora l’allure del nemico e fatica a strofinarsela via (ammesso che voglia farlo). Eppure, almeno fino a poco tempo fa, le cose sembravano sul punto di cambiare. Secondo un sondaggio commissionato dalla Nbc poco dopo le presidenziali (solo) il 31 per cento degli americani riteneva che i rapporti fra Trump e Putin fossero troppo amichevoli.

L’invidia della p
Nei cittadini statunitensi la radicata diffidenza nei confronti del presidente russo (chiunque egli sia) convive con l’ammirazione per i metodi dell’uomo forte. Non tanto Putin, dunque, quanto il putinismo, un atteggiamento che Trump promette di coltivare (lo stesso raid in Siria è un esercizio di putinismo). Viviamo un’epoca di fregole populiste, avventata e nevrotica, in cui la retorica del judoka che atterra e atterrisce gode di inevitabile fortuna. Credo c’entri anche il nome: Putin, affilato come una lama nella labiale assertività di quella p. Chi non lo vorrebbe un leader del genere? Un presidente che mostra i muscoli all’Isis, che snobba la comunità internazionale, che governa un paese dove il cittadino medio si sente più ricco e ottimista di qualche anno fa? Gli americani lo vorrebbero e Trump se ne rende conto. Il putinismo di Trump è una strategia che mira a sedurre, ma che a questo punto prescinde dal culto del leader eponimo. Come potrebbero gli americani fidarsi di un ex agente del Kgb? E la guerra fredda? E «ich bin ein Berliner»? E Rocky che picchia Ivan Drago?

Nel 2010 Putin si esibì davanti a una platea di star internazionali per un evento umanitario a San Pietroburgo (foto a sinistra). Oggi un artista  americano non si esibisce in Russia senza subire danni di immagine
Nel 2010 Putin si esibì davanti a una platea di star internazionali per un evento umanitario a San Pietroburgo. Oggi un artista
americano non si esibisce in Russia senza subire danni di immagine

La rivalità tra Stati Uniti e Russia resiste dal secondo Dopoguerra, cibandosi di film, rock e pregiudizi. L’illusione di una Russia post sovietica disposta ad accettare il dominio planetario dell’iperpotenza superstite è tramontata ben presto, già negli anni Novanta, lasciando il posto a rapporti altalenanti fatti di caute aperture e contrapposizioni palesi. C’è stata un’epoca in cui Putin ha cercato di accreditarsi oltre confine anche ricorrendo a metodi pop (alla Obama, per intenderci).

Poche stelle, molti denari
Nel 2010 il presidente russo ha messo insieme una platea di vip per un evento umanitario organizzato a San Pietroburgo, cogliendo l’occasione per esibirsi scravattato e gigione in un’imperdibile esecuzione di Blueberry Hill: cercatela su YouTube, ne vale la pena. Mentre il presidente s’improvvisava crooner, le telecamere mostravano generosamente gli applausi di Sharon Stone, Kevin Costner, Goldie Hawn, seduti in platea con altri attori dello stesso calibro. Oggi sarebbe difficile per un artista americano esibirsi in Russia senza pagare un prezzo in termini di immagine. In mezzo c’è stata l’annessione della Crimea da parte di Mosca, con inevitabili ripercussioni umanitarie e altrettanto inevitabili tensioni (e sanzioni) internazionali.

Ormai solo Steven Seagal si fa vedere dalle parti di Mosca, o addirittura a Sebastopoli, dove ha celebrato la “nuova” Crimea in una visita che gli ha attirato critiche virulente. Mickey Rourke considera Putin un «galantuomo» e James Woods sembra sempre e comunque dalla parte di Trump, a prescindere da dove Trump sia. Sono casi isolati, però. La verità è che, se esiste, il partito russo persegue i suoi interessi nell’ombra, lontano dal luccichio delle celebrities.

È il partito degli affari e delle strette di mano, quello che ha sfiorato o addirittura coinvolto Trump. «Vediamo arrivare un mucchio di soldi dalla Russia», ha detto il figlio del presidente a un giornale moscovita, parlando degli affari di famiglia. Nella versione originale i soldi “piovono” e il verbo usato è pouring, che fa pensare allo scrosciare dei dobloni nel deposito di Paperone. Fin qui tante parole e poco più, è vero. Veniamo ai fatti allora. Il così detto Russiagate si articola in una serie di scandali, diversi e intrecciati.

Punto primo. A ridosso delle presidenziali Wikileaks pubblica documenti riservati del partito democratico. È il momento più basso nei rapporti tra Obama e Putin. Le informazioni sarebbero state fornite a Julian Assange da hacker russi, e il sospetto è che uomini vicini a Trump fossero a conoscenza delle intrusioni. In campagna elettorale, peraltro, il futuro presidente si era augurato pubblicamente che gli hacker prendessero di mira l’avversaria Hillary Clinton.

E pazienza per il terremoto
Punto secondo. Ad agosto si fa luce sugli affari di Paul Manafort, campaign manager di Trump e fino a poco prima lobbista strapagato da uomini vicini alla leadership russa. Manafort si dimette. A febbraio viene allontanato anche il generale Michael Flynn: il consigliere per la sicurezza nazionale aveva taciuto i propri rapporti politici e finanziari con la Russia, peraltro violando la regola che vieta agli ex militari di accettare compensi da governi stranieri senza l’autorizzazione del Congresso.

Punto terzo: Jeff Sessions. L’attorney general dichiara in Senato di non aver avuto colloqui con rappresentanti del governo russo durante la campagna elettorale. Mente: ha parlato almeno due volte con l’ambasciatore di Mosca.
Le rivelazioni sembrano solo all’inizio, ma dopo il raid di venerdì 7 aprile attaccare l’amministrazione sul Russiagate potrebbe sembrare fuori fuoco. Trump ha messo i democratici in offside, almeno per il momento. Secondo il presidente sarebbe stato impossibile voltare la testa dopo la morte atroce di tanti bambini. E allora via, si cambia, e pazienza se questo significa abbandonare l’ipotesi di usare Assad (e i suoi metodi) per combattere l’Isis, pazienza per il terremoto internazionale che l’attacco potrebbe provocare, pazienza anche e soprattutto per le dichiarazioni fatte in passato, contrarie a un intervento militare in Siria. Puro trumpismo, altro che putinismo: prendere di petto Assad a costo di irritare Putin. L’amico del mio amico è il mio nemico. Succede anche questo, a volte.

@FedLeoni

Foto Ansa

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