tempi.opinioni Martedì 16 Marzo 2010 
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Trento: Il senso del disastro di Haiti

Ma se Lui non è vivo e presente fra noi, a cosa serve il dolore di Gladys, morta a 23 anni nel giorno del disastro di Haiti?

di Aldo Trento
Non bastava la mancanza di mezzi per mettere in ginocchio il popolo di Haiti, il paese più povero del continente. C’è voluto anche un terremoto che ha causato centinaia di migliaia di vittime. La mattina di giovedì 14 gennaio sono rimasto pietrificato con il giornale in mano: perché, Signore? Perché hai permesso che la violenza della natura sterminasse migliaia di uomini, praticamente già condannati a morte dall’indigenza? E chissà quanti si sono fatti le mie stesse domande. Sembra terribile questo Dio, che invece che colpire i malvagi e i delinquenti si “diverte” a infierire su coloro che in questa vita fanno esperienza dell’inferno più terribile. Il dolore degli innocenti, il dolore dei poveri è il più difficile da capire col solo uso della ragione. Infatti nella storia ha sempre costituito la più grande obiezione all’esistenza di Dio, e in particolare di un Dio Padre. Perché se Dio è Padre, come mai lascia che queste tragedie accadano? Già Giobbe si era posto il problema, sostenendo che il giorno della nascita di un uomo rappresenta per lui una maledizione: la vita è fondamentalmente dolore e noia.
Leggevo il giornale e queste domande come chiodi mi si piantavano nel cuore, quando con sorpresa mi è caduto lo sguardo su due fotografie. La prima era in prima pagina, e rappresentava un donna disperata col viso rivolto verso il cielo, le braccia aperte a forma di croce, mentre sullo sfondo c’erano solo montagne di macerie. Uno scenario apocalittico. La seconda proponeva ai nostri occhi, o meglio al nostro cuore, una chiesa completamente distrutta, ridotta a calcinacci. Però, in mezzo a questa terribile visione, la sorpresa di una colonna rimasta intatta, sulla quale c’era un crocifisso, anche lui risparmiato dal terremoto.
Che impressione, che dolcezza, che significato carico di speranza! Tutto attorno era il trionfo della morte, ma in mezzo c’era una donna che guardava al cielo con le braccia aperte come una croce, e dentro la chiesa schiantata era rimasta intatta la bellezza di un Cristo crocifisso. La violenza della natura non aveva soffocato il grido di quella donna, e neanche quel crocifisso, simbolo di una Presenza che anche in quel momento aveva voluto, per mezzo di un’immagine, dire che Lui era lì.
Che impressione! Mentre in molte parti del mondo vogliono staccarlo da tutti i muri, ad Haiti neanche la violenza terribile del terremoto è riuscita a toglierlo alla vista dei sopravvissuti. Una volta ancora è voluto rimanere con noi per dirci che il grido di quella donna è il simbolo di milioni di disperati, le cui domande e i cui perché solo in Lui possono trovare una risposta.
Tutto è ridotto a maceria, però Lui è rimasto, sta lì. Non importa che l’immagine sia di gesso o di marmo. Ciò che importa è che quel segno ci grida, più forte della violenza del terremoto, che Lui è vivo. Non esiste una risposta umana e razionale alle domande di Giobbe e di tutti noi. La ragione rimane impotente. L’unica risposta è quel crocifisso, perché è la risposta che Dio Padre stesso si è incaricato di darci inviando il suo unico figlio al mondo, affinché assumesse la dolorosa condizione di tutti noi, per rivelarci che il destino dell’uomo è buono anche quando le circostanze sono le più terribili, come nel caso di un terremoto che annienta un intero paese.
Cristo non eliminò allora e non elimina oggi le domande che ci tormentano, Cristo non è venuto per eliminare, censurare queste domande né per interrompere la violenza della natura o per sollevarci dal dolore e dalla morte. Cristo è venuto per dirci che Lui è la risposta a qualsiasi interrogativo. È Lui il senso, il significato ultimo di tutto. Il male non è opera di Dio, il male è solo opera del peccato, di quel peccato che la Chiesa chiama originale e che non solo ha decomposto l’Io dell’uomo, ma anche la stessa natura, l’intero cosmo che, come scrive san Paolo, soffre le doglie del parto aspettando la resurrezione dei Figli di Dio.

La vittoria sul peccato
Questo terremoto è un nuovo parto, non è un aborto se si riconosce che Lui è vivo, è presente. Se così non fosse, a cosa servirebbe il nostro ospedale, che giorno dopo giorno prepara alla morte decine di pazienti, o il dolore della bellissima Gladys, morta a soli 23 anni lo stesso giorno del disastro di Haiti? pag. 1 | | |

 

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tempi.commentati
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...perché per loro già non

Inserito da Iurop il 3 Febbraio 2010 - 11:51pm

...perché per loro già non è più qualcosa che verrà, ma Qualcuno in cui già vivono in pienezza.
E' sufficiente meditare queste ultime parole per comprendere la fede di quel grande uomo, di quel grande santo che è padre Aldo. Ringraziando il Signore del dono che con esso fa alle nostre smarrite e ripiegate vite, offrendo la testimonianza, il richiamo, la guida verso la vera Gioia.

Con l'infinita stima di sempre, saluto te Padre Aldo e i tuoi figli, ricordandovi nelle mie preghiere.

Mario G.

2
Caro Padre Aldo, tu ci

Inserito da BeppeUK il 3 Febbraio 2010 - 9:37pm

Caro Padre Aldo,

tu ci illumini sempre con i racconti delle tue emozioni.
Vedere il segno di Cristo in una tragedia può all'apparenza sembrare un non senso, ma è propria questa visione, questo dire al Signore io in te credo, l'essenza della nostra vita.

E vedere quell'immagine del crocifisso è la prova più grande che Lui c'è e non ci abbandona.
A noi la missione di non abbandonarlo mai, pur tra mille difficoltà, perchè oltre il tunnel c'è la luce, la Sua.

grazie

G

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